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Lo sai che? Pubblicato il 5 maggio 2016

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Lo sai che? Incidenti stradali: il diritto al risarcimento del danno si può cedere

> Lo sai che? Pubblicato il 5 maggio 2016

L’automobilista che abbia fatto un incidente stradale e abbia diritto al risarcimento del danno può cedere il suo diritto a terzi come l’assicurazione o il carrozziere.

 

Chi ha diritto al risarcimento del danno dall’assicurazione per aver fatto un incidente stradale può cedere il proprio credito a terzi come la stessa assicurazione o il carrozziere (la controprestazione, di norma, è la riparazione immediata dell’automezzo). Ma ciò a condizione che ci siano solo danni a cose e non a persone. Questo perché il diritto di credito da sinistro stradale con danni solo al mezzo e non ai trasportati ha natura “non strettamente personale” e, pertanto, è cedibile. Lo ricorda il tribunale di Roma con una recente sentenza [1].

Non esistono norme – si legge in sentenza – che vietino la cessione del credito in favore di terzi, come la propria stessa assicurazione o il carrozziere. Peraltro chi cede il proprio diritto al risarcimento del danno deve solo garantire l’esistenza del credito e non anche il fatto che il soggetto ceduto (il debitore) adempierà alla propria obbligazione [2].

Chi acquista il credito potrà tranquillamente agire in causa nei confronti del soggetto obbligato al pagamento, per far valere il diritto alla prestazione economica, proprio come se fosse l’originario legittimato. Dovrà comunque dimostrare tutti i presupposti del diritto di credito, ossia l’esistenza dell’incidente stradale, la responsabilità dell’antagonista e la corrispondenza del danno effettivo a quello lamentato. Insomma, l’onere della prova resta identico, come se la cessione del credito non fosse avvenuta e ad agire fosse l’automobilista.

Nel caso poi in cui il cessionario del credito sia l’assicurazione, questa non potrà chiedere un ristoro superiore a quello stabilito in via stragiudiziale se non c’è prova del danno reclamato: non rilevano né le foto dell’auto in riparazione né la fattura del carrozziere.

A tal fine la semplice fattura di riparazione non viene ritenuta sufficiente né come prova né come indizio.

note

[1] Trib. Roma, sent. n. 227 del 7.01.2016.

[2] Cass. sent. n. 51/2012; n. 3965/12.

Autore immagine: 123rf com

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI ROMA

TREDICESIMA SEZIONE CIVILE

In persona del Giudice Monocratico, dott. Maria Speranza Ferrara, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa di grado di appello iscritta al n. 1847 R.G.A.C. dell’anno 2015, posta in deliberazione, ex art. 281 sexies c.p.c., all’udienza del 07 gennaio 2016 e promossa

DA

SOCIETÀ CI. S.R.L., in persona del l.r.p.t. elettivamente domiciliata in Roma, Via (…), presso lo studio dell’avv. Al.Pi. che la rappresenta e difende per procura a margine dell’atto di citazione introduttivo del primo grado di giudizio.

APPELLANTE CONTRO

GE. S.P.A., in persona dei procuratori speciali St.Gi. e Ve.Ma. per poteri conferiti, rispettivamente, con procura speciale autenticata, nella firma, dal notaio Ga. per atto n. rep. 284000, in data 26 novembre 2014 e procura speciale in data 1 ottobre 2013;

elettivamente domiciliata in Roma, Via (…), presso lo studio dell’avv. Pa.Ge. che la rappresenta e difende per procura alle liti in calce all’atto di appello notificato.

APPELLATA

OGGETTO: appello avverso la sentenza n. 11669/14 resa tra le parti dal Giudice di Pace di Roma il 26 maggio – 5 giugno 2014 – sinistro stradale e risarcimento danni.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La società SRA Ci. S.r.l. conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Roma, Ge. Assicurazioni S.p.A., proponendo appello, avverso la avverso la sentenza, n. 11669/14, resa tra le parti, dal Giudice di Pace di Roma, in data 26 maggio – 5 giugno 2014.

