Lasciare genitori o nonni anziani a vivere da soli: cosa si rischia?
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7 Mag 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Lasciare genitori o nonni anziani a vivere da soli: cosa si rischia?

Vivo da alcuni anni con i miei nonni 70enni ma a breve dovrò mi trasferirmi all’estero per motivi di lavoro. I miei nonni non hanno problemi economici ma il nonno è malato ed ha problemi di mobilità perciò è la nonna che si occupa di lui in tutto e per tutto. Poiché ho letto che è considerato reato l’abbandono di un soggetto incapace, anche per vecchiaia, vorrei sapere se possono esserci delle conseguenze penali dovute al mio trasferimento.

  

La risposta al quesito pone la necessità di chiarire quali siano in linea generale i presupposti e i confini del reato di abbandono di persona incapace [1] al fine di raffrontarli, poi, alla specifica situazione familiare delineata dal lettore, quale congiunto più vicino agli anziani nonni.

 

Quali sono i presupposti del reato di persona incapace

Tale norma punisce (con la pena della reclusione da 6 mesi a 5 anni) tutti coloro i quali, in ragione della particolare posizione giuridica che rivestono (ad esempio il personale ospedaliero di una struttura di ricovero), sono tenuti alla custodia e alla cura di una persona incapace di provvedere a se stessa.

In particolare, quando la legge parla di “custodia” fa riferimento a quel dovere (anche temporaneo o occasionale) di sorveglianza diretta e immediata dell’incapace, mentre con la parola “cura” essa si riferisce a prestazioni protettive di tipo particolare dovute nei riguardi di soggetti che abbiano specifiche esigenze (si pensi ai portatori di specifiche patologie, com’è nel caso del nonno del lettore).

 

La legge mira, in tal modo, a tutelare la vita e l’incolumità individuale di soggetti non in grado di provvedere a se stessi in modo autonomo quali (oltre ai minori di 14 anni, per i quali l’incapacità è presunta) tutte le persone incapaci a causa di malattia (fisica o mentale) oppure per altra causa (ad esempio l’età avanzata).

Va detto tuttavia, che tale incapacità non deve essere intesa nella sua accezione strettamente giuridica (ad esempio quando sia l’effetto di una pronuncia di interdizione da parte del giudice) ma nel senso di incapacità naturale; ossia come la condizione che, di fatto, impedisce al soggetto di disporre di tutti gli strumenti (fisici e cognitivi) necessari per salvaguardare la propria incolumità (si pensi all’anziano con perdite di memoria che possa lasciare il gas acceso o a quello che, impossibilitato a deambulare, non sia in grado, da solo, di fuggire da una situazione di pericolo). Condizione questa che può senz’altro ascriversi alla situazione in cui versa attualmente il nonno del lettore.

 

L’abbandono di questi soggetti può consistere in qualsiasi condotta che si ponga in contrasto con il dovere giuridico di assistenza nei loro riguardi. Esso può dunque consistere:

 

– nel lasciare curare e custodire l’incapace da un soggetto che non abbia le capacità di farlo; si pensi al caso in cui il nonno, in ragione della sua malattia, richieda delle specifiche cure quotidiane (di tipo infermieristico) che invece chi se ne occupa (la moglie) non sia in grado di prestargli;

 

– nell’impedire il pronto intervento di altri soggetti, teso evitare il pericolo quando se ne ponga la necessità (in tal caso si parla di omissione). A titolo di esempio, è stata condannata per il suddetto reato una donna che, pur essendo rimasta per tutta la notte accanto al marito (vittima di una caduta), aveva chiamato un’ambulanza solo dopo molte ore dal fatto [2];

 

– nell’interrompere la assistenza prestata fino a quel momento (ciò avverrebbe se, d’improvviso, il nonno del lettore fosse lasciato in balia di se stesso);

 

– nel non prestare alcuna assistenza all’incapace (si parla in tal caso di abbandono totale);

 

– nel prestare un’assistenza inadeguata alle necessità del soggetto (è questo il c.d. abbandono parziale); tale può considerarsi l’ipotesi in cui l’incapace riceva solo le cure “essenziali” alla sopravvivenza, venendo per il resto lasciato in una situazione di degrado.

 

Il reato in questione è detto “di pericolo” in quanto la legge punisce la condotta dell’abbandono indipendentemente dal verificarsi di una lesione o della morte della persona incapace; circostanze queste che, invece, rappresentano solo una aggravante del reato (in tali casi, infatti, la pena è rispettivamente aumentata da 1 a 6 anni e da 3 ad 8 anni), con ulteriore aumento della stessa quando il soggetto che abbia posto in essere l’abbandono sia particolarmente vicino alla vittima trattandosi del genitore, del figlio, del tutore o del coniuge.

Può ben trattarsi, perciò, di un pericolo anche solo potenziale (si pensi al caso dell’anziano che venga lasciato di notte da solo pur sapendo che non sarebbe in grado di alzarsi da solo neppure per recarsi in bagno).

 

Quanto all’atteggiamento psicologico che deve accompagnare chi compie detto reato, è necessario – ai fini della punibilità del soggetto imputato – che egli abbia avuto coscienza e volontà di lasciare il soggetto incapace privo di custodia insieme alla consapevolezza di esporlo ad una situazione di pericolo per via della sua incapacità, senza che però aver avuto intenzione di provocarne le lesioni o peggio la morte; situazioni queste che determinerebbero, invece, la ricorrenza dei diversi reati di lesioni o di omicidio.

