Legittima difesa: il pericolo non deve essere effettivo
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28 Apr 2016
 
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Legittima difesa: il pericolo non deve essere effettivo

Che succede se si agisce in legittima difesa credendo di essere in pericolo mentre invece non vi è alcuna minaccia per la propria incolumità, come nel caso di uno scherzo?

 

Chi commette un reato al fine di difendersi da quello che ritiene essere un pericolo incombente e grave, mentre invece non sussiste alcuna seria minaccia per la sua incolumità, può ugualmente invocare la legittima difesa. È quella che viene anche detta legittima difesa putativa e di cui ha fornito chiarimenti una sentenza della Cassazione di due giorni fa [1].

 

Per comprendere meglio ciò di cui stiamo parlando ricorreremo a un esempio di un noto caso giudiziario che ha coinvolto, nel lontano 1977, un famoso calciatore [2].

 

Una sera d’inverno, poco prima della chiusura dei negozi, un giocatore della Lazio inscena uno scherzo, poi rivelatosi tragico: entrato in una gioielleria col bavero alzato e le mani in tasca come ad impugnare una pistola, con espressione tesa e dura, intima ai presenti “fermi tutti, questa è una rapina”. Il gioielliere impugna prontamente la pistola e uccide il presunto rapinatore.

 

In casi come questo, in cui chi agisce si rappresenta una situazione di pericolo esistente solo in apparenza, si può parlare di legittima difesa? Si, secondo la giurisprudenza. Infatti, in base al codice penale [3], se l’agente ritiene per errore che esista una causa di giustificazione, questa è valuta a suo favore. È necessario, però, che l’errore non sia stato determinato da sua colpa.

 

È necessario che l’erronea opinione della necessità di difendersi sia fondata su dati di fatto concreti, di per sé non idonei a creare un pericolo attuale, ma tali da giustificare, nell’animo dell’agente, la ragionevole persuasione di trovarsi in una situazione di pericolo.

 

 

Cos’è la legittima difesa e quali sono i presupposti

Ricordiamo che il codice penale stabilisce che non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui, contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa. Cerchiamo di vedere quali sono i presupposti per esercitare la legittima difesa.

 

Innanzitutto, la minaccia deve provenire sempre da una condotta umana. Il pericolo potrebbe derivare anche da una condotta omissiva: per esempio il rifiuto del proprietario di richiamare il cane mastino che sta aggredendo un bambino integra una omissione e giustifica il padre che impugni un’arma per costringere il proprietario dell’animale feroce a farlo allontanare.

 

L’attacco deve avere ad oggetto un diritto altrui che deve trovarsi in una situazione di pericolo attuale di offesa. Non si deve trattare cioè né di un pericolo corso in passato (perché in tal caso non si avrebbe più alcuna necessità di prevenire l’offesa), né di un pericolo futuro (in tal caso mancherebbe l’urgenza e sarebbe possibile fare intervenire le autorità). Occorre dunque una minaccia di lesione incombente al momento del fatto.

 

La situazione di pericolo non deve essere stata determinata volontariamente da chi reagisce in legittima difesa: in tal caso, infatti, verrebbe meno il requisito della necessità della difesa o della ingiustizia dell’offesa.

 

La reazione della legittima difesa necessita, in ultimo, del rispetto di altre due condizioni:

 

  • deve essere necessaria per salvaguardare il proprio diritto: il che vuol dire che l’aggredito si deve trovare di fronte solo all’alternativa tra reagire e subire. Per cui non c’è possibilità di invocare la legittima difesa se l’aggredito ha una terza strada come ad esempio scappare o nascondersi;
  • perché la reazione possa essere giustificata, e la difesa “legittima”, è necessaria la proporzione tra difesa e offesa: occorre operare un bilanciamento tra il bene minacciato e il bene leso, con la conseguenza che all’aggredito che si difende non è consentito di ledere un bene dell’aggressore marcatamente superiore a quello posto in pericolo dall’iniziale aggressione illecita (per esempio: per difendere la cassaforte non si può uccidere il ladro).

La sentenza

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza – 7 gennaio – 26 aprile 2016, n. 17121
Presidente Cortese – Relatore Cassano

Ritenuto in fatto

1. Il 17 ottobre 2014 la Corte d’assise d’appello di Torino confermava la sentenza emessa, il 4 aprile 2013, dalla locale Corte d’assise che aveva dichiarato A.G. colpevole dei delitti di omicidio volontario (capo a), porto senza giustificato motivo fuori della propria abitazione di un’arma da punta e da taglio (capo b), induzione e sfruttamento aggravato della prostituzione (capo c), maltrattamenti (capo d), violenza sessuale (capo e) e, ritenuta la continuazione fra i reati, lo aveva condannato alla pena di trenta anni di reclusione, oltre alle pene accessorie dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, dell’interdizione legale durante l’esecuzione della pena, dell’interdizione dall’esercizio della tutela e della curatela per la durata di venti anni, oltre al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili.
2. Da entrambe le sentenze di merito emergeva la seguente ricostruzione dei fatti in ordine al delitto di omicidio volontario.
Il (OMISSIS) , M.C. , convivente da oltre dieci anni di A. , decideva di lasciare il compagno che da lungo tempo la sottoponeva a sistematici maltrattamenti fisici e morali e la

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[1] Cass. sent. n. 17121/16 del 26.04.2016.

[2] Trib. Roma sent. del 20.02.1977 in Cass. pen. Mass. Ann. 1977, 1046, citato da G. Fianca, E. Musco, Diritto penale, parte generale, 1997.

[3] Art. 59 ult. co. cod. pen.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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