Avvocati e accaparramento di clientela: scatta lo stato di necessità
Editoriali
10 Mag 2016
 
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Ditelo Voi
 


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Avvocati e accaparramento di clientela: scatta lo stato di necessità

La crisi economica e l’avvocatura: il codice deontologico va svecchiato in ordine alla maggiore competitività che, inevitabilmente, sta coinvolgendo tutti i settori economici.

 

L’avvocato, al pari del clochard, può invocare lo stato di necessità per ottenere “l’assoluzione” a seguito di trasgressione del divieto di accaparramento di clientela?

Lungi dalla volontà di riportare pronunce dell’ultim’ora, con cui i Giudici del Palazzaccio possano aver sancito il principio di diritto in base al quale l’avvocato, alla cui porta nessun cliente bussi, possa invocare la scriminante ex art. 54 c.p. per guadagnare l’impunità, allorché ponga in essere attività di accaparramento della clientela, ed evitare così la relativa sanzione disciplinare, ci si soffermerà, invece, sulle ragioni liquide di una tale inconfigurabilità.

 

Quante volte sarà balzata in mente all’azzeccagarbugli di turno l’idea malsana di sfilare manciate di clienti ai colleghi più affermati, progettando sceneggiature in grado di far impallidire le missioni del più scaltro 007?

Lasciandoci alle spalle il preambolo funambolico, lo spunto per la stesura del brogliaccio che vi state accingendo a leggere è frutto di un confronto tra persone che, come voi, vivono, respirano e masticano diritto tutti i giorni.

La moria (dal greco, in inflessioni rivedute e scorrette), in soldoni, pone il seguente quesito: se il clochard può sottrarre vivande per appagare il senso di fame, l’Avvocato può, del pari, accaparrare clienti allorché versi in stato di bisogno?

 

Non appaia parallelo ardito o peregrino, bensì questione attuale ed utilissima, poiché sempre più spesso l’ordinamento deve fare i conti con situazioni in cui il compromesso tra il giusto ed il deprecabile fa i conti con la differenza tra l’utile e l’indispensabile.

Alla domanda però non può non rispondersi se non prima di aver chiarito la differente natura giuridica delle fattispecie illecite in questa sede comparate.

 

Intanto, il delitto di furto, ex art. 624 c.p., contemplato nella parte speciale del Codice Rocco, alla voce “dei delitti contro il patrimonio”, ci chiarisce che il bene giuridico tutelato dal reato è il complesso dei beni di cui un soggetto è proprietario.

La scontata affermazione, innanzi svolta, stride, invece, con l’illecito disciplinare che il novellato Codice Deontologico disciplina all’art. 37, per i profani rubricato “divieto di accaparramento di clientela”.

Ora, il giurista accorto, condividerà che minimo comune multiplo delle condotte innanzi indicate si sostanzia nella sottrazione e nell’impossessamento, da un lato, di beni suscettibili di valutazione economica, dall’altro, di persone che si rivolgono al professionista per pareri legali.

 

Già l’oggetto del reato dovrebbe mettere in guardia i più dall’idea di giustificare causalmente i propri operati, giacché l’individuo non può in alcun modo accomunarsi ad un bene materiale. Eppure, non può negarsi che il “cliente” sia “bene”, e che la clientela lo sia altrettanto, consistendo il suo valore, economicamente apprezzabile, nel rapporto di apprezzamento che lega la moltitudine di clientes al professionista, consentendo a quest’ultimo di ricevere dai suoi estimatori incarichi e denaro.

 

Restiamo allora attenti alla ratio delle due disposizioni messe a paragone, laddove il 624 tutela il patrimonio, inibendo atti esterni che lo diminuiscano, e il 37 invece, tutela la clientela effettiva e potenziale dell’avvocato, vietando attività orientate all’accattonaggio di bisognosi in cerca di un parere legale.

 

Mutando il destinatario della tutela, che nel delitto di furto è rappresentato dal proprietario del bene, mentre nell’illecito deontologico è chi quel bene (clientela) non possiede, muta anche il giudizio di bilanciamento che presidia l’applicabilità delle scriminanti, laddove le due condotte confrontate si verifichino

 

La giurisprudenza che tratta di furto individua la fattispecie delittuosa come “summa”, composta dall’elemento oggettivo, da quello soggettivo e dall’antigiuridicità della condotta.

 

Il presupposto in ultimo individuato non ricorre tutte le volte in cui l’agente ponga in essere la condotta a tutela di un proprio diritto e l’ordinamento mostri, comparando il bene giuridico tutelato dalla norma penale con l’interesse perseguito dal reo, di preferire il secondo, dismettendo la propria pretesa punitiva.

Nel caso del clochard, la sottrazione di beni di prima necessità per soddisfare l’urgente bisogno di nutrirsi, sottoposto ad un vaglio di bilanciamento con la tutela del patrimonio del derubato, ha condotto la Suprema Corte a dare rilievo al primo, mediante una declaratoria di assoluzione, ex art. 530 c.p.p.

 

Non temano i profani tutti, compresa la vecchietta del secondo piano, per giunta senza ascensore, di una palazzina, come tante ce ne sono in tutta Italia, di esser depredati perché ora rubare non è più reato!

Noi infatti sappiamo che l’art. 54 c.p., disciplinando lo stato di necessità, impone specifici presupposti e condizioni affinchè la pronuncia giudiziaria possa scriminare, dichiarando che “il fatto non costituisce reato”.

Innanzitutto, la norma prevede che non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé od altri da un pericolo attuale di un danno grave alle persona.

La giurisprudenza, valorizzando il dato testuale, ha circoscritto l’ammissibilità di condotte illecite, purtuttavia non punibili, ai soli casi in cui il pregiudizio che si intende scongiurare afferisca ad un diritto inerente la sfera personale del soggetto.

Pertanto, se sono ammessi atti furtivi per procacciarsi cibarie, e vedremo entro quali limiti, non sono tuttavia configurabili stati di necessità nelle ipotesi in cui il bisognoso legale svolga attività atte a depredare l’affermato collega, sempre che egli riesca a dimostrare che l’affamato, nel caso di specie, sia lui.

Infatti, la condotta umana sussumibile nella fattispecie tipizzata è scriminata allorché l’azione delittuosa rispetti i crismi della necessarietà ed inevitabilità del pericolo.

 

Tali connotati devono, come la migliore giurisprudenza insegna, essere riscontrati attraverso un giudizio di prognosi postuma in concreto, verificando che l’azione furtiva – di alimentari – sia strettamente indispensabile a soddisfare l’esigenza di autosostentamento – escludendo che il furto di caviale possa dirsi scriminato – e che in alcun modo il reo avrebbe potuto realizzare altrimenti l’obiettivo di sfamarsi.

I requisiti ora rammentati si pongono in estremo contrasto con l’eventuale attività di approfittamento dello scaltro legale, finalizzata a rimpolpare le schiere dei propri assistiti.

 

Torniamo dunque allo status, elemento che sta a monte del bisogno, perché l’accaparramento di clientela, e lo stesso “bisogno indifferibile” in cui vive l’avvocato, sembrano in contrapposizione dialettica e insanabile con la libertà del professionista, che è requisito indispensabile per poter esercitare la professione forense.

 

Vincenzo Grieco

Salvatore Lucignano


Autore immagine: 123rf com

 


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