Il reato non sussiste, invece, in tutti quei casi in cui possa escludersi la situazione di pericolo. Ciò potrà avvenire quando il soggetto tenuto alla custodia dell’incapace provi di aver vigilato sui suoi comportamenti (attuali o potenziali) e di essersi preso cura dei suoi bisogni, così da prevenire eventuali pericoli secondo la sua capacità in rapporto alle circostanze di tempo e luogo.

 

 

Il caso del figlio o nipote che lascia la casa degli anziani

Ciò detto in via preliminare, occorre valutare le suddette situazioni oggettive e soggettive sussistano in relazione al caso specifico illustrato dal lettore.

La prima domanda da porsi è se gli anziani in questione, per le condizioni di salute ed età possano entrambi rientrare nella sfera delle persone bisognose della cura e assistenza annoverate dalla norma sopra esaminata.

Da quanto descritto nel quesito sembrerebbe di no, atteso che detta situazione di incapacità pare sussistere – almeno per il momento – solo in capo al nonno; e ciò, non tanto per l’età (non poi così avanzata) ma piuttosto in ragione della malattia di cui è portatore.

Stessa cosa, invece, non sembra potersi dire riguardo alla nonna, la quale non solo è in grado di gestirsi da sola, ma segue il marito “in tutto e per tutto”. Né si può ritenere che l’età di 70 anni possa di per sé considerarsi tale da renderla un soggetto naturalmente incapace.

 

Ovviamente ciò vale nella misura in cui il lettore abbia la consapevolezza (c.d. elemento psicologico del reato) che la donna sia effettivamente in grado di occuparsi del marito e ciò non rappresenti per lei un onere fisico e psicologico insostenibile, tenuto conto delle forze e dello stato di salute in cui attualmente versa.

Se così è, almeno per il momento, non ritengo che si possa individuare sul nipote il dovere di cura e di sorveglianza nei riguardi del nonno, ma semmai che tale soggetto vada individuato nella nonna. E d’altronde la stessa legge annovera proprio il coniuge tra i soggetti più vicini alla persona bisognosa di cure, nei confronti dei quali fa intervenire l’aggravante del reato. A riguardo, ad esempio, la Suprema Corte ha confermato la condanna di una donna che risultava aver abbandonato il marito, incapace di badare a se stesso per l’età avanzata e per motivi di salute, essendo questi rinvenuto solo in casa in stato di grave degrado anche igienico [3].

 

 

Alcuni consigli pratici

E’ naturale che quando l’attuale situazione verrà a mutare (o per la premorienza della nonna al marito o semplicemente perché, con l’avanzare dell’età o il subentrare di problemi di salute, la donna non sarà più in grado di attendere alle cure dell’uomo, allora dovrà essere cura del lettore (in quanto, come sembra di capire, familiare più prossimo) predisporre tutte le tutele del caso, preoccupandosi di individuare la forma di protezione più adeguata alla situazione.

Essa potrà consistere, ad esempio, nel mettere a disposizione dei due anziani nonni una specifica forma di assistenza domiciliare e/o chiedere al giudice tutelare la nomina di un amministratore di sostegno che amministri, in suo luogo (e con obbligo di rendiconto periodico), il loro patrimonio; in alternativa, potrà decidere di disporre il ricovero dei nonni in una casa di cura per anziani.

 

Certamente, insomma, né l’attuale situazione, né quella (prevedibilmente) peggiorativa futura potrà limitare il diritto del lettore di trasferirsi all’estero, sempre che, tuttavia, questi abbia cura di predisporre sin da ora, ossia tutte le possibili misure preventive onde evitare di incorrere in futuro in possibili responsabilità, anche conseguenti ad eventuali “segnalazioni” di abbandono fatte alle autorità da parte di sanitari, conoscenti o altri familiari.

 

Il consiglio per il lettore è quindi in primo luogo di parlare sin da ora con i vicini e con i medici che hanno in cura i nonni, anche lasciando loro i  propri recapiti, in modo che essi abbiano la chiara percezione che, per ogni eventualità, potranno sempre avere nel giovane un riferimento; un altro suggerimento è quello di monitorare, una volta partito, la situazione dei due anziani, cercando di mantenere costanti (meglio se quotidiani) contatti telefonici con loro. Ciò rappresenterebbe, infatti, il primo presupposto per esonerare il lettore da qualsiasi responsabilità ove dovesse verificarsi un evento infausto; si pensi, ad esempio, ad un malore della nonna che non le permetta di chiedere aiuto né per sé né per il marito, facendo intervenire i soccorsi in tempi debiti (in un caso del genere, infatti, potrebbero anche trascorrere dei giorni prima che qualcuno noti qualcosa di anomalo e faccia le dovute segnalazioni).

Se poi il lettore riuscisse, anche con l’aiuto di qualche giovane conoscente, ad avere periodici contatti Skype con i nonni (al fine di dar loro una minor percezione della grande distanza che seguirà al suo imminente trasferimento) sicuramente la cosa non potrebbe che essere di maggior giovamento agli anziani anche sul piano psicologico. Si tratta, peraltro, questa di una forma di comunicazione espressamente disposta da alcuni tribunali [4] nei casi in cui, stante la distanza oggettiva tra le residenze (spesso legata alla separazione tra i genitori), i nonni abbiano rivendicato il proprio diritto ad avere rapporti con i nipoti.


[1] Art. 591 cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 10126/95.

[3] Cass. sent. 31905/09 e n. 2149/14.

[4] Ex multis Trib. Nicosia, decr. 22.4.08.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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