Addio Tfr, quali benefici per la pensione futura?
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10 Mag 2016
 
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Noemi Secci
 


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Addio Tfr, quali benefici per la pensione futura?

Devoluzione obbligatoria del Tfr ai fondi pensione: vale la pena di rinunciare alla liquidazione per integrare il futuro trattamento?

 

In questi giorni si discute parecchio sull’Ape, l’anticipo pensionistico, ma non bisogna dimenticarsi che un altro importantissimo provvedimento è allo studio: la devoluzione obbligatoria del trattamento di fine rapporto, il Tfr, ai fondi pensione.

Per chi ha il cosiddetto “posto sicuro” può sembrare che la questione abbia poca rilevanza: in azienda o presso un fondo, si tratta di una somma al di fuori della disponibilità del dipendente. Tuttavia, la rilevanza c’è ed è significativa: in primo luogo in quanto sono sempre di meno, specie nel settore privato, i dipendenti ad avere il “posto sicuro”, quindi ritrovarsi, al momento della perdita dell’impiego, senza la disponibilità della liquidazione è un problema non da poco.

In secondo luogo, devolvere il Tfr a un fondo significa non avere la possibilità di ottenerlo in busta paga, per chi ha necessità di un’integrazione dello stipendio.

Terzo e non ultimo, emerge la problematica in capo alle aziende, che si ritrovano private di una grossa parte della loro liquidità.

Dall’altra parte della “bilancia”, però, abbiamo un aumento della pensione per i dipendenti, grazie alla devoluzione del Tfr alla previdenza complementare: ma quest’integrazione è davvero necessaria? Comporta benefici tangibili o trascurabili?

 

 

Pensione: calcolo contributivo e retributivo

Per rispondere alle domande, è prima necessario capire qual è la differenza, “in soldoni”, tra un trattamento calcolato col metodo retributivo ed uno calcolato interamente col contributivo.

Il retributivo, il vecchio metodo utilizzato per il calcolo della pensione (lo possono utilizzare sino al 31 dicembre 2011 coloro che hanno più di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, e sino al 31 dicembre 1995 coloro che alla stesa data ne hanno meno), si basa sugli ultimi stipendi e sulle settimane di contribuzione versate.

Facciamo un esempio, semplificando con estrema sintesi il calcolo:

 

– la media degli ultimi stipendi di Tizio è pari a 30.000 euro;

– Tizio ha versato 40 anni di contributi;

– moltiplicando gli anni di contribuzione per il coefficiente del 2%, Tizio ottiene l’80% dell’ultimo stipendio, come assegno di pensione, dunque 24.000 euro.

 

Il calcolo retributivo, in realtà, è molto più complesso e si basa su due quote, la A (che tiene  conto degli ultimi 5 anni di stipendio e delle settimane di contributi versati al 31 dicembre 1992) e la B (che tiene conto degli ultimi 10 anni di stipendio e delle settimane di contributi versati al 31 dicembre 2011, per chi ha oltre 18 anni di contribuzione versata al 31 dicembre 1995, o sino a tale ultima data, per chi ne possiede di meno). Entrano poi in gioco le rivalutazioni di tutti gli stipendi presi in considerazione. Per approfondimenti: Calcolo della pensione, come si fa.

Molto meno vantaggioso è, invece, il calcolo contributivo, che si basa sulla contribuzione versata nell’arco della vita lavorativa, accantonata e rivalutata (con tassi di rivalutazione molto più bassi rispetto a quelli utilizzati per il retributivo, in quanto ci si basa sulla variazione quinquennale del Pil nominale), trasformata in pensione da un coefficiente che aumenta in base all’età.

 

 

Calcolo contributivo: confronto con la pensione retributiva

Per comprendere meglio la differenza, prendiamo a riferimento lo stesso lavoratore ed ipotizziamo che il suo stipendio sia stato pari a 15.000 euro nei primi 10 anni, pari a 20.000 dal 10° al 20° anno, pari a 25.000 dal 20° al 30°, poi pari a 30.000 euro negli ultimi 10 anni (rispecchiando così la proiezione appena vista relativamente al calcolo retributivo).

Il lavoratore ottiene (ipotizzando una contribuzione annua, per tutti gli anni, pari al 33%) un montante contributivo non rivalutato di 297.000 euro ed un montante rivalutato (ipotizzando una rivalutazione minima ed una crescita zero) di 330.000 euro.

Ipotizzando che Tizio si pensioni a 67 anni, con un coefficiente di trasformazione del 5,7%, ottiene un trattamento pari a 18.810 euro: oltre 5.000 euro in meno all’anno.

Ma la proiezione potrebbe essere molto peggiore di così, se consideriamo che periodicamente vengono abbassati i coefficienti di trasformazione: se, ad esempio, in futuro il coefficiente per chi i 67enni fosse abbassato al 5%, la pensione spettante sarebbe pari a 16.500 euro, con una perdita di oltre 2.000 euro.

 

 

Calcolo della pensione: cosa cambia con la devoluzione del Tfr?

Se, invece, ipotizziamo, prendendo come riferimento il primo calcolo contributivo effettuato, di integrare tutte le retribuzioni col Tfr (pari al 6,91% dello stipendio annuo), otteniamo un montante non rivalutato pari a circa 317.500 euro che, con le rivalutazioni, si avvicinerebbe ai 360.000. La pensione, considerando il coefficiente attualmente vigente per i 67 anni, sarebbe dunque pari a 20.520 euro annui. Un’integrazione non enorme, ma che comunque può aiutare.

Certo le proiezioni sarebbero migliori considerando una crescita come quella ipotizzata dall’Inps nella busta arancione, ma è assai improbabile, visto il perdurare della crisi attuale, che in futuro possa ipotizzarsi uno scenario simile.

La futura pensione potrebbe essere più alta, sicuramente, effettuando dei versamenti volontari ulteriori rispetto alla devoluzione del Tfr: ad esempio, versando ogni anno 2000 euro, nella precedente proiezione, si otterrebbe un montante non rivalutato di 344.000 euro circa e, rivalutato, pari a quasi 390.000 euro, con una pensione, dunque, di 22.230 euro, molto più vicina alla vecchia pensione retributiva.

La previdenza complementare è dunque utile e necessaria, ma in pochi possono permettersi un’integrazione consistente, pertanto la devoluzione del Tfr è un buon aiuto, in questo senso.

Restano, però, i problemi principali, come la discontinuità nella carriera lavorativa, l’esiguità del reddito, l’innalzamento infinito dell’età della pensione: questioni che, sommate insieme, demotivano i giovani non solo al versamento dei contributi integrativi, ma anche di quelli obbligatori.


 


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Commenti
12 Mag 2016 Paolo Palermo

Paradossale, oggi non c’è certezza di avere la pensione , per chi ha un’età pari a 30 o 40 anni anche 45, ma nello stesso tempo si trattengono obbligatoriamente anche il TFR, TFR tra l’altro che è servito a gli ESODATI in momenti difficili, come quello di non avere ne il lavoro ne la pensione, quindi la loro ” fortuna “, oggi, sarà la nostra sfortuna domani, no lavoro, no pensione, no TFR, e non finisce qui, devi anche investire quel poco che possiedi, per una pensione migliore che non avrai, non ti lascieranno neanche i soldi per un metro di corda. Governo di M……………..