Indennità di maternità: non spetta all’avvocato padre
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3 Mag 2016
 
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Indennità di maternità: non spetta all’avvocato padre

La percezione dell’indennità di maternità a carico della Cassa Forense spetta solo alla donna e non all’avvocato divenuto papà.

 

L’avvocato, divenuto padre, non può chiedere alla Cassa forense di percepire l’indennità di maternità al posto della moglie: una disparità di trattamento ritenuta legittima da una sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1]. Secondo la Corte, infatti, l’istituto dell’indennità di maternità non è soltanto a protezione dei figli, ma anche della salute della donna che avendo partorito si trova in una situazione oggettivamente diversa dall’uomo. È proprio ciò che giustifica la diversità di trattamento tra il legale di sesso maschile e quello di sesso femminile. Pertanto, nonostante la paternità biologica, l’avvocato non ha diritto all’indennità di maternità a carico della Cassa forense

 

Sul punto, peraltro, si è già espressa la Corte Costituzionale [2], la quale, nel giudicare la normativa in questione [3], ha rigettato la questione di legittimità costituzionale con riferimento proprio ad un caso nel quale un padre biologico aveva rivendicato il proprio diritto a percepire l’indennità di maternità. Secondo la Consulta, infatti, “le situazioni poste a raffronto sono tra loro differenti, pur essendo esse accomunate dalla finalità di protezione del minore”.

 

È vero, la legge ha sempre perseguito l’irto sentiero dell’uguaglianza tra i genitori per quanto riguarda istituti in cui l’interesse del minore riveste carattere assoluto o, comunque, preminente, e, quindi, rispetto al quale le posizioni del padre e della madre risultano del tutto fungibili (come per esempio il congedo parentale o i riposi giornalieri). Tuttavia, le norme poste direttamente a protezione della filiazione biologica, oltre ad essere finalizzate alla protezione del nascituro, hanno come scopo la tutela della salute della madre nel periodo anteriore e successivo al parto. È quindi del tutto evidente che la posizione della mamma non è assimilabile a quella del padre.

 

Non si può dunque definire discriminatoria – secondo la Corte – la norma che non consente anche al padre, libero professionista, di ottenere l’indennità di maternità al posto della madre del bambino.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 26 gennaio – 2 maggio 2016, n. 8594
Presidente Napoletano – Relatore Bronzini

Svolgimento del processo

Il Tribunale di C. con sentenza del 2.11.2011 dichiarava il diritto di E.C. a percepire l’indennità di maternità (in alternativa alla madre) ex art. 70 d lgs n. 15112001 e condannava la cassa nazionale a corrispondere il relativo importo al C.. La Corte di appello di Palermo con sentenza del 30.3.2011, in riforma della detta sentenza, rigettava invece la domanda. La Corte territoriale osservava che la sentenza di prime cure muoveva da un interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 70, ma che la sentenza della Corte costituzionale n. 38512005 aveva si definito discriminatoria la norma che non facoltizzava anche il padre libero professionista, ma aveva demandato al legislatore di stabilire un meccanismo attuativo ché, non essendovi stato, privava la pretesa di un ancoraggio legale. La Corte aveva espressamente voluto circoscrivere la portata della statuizione nella consapevolezza delle oggettive differenze sussistenti tra le due categorie di genitori. La diversità di genere ben può giustificare una maggiore e speciale tutela per la madre biologica; la Corte costituzionale con la sentenza n. 28512010 aveva poi sottolineato, sempre in

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[1] Cass. sent. n. 8594/2016 del 2.05.2016.

[2] C. Cost. sent. n. 285/2010.

[3] Art. 70 Dlgs n. 151/2001.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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