Assumeva l’appellante.

Con la impugnata sentenza, il primo giudice aveva ritenuto la carenza di legittimazione ad agire della odierna appellante, condannandola alla rifusione delle spese di lite in favore della odierna appellata.

Nello specifico.

Il 14 ottobre 2012, alle ore 10.00 circa, Ro.Am., alla guida della autovettura (…), targata (…) di proprietà di Ro.Va., assicurata, per la rea, con la Ge. S.p.A. percorrendo, in Roma, Via (…), entrava in collisione con il veicolo (…), targato (…), alla cui guida era la proprietaria, St.Di., assicurato, per la rea, con la In. S.p.a. che, nel percorrere a stessa strada, giunta alla altezza di Viale (…) nel tentativo di effettuare una manovra di inversione di marcia a “U”, improvvisamente tagliava la strada al veicolo di proprietà del Ro. causandogli danni di cui all’allegato 3 del fascicolo diparte attrice relativo al primo grado di giudizio.

I conducenti avevano sottoscritto il CID dal quale risultavano le dedotte modalità di accadimento del sinistro. Il Ro., aperto il sinistro con la propria assicurazione, cedeva il credito alla società deducente.

Il veicolo era stato visionato dalla assicuratrice che corrispondeva, alla deducente, l’importo di Euro 1.525,00 .avendo quantificato il danno in Euro 4.8212,44.

La richiesta del completamento del risarcimento era rimasta inevasa.
La deducente aveva convenuto in giudizio, dinanzi al primo giudice, la odierna appellante per il completo ristoro del danno (come ceduto).

La legittimazione ad agire era fondata su cessione del credito ritenuta idonea dalla stessa assicurazione che, nel giudizio, aveva descritto e documentato fotograficamente i danni nonché inoltrata fattura di riparazione degli stessi danni.

La domanda era stata respinta con condanna a rifusione delle spese di lite alla convenuta.
Questi, i motivi di appello.
a) Malgoverno dei principi di diritto e delle circostanze di fatto in punto di ritenuta carenza di legittimazione attiva.

Ciò detto concludeva per l’accertamento della propria legittimazione passiva; per l’accertamento della storicità del sinistro; per la liquidazione dei danni come da fattura emessa e per la condanna della appellata al pagamento dell’importo dovuto detratto quanto già corrisposto nella fase stragiudiziale.

Impugnava, altresì, anche la regolamentazione delle spese di lite (soccombenza) e la liquidazione della stessa, eccessiva e non congrua.

Concludeva per il favore delle spese di lite relative al doppio grado di giudizio da distrarsi all’avv. Pi.Al. che rendeva dichiarazione in tal senso. Si costituiva l’appellata.

Contestava, in fatto e in diritto, i motivi di appello di cui chiedeva il rigetto.

Assumeva la carenza di legittimazione attiva del cessionario. La non cedibilità di un credito inesistente e non ancora nella disponibilità del danneggiato.

La inadeguatezza della prova offerta in punto di modalità del sinistro di cui andava ritenuto quanto meno il concorso di colpa per mancato superamento della presunzione di pari responsabilità. La inadeguatezza della prova in punto di misura di danno. La irrilevanza del pagamento stragiudiziale.

Concludeva per il rigetto dell’appello e, in subordine, richiamava i criteri generali in punto di onere della prova.

Alla udienza del 7 gennaio 2016, sulle conclusioni rispettivamente rassegnate in atti, la causa era decisa con sentenza resa ex art. 281 sexies c.p.c., parte integrante del verbale di udienza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

L’appello è meritevole di accoglimento nei limiti di cui di seguito.

Legittimazione ad agire

Diversamente da quanto ritenuto dal giudice di prime cure la legittimazione ad agire del cessionario, va ritenuta.

Il credito da risarcimento del danno da sinistro stradale è suscettibile di cessione, in ossequio al principio della libera cedibilità del credito posto all’art. 1260 c.c. e ss.

