Facebook: definire una persona “squallida” è reato
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3 Mag 2016
 
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Facebook: definire una persona “squallida” è reato

Anche se i fatti sono veri, il diritto di critica non può spingersi ad espressioni che abbiano una connotazione personale: vietati gli attacchi personali, diretti a colpire sul piano personale la persona offesa.

 

Scrivere pubblicamente di una persona definendola “squallida” è reato di diffamazione, e ciò a prescindere dalla veridicità o meno dei fatti addebitati al soggetto: è quanto chiarisce la Cassazione con una recente sentenza [1].

 

La vicenda portata all’attenzione della Corte (benché riferita a volantini sindacali diretti a un Preside) può essere traslata a quello che è, al giorno d’oggi, uno degli illeciti più diffusi: l’offesa su Facebook.

 

Il linguaggio sui social network ha raggiunto livelli di sregolatezza insostenibili. Gli utenti, nel momento di giudicare e sbeffeggiare un’altra persona, si sentono stranamente più al sicuro dietro lo schermo che non in una piazza. Eppure, è l’esatto contrario. La velocità di diffusione delle informazioni tramite il web e la potenziale presenza di un numero illimitato di soggetti ha fatto sì che la giurisprudenza applicasse, per tutte le diffamazioni su internet, una apposita aggravante: quella dell’uso della pubblicità, paragonabile a quella dell’uso della stampa.

 

 

Il diritto di critica e la diffamazione

Nella sentenza in commento, la Cassazione ricorda ancora una volta i labili confini tra il diritto di critica e la diffamazione.

 

È vero, la critica non è altro che un giudizio, un’opinione e, come tale, non deve necessariamente poggiare su presupposti oggettivi. Alla sua base ci sono, invece, valutazioni personali. Ciò nonostante essa è comunque lecita purché:

 

  • il fatto addebitato sia di rilevanza sociale;
  • l’espressione utilizzata sia “corretta”.

 

È proprio quest’ultimo, però, l’aspetto più delicato. Quando un’espressione può davvero definirsi corretta e quando, invece, travalica tale limite? Nel rispondere a questo quesito, la Cassazione segue una linea ormai consolidata: la critica, per essere “corretta”, non deve trascendere in attacchi personali, diretti a colpire, su un piano individuale, la sfera morale del soggetto criticato [2].

 

In buona sostanza, si può criticare l’operato di un soggetto (il suo “fare”), ma non la sua persona, ossia la sua moralità (il suo “essere”).

 

Un ultimo avvertimento: la critica – prosegue la Corte – non deve superare i limiti della cosiddetta “continenza espressiva”, concetto che significa “proporzione”: insomma le parole devono essere misurate [3]. “Continenti” sono quei termini che non hanno equivalenti e non sono sproporzionati rispetto ai fini del concetto da esprimere. La continenza formale non equivale a obbligo di utilizzare un linguaggio grigio e poco incisivo, ma consente il ricorso a parole sferzanti, nella misura in cui siano correlate al livello della polemica, ai fatti narrati e rievocati.

 

 

Usare la parola “squallido” è diffamazione

Sulla base di queste regole, la Cassazione è irremovibile nel ritenere che costituisca diffamazione l’uso della parola “squallido”, proferita pubblicamente e riferita a una persona specifica o facilmente individuabile (non c’è bisogno di dire nome e cognome, come nel caso di “Il vincitore del concorso…” “Il capo che ha preso questa decisione…” ecc.). Il che potrebbe avvenire – come spesso succede – su una bacheca di Facebook o in qualsiasi altro posto ove, a sentire, vi siano almeno due persone e non, invece, il soggetto criticato.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 14 dicembre 2015 – 29 aprile 2016, n. 17603
Presidente Siotto – Relatore Novik

Rilevato in fatto

1. Con sentenza n. 33.753 del 2013 la Sezione Quinta di questa Corte ha annullato la sentenza 6.2.2012 del Tribunale di Cagliari che, in riforma di quella 17.12.2010 del giudice di pace di Cagliari, ha assolto P.P. – rappresentante sindacale nel liceo statale “Dettori” – dal reato di diffamazione nei confronti del dirigente scolastico D.A., in relazione ad uno scritto, redatto ed affisso nella bacheca delle comunicazioni sindacali, dal seguente contenuto “È squallido il comportamento del preside che fa il processo sommario al docente in un presunto consiglio di classe allargato. Questo preside non è all’altezza del proprio compito”. Il giudice di legittimità ha osservato che le espressioni contenute nel comunicato erano offensive ed esulavano dalla continenza formale della critica. Definire squallida e incompetente la condotta del preside sfociava in un attacco personale, con espressioni direttamente calibrate a ledere la dignità morale, professionale ed intellettuale dell’avversario e del contraddittore, ed a ferire direttamente la persona dell’autore della condotta medesima.
2. Con sentenza emessa il

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[1] Cass. sent. n. 17603/16 del 29.04.2016.

[2] Cass., sent. n. 2247/2004.

[3] Cass. sent. n. 3356/2011.

 


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