Mauro Finiguerra
Mauro Finiguerra
3 Mag 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Diritto al contraddittorio: l’IVA è davvero un tributo armonizzato?

Il diritto al contraddittorio e gli accertamenti a tavolino: l’obbligo dell’Agenzia delle Entrate di convocare il contribuente per le difese.

 

Recentemente la Cassazione a sezioni unite [1] ha dichiarato che i tributi “armonizzati” come l’IVA sono sottoposti al diritto dell’Unione Europea mentre i tributi “non armonizzati” come le imposte dirette sarebbero esclusi dalla applicazione di alcuni principi generali stabiliti dalla Convenzione europea dei diritti fondamentali dell‘Uomo e dunque non sarebbero garantiti dal nostro ordinamento giuridico.

 

 

La Cassazione ed il diritto al contraddittorio

La Cassazione ha emesso la sentenza in commento nell’ambito dell’analisi delle fattispecie sottoposte dalla legge all’obbligo di contradditorio, cioè al divieto per la amministrazione finanziaria di emettere atti o provvedimenti lesivi per il contribuente, senza prima averlo sentito ed avergli richiesto informazioni e documenti atti a giustificare la presunta condotta evasiva o abusiva.

 

In sostanza la Cassazione afferma che in alcuni casi il diritto al contraddittorio nell’ordinamento italiano non esiste e pertanto l’amministrazione finanziaria non deve per forza sentire il contribuente prima di emettere un avviso di accertamento.

 

Il caso tipico in cui l’obbligo non dovrebbe essere rispettato è quello degli accertamenti cosiddetti “a tavolino”, cioè quelli effettuati dall’Agenzia delle Entrate o dalla Guardia di Finanza, presso le proprie sedi, senza accesso presso la sede del contribuente accertato.

 

La Cassazione continua nella propria trattazione ed afferma che il diritto al contraddittorio è stabilito nei casi legge, ovvero quando la legge lo prevede esplicitamente, nonché quando la materia dell’accertamento riguarda un tributo “armonizzato”.

 

 

La definizione di tributo “armonizzato”

Per tributo “armonizzato” la Cassazione intende, come scritto nella sentenza citata, un tributo rientrante nella sfera di competenza dell’Unione Europea.

 

A parte le discussioni sull’ origine giuridica del diritto al contraddittorio, individuabile sia nella legge sulla trasparenza amministrativa [2], sia nello Statuto del contribuente [3], sia direttamente in alcuni principi costituzionali [4], quello che bisogna evidenziare è che la Suprema Corte stabilisce una definizione di tributo “armonizzato”, come di tributo rientrante nella sfera di competenza del diritto comunitario.

 

Sulla base di questa affermazione la Cassazione sembra dire che, siccome quel tributo esula dalla competenza dell’ordinamento giuridico domestico e rientra nella competenza dell’Unione Europea, è soggetto ai principi del diritto dell’Unione Europea e sottratto ai principi dell’ordinamento interno.

 

Ma, ad esempio, l’IVA, che è un tributo “armonizzato”, rientra davvero, sotto il profilo giuridico e materiale, nella sfera di competenza del diritto dell’Unione Europea?

 

Se verifichiamo la normativa europea, il sistema di finanziamento dell’Unione Europea è nato il primo gennaio del 1971, ma è entrato in funzione solo a partire dal 1979.

 

Detto sistema si basa sul principio di autonomia finanziaria, che non è né mai potrà essere confusa con l’autonomia impositiva.

 

Detto principio, quello dell’autonomia finanziaria, esprime la necessità di trovare risorse sufficienti rispetto alle esigenze di bilancio, ma sempre nel rispetto del fatto che le risorse provengono dagli Stati Membri.

 

L’Unione Europea non ha e non può disporre di risorse proprie, perché non può, autonomamente imporre e riscuotere, senza passare per la collaborazione degli Stati Membri.

 

Dunque sotto il profilo giuridico, l’affermazione che i tributi “armonizzati” rientrano nella sfera di competenza dell’Unione Europea, non ha senso, in quanto non è l’Unione Europea che può, autonomamente, imporre e riscuotere quei tributi, ma sono solo i singoli Stati Membri che mantengono la propria sovranità impositiva e trasferiscono una parte delle risorse che riscuotono dai propri cittadini, all’Unione Europea per permetterne il funzionamento.

