Opposizione agli atti dell’esecuzione: la riforma del termine
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3 Mag 2016
 
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Opposizione agli atti dell’esecuzione: la riforma del termine

Cambia il codice di procedura civile e approda in questi giorni il decreto banche che riduce i tempi per il recupero dei crediti.

 

Nonostante le anticipazioni, il Governo non ha più ridotto il termine per proporre opposizione agli atti esecutivi: dopo che la riforma del 2005 aveva esteso a 20 giorni [1] il termine di decadenza per proporre le contestazioni di carattere formale all’esecuzione forzata, il decreto banche – che sarà pubblicato stasera in Gazzetta Ufficiale – aveva intenzione di tornare all’origine e ripropone il termine breve di 5 giorni. Il termine resta invece di 20 giorni.

 

Il decreto prevede inoltre l’inammissibilità dell’opposizione all’esecuzione per espropriazione (articolo 615 del codice di procedura civile) se è proposta dopo che è stata disposta la vendita o l’assegnazione del bene pignorato. L’opposizione può essere proposta oltre il termine nel caso sia fondata su fatti sopravvenuti o se l’interessato dimostri di non aver potuto proporla tempestivamente per causa a lui non imputabile. Di questa preclusione si deve dare avviso nell’atto di pignoramento.

 

Non passa, invece, la riforma del termine di opposizione all’esecuzione forzata. L’intento dichiarato era quello di ridurre i tempi del recupero crediti, sebbene la mossa appariva discutibile e non in linea con la finalità spiegata. Questo per due ordine di motivi:

 

  • da un lato per via dell’assoluta irrilevanza di 15 giorni nell’arco di procedure, come il pignoramento immobiliare, che possono richiedere anche numerosi anni;
  • dall’altro lato perché non sempre la proposizione dell’opposizione agli atti esecutivi sospende il pignoramento e lo impedisce. Anzi, quand’anche lo sospenda, ciò significa che il giudice ha ritenuto sommariamente fondate le ragioni del debitore; pertanto non avrebbe alcun senso accelerare una procedura di riscossione potenzialmente illegittima.

 

Il vero effetto sarebbe stato quello di ridurre i termini per la difesa e, probabilmente, disincentivare il ricorso al giudice per tutte le opposizioni relative alla regolarità formale del titolo esecutivo e del precetto, o renderlo ormai inutile per la decorrenza dei termini.

 

La riforma prevede anche l’immediata esecutività del decreto ingiuntivo per le somme non contestate, anche se è in corso un’opposizione. In pratica, il creditore può pignorare anche se il giudizio è ancora in corso (e questo è un deterrente per i debitori). Il decreto rafforza la possibilità di ottenere la provvisoria esecutività: nel caso in cui il debitore contesti un credito solo parzialmente, il giudice diventa obbligato a concedere la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo opposto sulla parte non contestata. Si tratta, anche in questo caso, di una scelta discutibile atteso che alla stessa conclusione poteva già pervenirsi con le norme attualmente in vigore.

Anche tale disposizione avrà un dubbio risultato sulla velocizzazione delle procedure di esecuzione forzata. Attualmente, infatti, il vero nemico del recupero del credito è la ricerca dei beni aggredibili e la partecipazione degli offerenti alle aste.

 

Viene introdotto infine il nuovo art. 590-bis c.p.c. che prevede che il creditore assegnatario di un bene a favore di un terzo deve dichiarare in cancelleria, nei cinque giorni dalla pronuncia in udienza del provvedimento di assegnazione ovvero dalla comunicazione, il nome del soggetto a favore del quale deve essere trasferito l’immobile, depositando la dichiarazione dello stesso. In mancanza, il trasferimento è fatto a favore del creditore.

 

La riforma contiene anche una vera e propria rivoluzione per quanto riguarda i tempi dei pignoramenti immobiliari, prevedendo un numero massimo di tre aste dopo le quali la procedura viene chiusa dal giudice: per approfondimenti leggi “Esecuzioni immobiliari: il pignoramento finisce dopo 3 aste”.


Autore immagine: Pixabay.com

 


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