È estorsione ricattare i dipendenti con il licenziamento
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6 Mag 2016
 
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È estorsione ricattare i dipendenti con il licenziamento

Commette reato il datore che minaccia i lavoratori di licenziarli se questi non accettano le condizioni di contratto e lo stipendio ridotto.

 

Prendere o lasciare” non è una frase che può dire il datore di lavoro: minacciare, infatti, i dipendenti di licenziamento se non accettano le condizioni capestro dettate dall’azienda costituisce reato di estorsione. A chiarirlo è una sentenza della Cassazione [1] pubblicata ieri.

 

Il caso emblematico è quello del datore che imponga ai lavoratori di accettare un salario inferiore rispetto a quello sindacale o turni massacranti o straordinari senza l’adeguato compenso. Non poche volte, poi, succede che l’azienda faccia figurare in busta paga un determinato stipendio quando poi, nella realtà, eroga una somma ridotta. Specie al Sud, in alcune aziende, è invalsa l’infelice pratica di versare sul conto corrente del dipendente tutto l’ammontare di retribuzione riportato sul cedolino, salvo l’obbligo per quest’ultimo di restituirne una parte in contanti, in modo da evitare anche il problema della prova dell’integrale pagamento.

 

Un’altra ipotesi piuttosto frequente è quella dell’assunzione subordinata alla firma, da parte dell’aspirante, di una lettera in bianco di dimissioni (pratica che, tuttavia, con l’attuale metodo delle dimissioni online, dovrebbe essere ormai superata).

 

Ebbene, secondo la giurisprudenza, in questi casi e in tutti gli altri in cui il comportamento dell’azienda va a intaccare la dignità e il rispetto dei diritti più elementari di un lavoratore, può configurarsi il reato di estorsione qualora l’imprenditore paventi il rischio di un licenziamento per chi non sottostà alle dure regole. Non rileva che l’azienda versi in condizioni economiche difficili e richieda sacrifici anche da parte dei dipendenti. È indifferente anche il fatto che sia intercorso un “accordo” tra datore di lavoro e dipendenti, in base al quale questi ultimi abbiano deciso di accettare le condizioni capestro. L’accordo, secondo la definizione del codice civile, prevede volontà libere, mentre invece, nel caso dei dipendenti minacciati di perdere il lavoro, non si può parlare di alcuna libertà di scelta. E se la regola ha una sua validità e importanza nel campo civile appare chiaro come debba necessariamente avere una rilevanza penale il ricatto (e quindi le condizioni lavorative proposte) dal momento che in questo caso oggetto della contesa non è un bene materiale ma in gioco c’è la dignità della persona.

 

 

Quando scatta l’estorsione

Secondo la Cassazione, integra il reato di estorsione anche la condotta del datore di lavoro che, prima della conclusione del contratto, impone al lavoratore oppure induce il lavoratore ad accettare condizioni contrarie a legge ponendolo nell’alternativa di accettare quanto richiesto ovvero di subire il male minacciato. Anche a volere convenire che l’accettazione da parte dei lavoratori di una retribuzione più bassa rispetto a quella risultante in busta paga non basti di per sé sola a dare prova di una coercizione, non è la forma della “libera” pattuizione a trasformare un semplice illecito civile nel reato di estorsione, bensì la modalità, resa chiara fin dall’assunzione e ribadita in costanza di rapporto, di concreta attuazione, mese dopo mese, della possibilità di licenziamento.


[1] Cass. sent. n. 18727/16 del 5.05.2016.

 


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Commenti
7 Mag 2016 Nicoletta Bembi

Buongiorno, mi piacerebbe sapere se questo vale anche per chi si è trovato a firmare un ” verbale di concordato” per fallimento azienda ed acquisizione in nuova azienda con contratto ex novo (partendo da zero, stipendio decurtato) sempre con lo stesso ccnl, ovvero: rinuncia a scatti di anzianità, qualifica e mansioni maturati precedentemente..il tutto con il beneplacito delle rappresentanze sindacali! Grazie a chi mi risponderà e mi indirizzerà a chi rivolgerci.