 

La base giuridica del finanziamento dell’Unione Europea si trova nel Trattato di Funzionamento UE [5] e nelle Decisioni e nei Regolamenti succedutisi negli anni, nonché, da ultimo, nell’Accordo interistituzionale del 2.12.2013, in materia di bilancio e sulla sana gestione finanziaria.

 

Dunque l’UE non impone alcunché, bensì riceve un provento legato all’applicazione di una aliquota uniforme sugli imponibili iva armonizzati.

 

 

L’IVA da tributo “armonizzato” a contributo di finanziamento calcolato su base statistica

Il contributo basato sull’IVA rappresenta, per il 2015, il 13% delle entrate dell’UE.

 

Ma se osserviamo a quanto ammonta l’aliquota uniforme sulla base imponibile IVA armonizzata che l’Italia deve versare, quale contributo al mantenimento dell’equilibrio finanziario dell’UE, abbiamo una sorpresa.

 

L’aliquota suddetta è solo dello 0,30%.

 

Inoltre l’aliquota suddetta non è calcolata sulla effettiva IVA incassata dallo Stato Italiano, o sulla reale base imponibile tassata dall’Italia, nel periodo d’imposta considerato, ma su una base imponibile Iva, armonizzata, stabilita in modo convenzionale e macroeconomico.

 

Pertanto si può dire che, neppure materialmente, l’IVA, in quanto tributo “armonizzato”, venga applicata dall’UE sulla reale base imponibile accertata o sull’effettiva IVA riscossa dagli Stati Membri.

 

Lo stesso Parlamento Europeo a proposito delle risorse proprie dell’UE [6], afferma che: “la risorsa dell’IVA si è trasformata da una vera e propria risorsa propria, con un collegamento diretto ai cittadini europei, ad uno strumento puramente statistico per calcolare il contributo di uno Stato Membro.

 

 

L’IVA non è un tributo europeo nel senso giuridico del termine

Pertanto si deve ritenere che l’ IVA non ha alcuna natura giuridica di tributo europeo o di tributo “armonizzato”, essendo quest’ultima solo una definizione tecnica volta a collegare il tributo imposto e riscosso dagli Stati Membri alla risorsa propria dell’UE, che ha natura giuridica di contributo di funzionamento.

 

Si deve altresì ritenere che neppure vi sia un collegamento materiale che possa in qualche modo ricondurre l’IVA ad essere considerata un tributo di natura europea, visto che sia la limitata aliquota applicata (lo 0,30%), sia la base imponibile convenzionale su cui detta aliquota è calcolata, rientrano nella definizione di strumento statistico e non di risorsa propria dell’UE.

 

In conclusione la Cassazione sta producendo sentenze, sia in occasione della discussione sul diritto al contraddittorio, sia in relazione alla ben nota vicenda della falcidia dei debiti tributari nell’ambito delle procedure concorsuali e di quelle alternative ad esse, che si basano sull’attribuzione all’IVA della natura giuridica di tributo europeo, o comunque di tributo rientrante nella sfera di competenza del diritto dell’UE, ma ciò non pare corrispondere alla realtà.

 

I contribuenti restano in attesa di prossime interpretazioni giurisprudenziali che tengano conto di quanto sopra esposto, soprattutto in relazione a sentenze, come quella citata, che basano l’esclusione dalla applicazione di principi generali dell’ordinamento giuridico, quali il diritto al contraddittorio ed il diritto alla difesa, ai contribuenti italiani, sulla convinzione che i tributi cd. “armonizzati” abbiano natura giuridica “europea”, tale da renderli “speciali” nell’ordinamento domestico.

 

Talmente “speciali” da meritare un, equivoco, trattamento di favore rispetto agli altri tributi imposti dallo Stato Italiano.


[1] Corte di Cassazione a SS.UU. – sentenza n. 24823 del 8.12.2015

[2] Legge n. 241/1990

[3] Legge n. 212/2000 – art. 12 co. 7

[4] Costituzione – artt. 3 e 24

[5] TFUE – art. 311

[6] Parlamento Europeo – Risoluzione 29 marzo 2007

 


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