Il principio è stato affermato con riferimento alla cessione del diritto di credito al risarcimento del danno patrimoniale, ponendosi in rilievo che esso è di natura non strettamente personale e che non sussiste specifico divieto normativo al riguardo

Il cessionario è stato pertanto ritenuto legittimato ad agire, in vece del cedente, per l’accertamento giudiziale della responsabilità dell’autore del sinistro e per la conseguente condanna del medesimo e del suo assicuratore per la r.c.a. al risarcimento dei danni (v. Cass. 13/5/2009, n. 11095; Cass. 10/1/2012, n. 51; Cass. 10/1/2012, n. 52. V. altresì, conformemente, Cass. 13/3/2012, n. 3965).

Il credito al risarcimento dei danni da un sinistro stradale, e per giunta con riferimento non a danni alla persona ma solo alla vettura, non può qualificarsi strettamente personale,e deve escludersi che esista una norma di legge che direttamente (o, anche, indirettamente) vieti la possibilità di una cessione.

Ove ricorra ipotesi di cessione onerosa, il cedente è infatti tenuto a garantire (solamente) il nomen verum, e cioè l’esistenza del credito al tempo della cessione (art. 1266 c.c.) (v. Cass. 10/1/2012, n. 51; Cass. 10/1/2012, n. 52).

Il relativo mancato riconoscimento per inesistenza o nullità non ridonda invero, si è sottolineato, sul piano della validità della cessione (così come la inesistenza della cosa di per sé non comporta normalmente la nullità del contratto), ma comporta il mancato conseguimento da parte del cessionario della titolarità del credito, rilevando pertanto in termini di inadempimento, e venendo se del caso a tradursi nel risarcimento del danno a carico del cedente (v. Cass. 5/11/2004, n. 21192).

Nel porsi in rilievo che il credito derivante da fatto illecito ha i caratteri del credito attuale, tant’è che gli interessi decorrono dal momento del fatto e non già del relativo accertamento giudiziale, si è ulteriormente osservato che certezza, liquidità ed esigibilità del credito sono attributi che non operano nella disciplina della cessione, ma sono previsti in relazione ad istituti diversi, come quello della compensazione (art. 1243 c.c.) (v. Cass. 5/11/2004, n. 21192).

A parte l’ipotesi ex art. U1 c.p.c., a tale stregua il cessionario può esercitare tutte le azioni previste dalla legge a tutela del credito, volte cioè ad ottenerne la realizzazione (v. Cass. 18/7/2006, n. 16383; Cass. 9/12/1971, n. 3554), invero spettantegli già in base al principio generale della tutela giurisdizionale dei diritti (v. Cass. 10/1/2012, n. 51; Cass. 10/1/2012, n. 52).

Il cessionario può fare dunque valere l’acquisito diritto di credito al risarcimento nei confronti del debitore ceduto non già in base al D. Lgs. n. 209 del 2005, art. 144, (e già alla L. n. 990 del 1969, art. 18), in relazione al quale non può invero propriamente parlarsi di cessione, bensì in ragione del titolo costituito dal contratto di cessione del credito, quale effetto naturale del medesimo (art. 1374 c.c.) (v. Cass. 10/1/2012, n. 51; Cass. 10/1/2012, n. 52).

Tale disciplina deve ritenersi trovare applicazione anche in caso di cessione di credito al risarcimento di danno non patrimoniale. Ormai da tempo non si dubita della trasmissibilità iure hereditatis del danno morale terminale (v. Cass. 22/2/2012, n. 2564; Cass. 20/9/2011, n. 19133; Cass. 17/12/2009, n. 26605; Cass. 6/8/2007, n. 17177; Cass. 19/2/2007, n. 3720; Cass. 31/5/2005, n. 11601) o anche c.d. catastrofale o catastrofico (conseguente alla sofferenza dalla stessa patita – a causa delle lesioni riportate – nell’assistere, nel lasso di tempo compreso tra l’evento che le ha provocate e la morte, alla perdita della propria vita: cfr., Cass. 21/3/2013, n. 7126; Cass. Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972), nonché del danno biologico terminale (v. Cass. 21/3/2013, n. 7126; Cass. 30/10/2009, n. 23053;Cass,, Sez. Un., 2/7/1955, n. 2034), una volta acquisiti dalla vittima nel proprio patrimonio.

La trasmissibilità iure hereditatis di tali diritti indubbiamente, depone nel senso di doversi corrispondentemente ammettere la relativa alienabilità anche mediante atti inter vivos.

In termini più generali.

A fronte della riconosciuta possibilità di circolazione mortis causa, del diritto (o della ragione) di credito da risarcimento del danno non patrimoniale non può negarsi l’ammissibilità della relativa circolazione altresì in ter vivos con la conseguenza che di tali diritti deve ammettersi l’alienabilità e la cedibilità da parte del titolare.

Le eccezioni normative al principio generale della libera cedibilità dei crediti, costituenti ius singulare non possono trovare applicazione “oltre i casi e i tempi in esse considerate” (cfr. art. 14 preleggi) e quindi in via analogica (Sentenza n. 19501 del 2009).

La avvenuta cessione (che nel concreto non è oggetto di contestazione ed emerge dalla documentazione versata in atti), ponevi cessionario,nella stessa condizione del creditore originario.

Ciò detto, va ritenuta la legittimazione ad agire dell’odierna appellante, che ha eseguito i lavori di riparazione dell’auto incidentata nel sinistro oggetto di causa ed è cessionaria del credito risarcitorio per atto del 15 ottobre2012. In base al principio generale della tutela giurisdizionale dei diritti, dunque, il cessionario può fare valere l’acquisito diritto di credito al risarcimento nei confronti del debitore ceduto (nel caso che ne occupa l’assicuratore del danneggiale) non già in base al D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 144, (e già alla L. n. 990 del 1969, art. 18), in relazione al quale non può invero propriamente parlarsi di cessione, bensì in ragione del titolo costituito dal contratto di cessione del credito, quale effetto naturale del medesimo (art. 1374 c.c.) (Sez. 3, Sentenza n. M del 2012)

Merito.

La cessione, non esonera il cessionario che agisca in sede giudiziale di dimostrare tutti i presupposti, di fatto e di diritto, che giustifichino l’accoglimento della domanda e, quindi, tra l’altro, che il sinistro si è verificato per fatto della parte antagonista, che dallo stesso sono derivati i danni lamentati. Nel concreto.

Sulle modalità del sinistro e sulla misura di danno, nel corso del giudizio di primo grado, sono stati acquisiti i seguenti elementi di prova.

1) Copia modello CID.

Responsabilità nella determinazione del sinistro.

Nella contestazione delle modalità del sinistro da parte della impresa di assicurazione, il modello Cai versato in atti non, da solo, è sufficiente a far ritenere superata la presunzione di pari responsabilità. Misura del danno.

Gli elementi di prova, pur complessivamente valutati, non sono idonei ad una corretta stima del danno. Quanto al CAI.
La freccia apposta sulla rappresentazione della auto, segnala la presenza del danno nella parte angolare anteriore destra dell’auto. Tale descrizione, è del tutto generica e non consente di procedere alla liquidazione del danno neppure a mezzo di consulenza tecnica.

Né vale a dimostrare la natura e l’entità dei danni il contenuto della fattura prodotta dalla parte, per la riparazione dei danni stessi.

In quanto scrittura privatala fatturaci sensi dell’art. 2702 c.c., solo nei confronti delle parti processuali che siano anche sottoscriventi, fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza delle dichiarazioni da chi l’ha sottoscritta ma in ogni caso, tale efficacia probatoria non si estende alla veridicità della dichiarazione.

Per altro verso.

La fattura azionata, in quanto emessa e quietanzata dalla stessa autocarrozzeria che è divenuta, a seguito di cessione del credito, parte della controversia, per lavori asseritamente effettuati in favore della cedente proprietario dell’auto danneggiata, non ha neppure valore di indizio, configurando la mera rappresentazione della parte del giudizio della misura di danno azionata.

Neppure la documentazione fotografica versata in atti aggiunge elementi di prova.

