L’ammissione di un debito senza l’importo non ha valore
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1 Mag 2016
 
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L’ammissione di un debito senza l’importo non ha valore

Recupero crediti: il creditore, per ottenere la condanna del debitore, deve provare non solo l’esistenza del proprio credito, ma anche l’ammontare.

 

L’ammissione di un proprio debito, da parte di un soggetto, non ha alcun valore se non indica anche l’importo e la ragione per cui esso è dovuto: non è quindi utilizzabile come prova, dal parte del creditore, la lettera firmata dal debitore con cui questi dichiara che ancora non ha pagato la somma. Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1].

 

La Corte ha ricordato un principio piuttosto pacifico in giurisprudenza in materia di recupero crediti: il creditore che voglia ottenere una condanna, nei confronti del debitore, al pagamento di una determinata somma di denaro (ad esempio, nel caso di una prestazione professionale da questi eseguita), non deve limitarsi a dimostrare il proprio diritto credito, ma anche l’esatto importo che gli deve essere versato. Il che implica, di conseguenza, anche dare contezza delle ragioni per cui tale credito è sorto.

 

Tutto ciò è conseguenza di un principio tipico del nostro processo civile: quello dell’onere della prova. In buona sostanza, chi inizia una causa rivendicando la lesione di un diritto, deve anche dimostrare tutti i fatti a fondamento di tale diritto e l’estensione del diritto stesso (l’importo dovuto). Alla controparte che voglia resistere a tale richiesta, spetta la cosiddetta prova contraria, ossia la dimostrazione dei fatti che provano l’inesistenza del diritto rivendicato dall’attore (ad esempio: il non aver mai conferito alcun incarico con un contratto) o l’avvenuta estinzione del diritto di credito (ad esempio: l’aver già pagato la fattura).

 

 

L’ammissione di debito

Chi rilascia un foglio di carta (a cui è assimilabile anche una posta elettronica certificata, un fax o un telegramma) con un’ammissione di debito (anche detto “riconoscimento del credito”) dà al creditore un’arma piuttosto forte: quest’ultimo, infatti, presentando tale documento al giudice, può ottenere un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo. In termini pratici, il creditore non dovrà agire con una regolare causa, ma può ottenere, nel giro di pochi mesi, un ordine del giudice rivolto al debitore con cui gli intima il pagamento della somma. Il debitore ha 40 giorni di tempo dalla notifica per fare opposizione al decreto ingiuntivo, ma nel frattempo il creditore può già avviare il pignoramento nei suoi confronti (è questa la conseguenza della suddetta “provvisoria esecutività” del decreto).

 

Nella sentenza in commento, la Cassazione ha chiarito l’inutilizzabilità dell’ammissione di debito se essa non è completa e, quindi, non indica l’importo dovuto al creditore.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 16 marzo – 28 aprile 2016, n. 8463
Presidente Bucciante – Relatore Oricchio

Considerato in fatto

C.A.M., A.F.M. ed A.C., tutti quali eredi dell’Avv. G.A.G. adivano nel 1999 il Tribunale di Palermo citando la Società Cooperativa Stella Polare per ottenerne la condanna al pagamento della somma di £. 180milioni quale saldo per l’attività professionale svolta dal defunto legale.
L’intimata cooperativa resisteva all’avversa pretesa, deducendone l’assoluta infondatezza.
Con sentenza n. 2759/2005 l’adito Tribunale di prima istanza rigettava la proposta domanda e compensava per intero le spese di lite.
Avverso la suddetta decisione, di cui chiedevano la riforma, interponevano appello le originarie parti attrici. Resisteva al gravame, di cui chiedeva il rigetto, la parte appellata. Con sentenza n. 1352/2010 la Corte di Appello di Palermo confermava la decisione di primo grado, rigettando l’impugnazione, e compensava integralmente le spese del giudizio.
Per la cassazione della suddetta decisione della Corte distrettuale ricorrono le medesime parti già appellanti con atto affidato a due Reste con controricorso la cooperativa intimata. Nell’approssimarsi dell’udienza hanno depositato

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[1] Cass. sent. n. 8463/16 del 28.04.2016.

 

Autore immagine: Pixabay. com

 


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