Misure contro la violenza nelle relazioni familiari
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6 Mag 2016
 
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Misure contro la violenza nelle relazioni familiari

Misure giurisdizionali per prevenire e combattere violenze e abusi familiari.

 

La L. 4 aprile 2001, n. 154 (Misure contro la violenza nelle relazioni familiari) ha introdotto, nel libro I del codice civile, il titolo IXbis, sotto la rubrica «Ordini di protezione contro gli abusi familiari», costituito da due norme: gli artt. 342bis e 342ter.

 

L’articolo 342bis stabilisce che quando la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente, il giudice, su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di cui all’art. 342ter.

Quest’ultimo, a sua volta, stabilisce, al comma 1, che il giudice, con il suddetto decreto, ordina al coniuge o convivente, che ha tenuto la condotta pregiudizievole, la cessazione della stessa e dispone l’allontanamento dalla casa familiare del coniuge o del convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole prescrivendogli altresì, ove occorra, di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall’istante, e in particolare al luogo di lavoro, al domicilio della famiglia d’origine, ovvero al domicilio di altri prossimi congiunti o di altre persone e in prossimità dei luoghi di istruzione dei figli della coppia, salvo che questi non debba frequentare i medesimi luoghi per esigenze di lavoro.

 

Al comma 3 è previsto che con il medesimo decreto il giudice stabilisce la durata dell’ordine di protezione, che decorre dal giorno dell’avvenuta esecuzione dello stesso.

 

La misura di protezione, a seguito delle modifiche introdotte dall’art. 10 D.L. 23-2-2009, n. 11, non può essere superiore a un anno (in passato era previsto un termine massimo di 6 mesi) e può essere prorogata, su istanza di parte, soltanto se ricorrano gravi motivi per il tempo strettamente necessario.

 

La giurisprudenza considera irrilevante l’indagine sulle cause dei comportamenti censurati dall’art. 342bis e sulle rispettive colpe nella determinazione della situazione.

 

 

Focus

Cass. 2400/2015 ha confermato il diniego alla richiesta di pubblicazioni matrimoniali fra persone dello stesso sesso, affermando, tuttavia, che l’unione omo-affettiva riceve «un diretto riconoscimento costituzionale dall’art. 2 Cost.» e che «può acquisire un grado di protezione e tutela equiparabile a quello matrimoniale in tutte le situazioni nelle quali la mancanza di una disciplina legislativa determina una lesione dei diritti fondamentali».

 

I giudici ribadiscono che nel nostro sistema legislativo il matrimonio fra persone dello stesso sesso non è previsto mentre il «nucleo affettivo-relazionale che caratterizza l’unione omo-affettiva, invece, riceve un diretto riconoscimento costituzionale dall’art. 2 Cost. e mediante il processo di adeguamento e di equiparazione imposto dal rilievo costituzionale dei diritti in discussione, può acquisire un grado di protezione e tutela equiparabile a quello matrimoniale in tutte le situazioni nelle quali la mancanza di una disciplina legislativa determina una lesione di diritti fondamentali scaturenti dalla relazione in questione». I giudici aggiungono che «per questa ragione la Cassazione ha escluso la contrarietà all’ordine pubblico del titolo matrimoniale estero pur riconoscendone l’inidoneità a produrre nel nostro ordinamento gli effetti del vincolo matrimoniale», ricordando che «l’operazione di omogeneizzazione può essere svolta dal giudice comune e non soltanto dalla Corte costituzionale in quanto tenuto a un’interpretazione delle norme non solo costituzionalmente orientata ma anche convenzionalmente orientata».

Dunque, pur ritenendo di non potere assicurare direttamente una congrua tutela antidiscriminatoria (come ritenuto, invece, dalla maggioritaria giurisprudenza americana), i giudici italiani tornano a sollecitare il legislatore e tornano a sottolineare il loro impegno ad assicurare alle coppie gay e lesbiche un grado di tutela equiparabile a quello matrimoniale ogniqualvolta siano in gioco i diritti fondamentali.

 

L’affermazione che il grado di tutela debba essere «equiparabile a quello matrimoniale» rappresenta un’affermazione di grande rilievo, una vera e propria indicazione per il legislatore alle prese con la forma di tutela giuridica necessaria per le coppie dello stesso sesso.

 

L’obbligo del genitore naturale di concorrere al mantenimento del figlio sorge al momento della sua nascita, anche se la procreazione sia stata accertata con sentenza soltanto in un secondo momento (Cass. 27653/2011), perché l’obbligo dei genitori di mantenere i figli (artt. 147 e 148 c.c.) sussiste per il solo fatto di averli generati e prescinde da qualsiasi domanda.

La conseguenza è che, anche nell’ipotesi in cui, al momento della nascita, il figlio sia riconosciuto da un solo genitore, il quale perciò sia tenuto a provvedere per intero al suo mantenimento, non viene meno l’obbligo di mantenimento dell’altro genitore per il periodo anteriore alla dichiarazione giudiziale di paternità o maternità naturale (Cass. 26205/2013).

 

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