Essa, infatti, è muta con riguardo alla riconducibilità causale dello stato della autovettura raffigurato (per latro già in fase di riparazione e completamente smontata) e dunque priva di valenza probatoria sia con riguardo alle modalità del sinistro sia con riguardo alla misura di danno riportata in sinistro.

Pertanto nella ferma contestazione della impresa di assicurazione in ordine alla misura di danno azionata (nella ritenuta congruità dell’importo già corrisposto), in difetto di ulteriori elementi che ne confortino la credibilità e l’attendibilità, tale fattura non può fornire elementi di convincimento in ordine alla riconducibilità dei danni riparati al sinistro e alla misura degli stessi, ed essere utilizzata a fondamento di una decisione.

Né è possibile, per la liquidazione del danni ricorrere a CTU.

Questa, infatti, non è un mezzo di prova, ma uno strumento nella disponibilità del giudice che può diventare fonte di prova solo quando quest’ultima sia per la parte impossibile o estremamente difficoltosa mentre non può essere disposta per sopperire alla inattività delle parti.

Neppure è ipotizzabile il ricorso al potere discrezionale di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli artt. 1226 e 2056 c.c., espressione del più generale potere di cui all’art. 115 c.p.c. che fa luogo non già ad un giudizio di equità ma ad un giudizio di diritto caratterizzato dalla cosiddetta equità giudiziale correttiva o integrativa che, pertanto, da un lato, è subordinato alla condizione che risulti obbiettivamente impossibile o particolarmente difficile per la parte interessata provare il danno nel suo preciso ammontare, dall’altro non comprende anche l’accertamento del pregiudizio della cui liquidazione si tratta, presupponendo già assolto l’onere della parte di dimostrare la sussistenza e l’entità materiale del danno, né esonera la parte stessa dal fornire elementi probatori e dati di fatto dei quali possa ragionevolmente disporre affinché l’apprezzamento equitativo sia, per quanto possibile, ricondotto alla sua funzione di colmare solo alcune lacune insuperabili nell'”iter” della determinazione dell’equivalente pecuniario del danno (cfr. C. Cass. Sez. 2 sent. n. 13288 del 7 giugno 2007).

Quanto al danno da noleggio di auto sostitutiva. Non c’è prova del danno.

Non vi è prova che la spesa per la voce di danno in esame sia stata sostenuta dalla appellante.

Né può ritenersi, dall’esame dell’oggetto sociale della appellante, che potesse svolgere attività di noleggio auto.

Per altro verso.

Non è provata la necessità del noleggio, la durata della locazione e la epoca in cui tale locazione sarebbe avvenuta (elementi fattuali indispensabili ai fini di valutare la riconducibilità e la congruità della voce di spesa al sinistro).

Tutto quanto premesso in punto di diritto, va ritenuta la mancata prova della misura del danno e la domanda della autocarrozzeria di risarcimento di tale danno in misura superiore rispetto a quella liquidata in sede stragiudiziale, va respinta.

Le spese di lite.

Si compensano con riguardo ad entrambi i gradi del giudizio in ragione della reciproca soccombenza (domanda di maggior danno ed eccezione di difetto di legittimazione attiva).

P.Q.M.

Il giudice, definitivamente pronunciando sull’appello come in atti proposto da Ci. s.r.l. nei confronti di Ge. Assicurazioni S.p.a., avverso la sentenza, resa tra le parti, dal Giudice di Pace di Roma, n. 11669/14, in data 26 maggio – 5 giugno 2014, ogni diversa istanza disattesa, così provvede:

– In riforma della impugnata sentenza e in parziale accoglimento dell’appello, accerta la legittimazione ad agire della SR. Ci. s.r.I.

– Rigetta la domanda di maggior danno S.R.A. Ci. S.r.l.

– Compensa le spese di lite relativamente al doppio grado di giudizio. La presente sentenza, resa ex art. 281 sexies c.p.c., è parte integrante del verbale di udienza in pari data.

Così deciso in Roma il 7 gennaio 2016. Depositata in Cancelleria il 7 gennaio 2016.

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