Per la pensione di reversibilità, requisiti in capo al defunto
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9 Mag 2016
 
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Per la pensione di reversibilità, requisiti in capo al defunto

Per percepire la pensione di reversibilità è sufficiente che i requisiti contributivi ed anagrafici fossero posseduti dal soggetto defunto e non anche dal superstite.  

 

Il parente superstite ha diritto alla pensione di reversibilità del parente defunto anche se non ha i requisiti per andare in pensione: difatti, secondo una sentenza della Cassazione di qualche giorno fa [1], la pensione di reversibilità spetta in base alle condizioni dei contributi propri del lavoratore al momento del suo collocamento a riposo o, se non ancora titolare di pensione, a quello del decesso. Quindi “il diritto sussiste per aver il superstite acquisito in via traslata il diritto già maturato dal pensionato alle condizioni amministrative, contributive e anagrafiche vigenti all’atto del suo collocamento in quiescenza”.

 

 

La vicenda

In secondo grado veniva rigettata la richiesta di una pensionata, nei confronti dell’INPS, relativa al pagamento della pensione di reversibilità del coniuge defunto. Ad avviso dei giudici, la pretesa della ricorrente non poteva essere accolta per il mancato possesso, da parte di quest’ultima, del requisito contributivo pari a 52 settimane [2], legittimante il diritto alla prestazione previdenziale. La Cassazione, però, non è stata di questo avviso ed ha dato ragione alla donna.

 

 

La pensione di reversibilità

Nel caso di morte del pensionato o dell’assicurato, sempreché per quest’ultimo sussistano, al momento della morte, le condizioni di assicurazione e di contribuzione, spetta una pensione al coniuge e ai figli superstiti che, al momento della morte del pensionato o dell’assicurato, non abbiano superato l’età di 18 anni e ai figli di qualunque età riconosciuti inabili al lavoro e a carico del genitore al momento del decesso di questi.

 

Dottrina e giurisprudenza sono sempre state concordi nel ritenere che la pensione di reversibilità è un diritto che si acquisisce non in virtù dell’accettazione dell’eredità (tant’è che spetta anche in caso di rinuncia all’eredità); essa non rientra infatti tra i diritti successori (si parla, a riguardo, di “diritto iure proprio” e non “iure hereditatis”). Ciò però non toglie che i relativi requisiti amministrativi, contributivi ed anagrafici non vanno riferiti al superstite (il che vanificherebbe le caratteristiche stesse e le finalità della prestazione, per ottenere la quale basta il rapporto di mero coniugio o di parentela) e/o all’assetto normativo in vigore al momento del decesso del pensionato anziché a quello in cui è stato collocato in quiescenza.

In buona sostanza, ciò significa che i requisiti per ottenere la pensione di reversibilità devono sussistere in capo al soggetto defunto (cosiddetto de cuius).

 

Del tutto irrilevante è, quindi, il dato relativo al possesso diretto da parte del parente superstite del requisito contributivo. La sussistenza di tali requisiti non è richiesta nel caso in cui il diritto alla pensione sia già maturato a favore del titolare in via diretta della prestazione, trattandosi in tal caso soltanto di trasmutare il titolo dell’erogazione, da pensione diretta a pensione di reversibilità, e riconoscere nella percentuale prevista la medesima prestazione fruita dall’originario titolare.

 


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 18 febbraio – 6 maggio 2016, n. 9229
Presidente Venuti – Relatore De Marinis

Svolgimento del processo

Con sentenza del 14 ottobre 2009, la Corte d’Appello di Roma, confermava la decisione resa dal Tribunale di Roma e rigettava la domanda proposta da S.S.I. nei confronti dell’INPS, avente ad oggetto la condanna dell’Istituto al pagamento della pensione di reversibilità in relazione al trattamento previdenziale pensionistico fruito in regime internazionale di pro rata dal coniuge defunto.
La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto, aldilà dei rilevati profili di inammissibilità del ricorso in appello, per non essere state con esso formulate censure specifiche in ordine all’iter logico-giuridico seguito dal giudice di prime cure, l’insussistenza nel merito della pretesa per difetto dei requisiti ed, in particolare del requisito contributivo pari a 52 settimane di cui all’art. 48 del regolamento CEE n. 1408/1971, legittimanti la spettanza iure proprio della prestazione previdenziale rivendicata.
Per la cassazione di tale decisione ricorre la S. , affidando l’impugnazione a due motivi, cui resiste, con controricorso, l’INPS, che ha poi presentato memoria.

Motivi della

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[1] Cass. sent. n. 9229/16 del 6.05.2016.

[2] Art. 48 del Regolamento CEE n. 1408/1971.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


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