Eutanasia: riconosciuto il diritto a morire interrompendo le cure
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4 Mag 2016
 
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Eutanasia: riconosciuto il diritto a morire interrompendo le cure

Il Tar Lombardia riconosce il diritto del malato a interrompere il procedimento di alimentazione artificiale: in caso di diniego da parte dell’amministrazione, agli eredi è dovuto il risarcimento del danno.

 

Ogni malato ha diritto di interrompere le cure in qualsiasi momento della propria patologia: l’amministrazione non può rifiutargli questa sacrosanta scelta, frutto di un diritto riconosciuto dalla nostra costituzione; diversamente è tenuta a risarcirgli il danno. È questa la sintesi di una importante sentenza pubblicata, di recente, dal Tar Lombardia [1].

 

Nel caso di specie, i giudici amministrativi hanno riconosciuto il diritto del malato, ormai da anni in stato vegetativo, a interrompere il procedimento di alimentazione e idratazione artificiale. In verità, il diritto ha una estensione illimitata, che non si limita solo ai casi di malati in coma o in stato vegetativo. Ogni infermo, infatti, deve prestare, prima delle cure, il proprio consenso informato. Detto consenso può anche essere revocato in qualsiasi momento, benché inizialmente accordato. Dunque, il diritto all’interruzione delle cure non fa altro che venir meno il consenso informato.

 

Non solo. Se la pubblica amministrazione rifiuta la richiesta dei parenti della vittima di staccare la spina, è anche tenuta al risarcimento del danno a titolo ereditario per le sofferenze procurate con l’illegittimo ostruzionismo.

 

La sentenza [1] del Tar Lombardia non mancherà di far discutere, non fosse altro perché si discosta dall’orientamento della Cassazione pronunciato l’anno scorso: in particolare, le Sezioni Unite, nel 2015 [2], avevano affermato l’inesistenza del “diritto a non nascere” per il bambino nato con una patologia grave, ossia del rifiuto di una vita segnata dalla malattia e, come tale, indegna di essere vissuta.

 

 

La differenza tra eutanasia e interruzione delle cure

In verità, per quanto i termini vengano comunemente utilizzati in modo equivalente, c’è una profonda differenza tra eutanasia (vietata dal nostro ordinamento) e diritto all’interruzione delle cure (invece consentita, in quanto diritto costituzionale):

 

  • l’eutanasia è il comportamento volto ad abbreviare volontariamente la vita del malato, comportamento che è esso stesso causa della morte: si pensi alla iniezione di veleno a un malato di cancro, non ancora in fase terminale;
  • il diritto alla interruzione delle cure (come, ad esempio, lo stop all’alimentazione artificiale) non è causa della morte, ma fa sì che la malattia prosegua il suo corso naturale, fino all’esito ultimo.

 

Non è la prima volta che la giurisprudenza [3] afferma il diritto a rifiutare le cure: in particolare, già in passato il Consiglio di Stato ha affermato che il diritto costituzionale di rifiutare le cure, riconosciuto in sede giurisdizionale di legittimità, è un diritto di libertà assoluto, efficace per tutti e nei confronti di tutti: e, quindi, nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato, nella specie in stato vegetativo e alimentato solo artificialmente, il rapporto di cura, sia nell’ambito di strutture sanitarie pubbliche che private.

 

È necessario però che

 

  • l’impiego dei mezzi terapeutici, di cui si chiede la sospensione, non dia alcuna speranza di uscita dallo stato vegetativo in cui versa il paziente e non corrisponda alla sua volontà di morte;
  • il consenso “presupposto” del malato sia serio, esplicito, non equivoco e perdurante sino al momento della commissione del fatto, esprimendo una volontà di morire la cui prova deve essere univoca, chiara e convincente. Qualora l’ammalato decida di rifiutare le cure (o, se incapace, tramite rappresentante legale debitamente autorizzato dal giudice tutelare), tale ultima manifestazione di rifiuto fa venir meno il “consenso informato”, costituente imprescindibile presupposto di liceità del trattamento sanitario. Sorge così l’obbligo giuridico (prima ancora che professionale o deontologico) del medico di interrompere la somministrazione di mezzi terapeutici indesiderati. Tale obbligo giuridico sussiste anche ove si tratti di trattamento di sostegno vitale il cui rifiuto conduca alla morte, giacché tale ipotesi non costituisce, secondo il nostro ordinamento, una forma di eutanasia (per tale dovendo intendersi soltanto il comportamento inteso ad abbreviare la vita e che causa esso positivamente la morte) bensì la scelta insindacabile del malato a che la malattia segua il suo corso naturale fino all’inesorabile esito.

[1] Tar Lombardia, sent. del 6.04.2016.

[2] Cass. S.U. sent. n. 25767/2015 del 22.12.2015.

[3] Cons. St. sent. n. 4460/2014. Trib. Modena, sent. del 14.05.2009. Tar Lombardia sent. n. 214/2009.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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