Perché Internet sta uccidendo la classe media
Editoriali
10 Mag 2016
 
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Redazione
 


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Perché Internet sta uccidendo la classe media

Jaron Lanier, uno degli inventori del web, spiega perché dalla crisi del mercato del lavoro e, quindi, in definitiva da quella economica, non ne usciremo, non almeno nella prossima generazione.

 

Che l’attuale crisi del lavoro non sia una semplice fase economica, dovuta ai tipici cicli del capitalismo, se ne sono accorti tutti, anche se ai governi fa sempre comodo dire “ne usciremo”. Si tratta, piuttosto – e questo è chiaro anche agli analfabeti di economia – di una crisi strutturale, che ha le sue ragioni in un profondo terremoto, dal quale non sarà così facile uscire, non almeno per questa e la prossima generazione. A dirlo, ma soprattutto a spiegarne le ragioni, è Jaron Lanier, uno dei pionieri di Internet: “Abbiamo ritenuto che il web fosse la soluzione a tutti i nostri problemi e che, in quanto tale, ci potesse portare solo vantaggi; sulla scorta di questa presunzione, ce ne siamo drogati. Ora però, che non possiamo più farne a meno, stiamo scoprendo di essere dentro una vera ragnatela, una trappola che sta mostrando in quale circuito vizioso ci siamo messi”. È questa la sostanza dell’ampia intervista rilasciata da Lanier sulle pagine di Repubblica e che abbiamo inteso sintetizzare in questo articolo.

 

Lo statunitense Jaron Lanier, si è costruito una fama come informatico, compositore e saggista; è anche noto per essere stato il primo a coniare la popolare locuzione “virtual reality” (realtà virtuale). Oggi è uno sviluppatore di software, ma scrive anche per importanti riviste scientifiche.

 

Tutte le realtà economiche stanno fallendo, i lavori si stanno estinguendo, sostiene Lanier, fautore anche del cyber-pessimismo. Chi ha un contratto alla dipendenza di un’azienda assiste all’inabissamento dei salari. Internet ha stravolto il commercio: non c’è più il negozio, sta scomparendo anche il supermercato e la grande distribuzione. Tutto viene acquistato sul web, dai libri alla musica, dai vestiti ai prodotti sportivi e tecnologici; in alcuni casi anche i prodotti medici e gli integratori alimentari. Non c’è più la catena produttore-grossista-dettagliante, ma il commercio avviene tramite l’intermediazione di piccolissimi uffici al cui interno lavorano massimo due o tre persone. Tutto è automatizzato da un software che smista gli ordini e li spedisce in automatico. Con conseguente taglio dei posti di lavoro di intere catene produttive.

 

La gente non ha più bisogno di spostarsi perché, con una videoconferenza, si raggiunge qualsiasi posto in pochi secondi. A farne le spese, in questo caso, sono quanti lavoravano nei trasporti, le agenzie viaggi, ma anche gli albergatori e i ristoratori, che ormai vivono solo del turismo stagionale. Anche i meeting vengono ormai gestiti sul web. Per non parlare delle università telematiche: ogni studente scarica la propria lezione senza doversi trasferire in un’altra città ed affittare appartamenti.

 

Ed ancora, a fare le spese delle nuove tecnologie sono giornalisti, musicisti, fotografi, finanche i professionisti che non hanno più aziende cui vendere i propri servizi.

 

Insomma, i computer stanno spazzando via la classe media. Una distruzione dalla quale è impossibile tornare indietro e che, anzi, non ha ancora conosciuto uno stop e rischia di aumentare i propri effetti nei prossimi decenni.

 

Lanier fa un confronto terrificante con la prima rivoluzione industriale che ha visto trasformare il lavoro agricolo in lavoro nelle fabbriche: quando si è passati dalla zappa ai bulloni c’era sempre un uomo a far girare il meccanismo. Magari uno perdeva il posto in manifattura e ne trovava un altro nei servizi. Ora però gli uomini vengono sostituiti dai robot e dagli algoritmi dei software che rendono superfluo finanche il lavoro dei colletti bianchi. L’ingegnere gestionale è un lavoro desueto perché soppiantato da un programma che si acquista con la stessa spesa di una sua mensilità di stipendio.

 

I dati confermano la tesi: dal dopoguerra al 2000 produttività e occupazione sono cresciuti di pari passo. Dopo, la seconda guerra mondiale questa corrispondenza è cessata e all’aumento di produttività non corrisponde, invece, un aumento di occupazione. Perché? Molto semplice: perché ora la produzione è gestita dai computer e non più dagli uomini. Risultato: cresce la produttività e decrescono i posti di lavoro. Le macchine corrono troppo in fretta, hanno bisogno di meno uomini e questi non ce la fanno ad acquisire le competenze per star loro dietro.

È il “Grande Disaccoppiamento” di cui parlano Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, due professori del Mit, in The Second Machine Age. Il Pil complessivo cresce, il salario medio no.

 

In base ad uno studio dell’università di Oxford, il 47% dei mestieri attuali negli Stati Uniti è a rischio estinzione per l’informatizzazione. E nel frattempo Google diventa sempre più ricco e noi che lo alimentiamo sempre più poveri…


 


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Commenti
11 Mag 2016 foibar

solo in itaGlia internet non serve, noi abbiamo i dipendenti pubblici!!

 
11 Mag 2016 Corso JavaScript

Tutto vero, per qualcuno dovrà pur scriverli quegli algoritmi e chi produce, per chi produce se poi non ci sono più i soldi per comprare?