Avvocato, che significa quello che c’è scritto sulla sentenza?
Editoriali
9 Mag 2016
 
L'autore
Angelo Greco
 


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Avvocato, che significa quello che c’è scritto sulla sentenza?

Il legalese: questo linguaggio sconosciuto al popolo. La Legge non ammette ignoranza, ma non fa nulla per contrastarla.

 

Questa mattina è venuto, al mio studio, un amico per chiedermi di “tradurgli” una sentenza poiché – sosteneva – il rapporto di fiducia con il proprio avvocato era, nel frattempo, venuto meno e lui non era in grado di comprenderne il contenuto. Mi consegna il foglio di circa cinque pagine scritte al computer, con tanto di firma digitale a margine, in perfetto “legalese”.

 

Il “legalese”, per chi non lo sapesse, è una lingua. Proprio come esiste il francese, l’inglese, il dialetto stretto, esiste anche il legalese. Non è solo l’utilizzo di termini tecnici che, nella gran parte dei casi, sono incomprensibili per chi non ha studiato legge. È proprio la costruzione della frase, dove il punto diventa più raro di una pepita d’oro; l’uso smodato e spesso inutile del latino quando, a volte, gli stessi concetti potrebbero ben essere espressi in italiano; la prodigalità di avverbi; l’impiego di determinate forme della lingua ormai desuete; l’utilizzo di giochi retorici e di perifrasi pompose, comprensibili solo a chi conosce i fatti dello specifico processo (se volete un esempio, andate in nota [1]).

 

Se, ai tempi del liceo, avessi scritto un tema con questo stesso linguaggio non avrei mai superato un solo esame di lingua italiana. E lo stesso, credo, sarebbe successo all’università, nonostante si trattasse di studi di giurisprudenza.

 

Insomma, il legalese è una lingua che possono comprendere solo gli avvocati, i giudici, i notai e qualche commercialista preparato. Tutti gli altri sono completamente esclusi, ivi comprese le parti del processo, quelle cioè che hanno pagato per ottenere una sentenza ed a cui la giustizia dovrebbe rivolgersi in via immediata. Ma, per quanto paradossale possa essere, il giudice non ritiene quasi mai di parlare a chi gli si è rivolto: al contrario, gli gira le spalle e spiega le sue motivazioni solo  all’avvocato-intermediario. Un po’ come se ognuno di noi, per confessarsi, avesse bisogno di un altro soggetto che, dopo aver tradotto, al parroco, in linguaggio canonico, i suoi peccati, gli spiegasse i consigli e le penitenze che questi intende fornirgli.

 

Vi diranno che l’avvocato è l’intermediario tra il cittadino e la legge. Ma questo non è vero o, meglio, non è corretto. Lo è solo sul piano processuale e non su quello sostanziale: il cittadino – in base alla nostra legge – non può fare causa da sé (salvo rare ipotesi), ma ha bisogno di un difensore. Ciò, non vuol dire, nello stesso tempo, che per comprendere le leggi e le sentenze egli debba avere bisogno di un intermediario che gliele spieghi. Tanto più che, se sbaglia, a pagarne le conseguenze è egli stesso e non il suo avvocato.

Questo paradosso ha ragioni storiche. Ai tempi degli antichi romani, chi aveva i soldi per pagare gli avvocati era anche quella fetta di popolo che non aveva neanche il tempo per occuparsi dei propri affari e, quindi, li delegava, rinunciando così alla comprensione dei meccanismi legali. L’intermediazione degli avvocati si è andata via via radicalizzando sino a diventare “strutturale” all’interno della nostra società.

 

Oggi, come noto, la legge non ammette ignoranza. Ma la legge non fa nulla per contrastare l’ignoranza. Anzi, la accresce. Da quando esercito questa professione, ho avuto poche volte il piacere di leggere una sentenza in cui si percepisse lo sforzo del giudice di farsi comprendere dalle parti, da coloro cioè che avevano chiesto il suo intervento. Il magistrato si esprime con una serie di strumenti che solo l’avvocato può comprendere, il che dimostra la sua totale indifferenza al fatto che le parti (il popolo) possa comprenderlo o meno.

 

In definitiva, il legale è, per antonomasia, la lingua di chi non vuole comunicare. E, quindi, dell’egoismo e dell’indifferenza. O, peggio, in alcuni casi, della superbia.


[1] Così si esprime il più alto collegio dei giudici italiani: “L’anticipazione in via provvisoria, ai fini esecutivi, degli effetti discendenti da statuizioni condannatorie contenute in sentenze costitutive, non è consentita, essendo necessario il passaggio in giudicato, soltanto nei casi in cui la statuizione condannatoria è legata all’effetto costitutivo da un vero e proprio nesso sinallagmatico (come nel caso di condanna al pagamento del prezzo della compravendita nella sentenza sostitutiva del contratto definitivo non concluso), è invece consentita quando la statuizione condannatoria è meramente dipendente dall’effetto costitutivo, essendo detta anticipazione compatibile con la produzione dell’effetto costitutivo nel momento temporale successivo del passaggio in giudicato (come nel caso di specie riguardante la condanna di un istituto di credito alla restituzione delle somme di denaro ricevute da un istituto di credito a seguito di atti solutori dichiarati inefficaci ai sensi dell’art. 67 legge fall.)”.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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Commenti
10 Mag 2016 Francesco Sanna

Di tutto quel che si può comprendere dalla cazzata, pardon, nota 1, è che tutta la farsa è sottoposta a contratti commerciali, con conseguente fregature della parte, sia essa vincente o perdente, RISULTA essere sempre perdente perché pagante.
Ergo, visto che tutto è contratto e commercio, lo stesso venga regolamentato dalle normative vigenti internazionali, a cui l’Italia stessa si adegua da recita art. 10 costituzione, e cioè UCC (uniform commercial code) 1-103, 1-105, 1-109 etc etc, in cui le responsabilità sono individuali, illimitate e personali, così da giocarci la eventuale sentenzia, o stronzata che dirsi voglia , da individuo a individuo, tralasciando in tal caso il diritto positivo ed applicando il diritto superiore, riconosciuto dalla stessa ITALIA., preclusa peraltro ed anche confermata come corporazione PRIVATA iscritta al SEC (Security Exchange of Commission).
Ma di che leggi e sentenze, o meglio, prese per culo, vogliamo parlare???