La famiglia di fatto
Professionisti
7 Mag 2016
 
L'autore
Edizioni Simone
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

La famiglia di fatto

La convivenza more uxorio: il riconoscimento dei diritti deriva da una condotta spontanea, in assenza di una legge organica in materia.

 

La convivenza di fatto, con il reciproco riconoscimento di diritti che si viene progressivamente consolidando nel tempo, e con la concretezza di una condotta spontaneamente attuata — dà vita a un autentico consorzio familiare.

 

 

Il rapporto di famiglia in generale

Pur mancando una legge organica sulla convivenza non fondata sul matrimonio, il legislatore non ha mancato di disciplinare settori di specifica rilevanza della stessa, anche al di là della filiazione (dove l’eliminazione di ogni residua discriminazione tra i figli è stata sancita, nel rispetto dell’art. 30 Cost., dalla L. 219/2012). Basti pensare all’art. 199 c.p.p. (facoltà di astenersi dal deporre concessa al convivente dell’imputato), agli artt. 342bis e 343ter c.c. introdotti dalla L. 154/2001 (estensione al convivente degli ordini di protezione contro gli abusi familiari), all’art. 6 L. 184/1983 (effetti della convivenza precedente al matrimonio sulla stabilità del vincolo ai fini dell’adozione) e all’art. 408 c.c. (l’amministratore di sostegno può essere anche la persona stabilmente convivente). Soprattutto, è stata la giurisprudenza costituzionale a sottolineare che un consolidato rapporto di fatto non è costituzionalmente irrilevante, quando si abbia riguardo al rilievo offerto al riconoscimento delle formazioni sociali e alle conseguenti manifestazioni solidaristiche (art. 2 Cost.) (sent. n. 237/1986), e a ribadire che «per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico» (sent. 138/2010).

 

La convivenza more uxorio è fonte di diritti e obblighi nei confronti di ciascun convivente. In particolare:

 

– è escluso il diritto del convivente di ottenere la restituzione delle attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso delle convivenza (Cass. 11330/2009);

 

– il convivente ha diritto al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale per la morte del compagno o della compagna provocata da un terzo (Cass. 23725/2008);

 

– la convivenza intrapresa dal coniuge separato o divorziato assume rilevanza ai fini dell’assegno di mantenimento e di quello di divorzio (Cass. 3923/2012);

 

– il convivente di fatto non rientra tra i successori legittimi;

 

– il convivente gode della casa familiare, di proprietà del compagno o della compagna, per soddisfare un interesse proprio, oltre che della coppia, sulla base di un titolo a contenuto personale che assume i caratteri della detenzione qualificata;

 

– i genitori hanno il diritto e l’obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli nati fuori dal matrimonio.

 

La qualità di convivente more uxorio del comodatario di un appartamento destinato ad abitazione consente al convivente di esercitare anche l’azione di spoglio (art. 1168), in quanto la convivenza determina, sulla casa nella quale si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, avente titolo in un negozio giuridico di tipo familiare (Cass. 7/2014).

 

 

Cade l’assegno di divorzio in caso di nuova convivenza di fatto del beneficiario

Fino al 2011 la Cassazione aveva affermato che la regola secondo cui il diritto all’assegno si estingue in caso di nuove nozze del titolare (art. 5, co. 10, L. 898/1970) non potesse applicarsi in caso di convivenza more uxorio dell’ex coniuge. Tuttavia, quel rapporto assumeva rilevanza per l’apporto economico che era in grado di fornire all’ex coniuge in termini di stabilità economica, al pari dell’assistenza prestata dalla famiglia di origine del beneficiario dell’assegno.

 

Tale rilevanza poteva arrivare fino al punto di determinare la «quiescenza» del diritto all’assegno laddove la nuova convivenza garantisse all’ex coniuge un tenore di vita analogo o più elevato rispetto a quello goduto durante il matrimonio. Questa impostazione ha subito un mutamento con Cass. 17195/2011, la quale ha stabilito che anche un rapporto di convivenza, laddove assuma i connotati della stabilità e della continuità e si trasformi, perciò, in una famiglia di fatto, rescinde ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso. Se tale convivenza assume i connotati di stabilità e continuità e i conviventi elaborino un progetto e un modello di vita in comune (analogo a quello che, di regola, caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio), si trasforma in una vera e propria famiglia di fatto e i presupposti dell’assegno divorzile vengono meno, poiché si rescinde ogni legame con il tenore e il modello di vita del precedente matrimonio.

 

Questo stato della giurisprudenza ha subìto una significativa evoluzione a seguito di Cass. 6855/2015, la quale ha confermato che anche un rapporto di convivenza, laddove assuma i connotati della stabilità e della continuità e si «trasformi» perciò in una vera e propria famiglia di fatto», rescinde ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso. Inoltre, la pronuncia ha fatto un passo in avanti, facendo propria l’idea di un’incidenza automatica sul diritto all’assegno post-matrimoniale della convivenza more uxorio stabilmente e continuativamente intrapresa dall’ex coniuge, senza dunque che si debba avere riguardo all’influenza di quel rapporto sul tenore di vita dell’ex coniuge beneficiario: il parametro dell’adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale non può che venir meno di fronte all’esistenza di una famiglia di fatto, perché i partner danno vita pur sempre a un progetto e a un modello di vita in comune analogo a quello che di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio, e cioè a un progetto di arricchimento e potenziamento reciproco della personalità dei conviventi e di trasmissione di valori educativi ai figli, un progetto di vita in comune in forza del quale la mera convivenza si trasforma in una vera e propria famiglia di fatto.

 

Manuale-di-Istituzioni-di-Diritto-Privato


 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti