Non è indegno l’erede che fa pressioni sul defunto
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11 Mag 2016
 
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Redazione
 


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Non è indegno l’erede che fa pressioni sul defunto

Successioni e testamenti: non è fuori dall’eredità il parente che cerca di convincere il testatore, facendogli pressioni, ma senza intaccare la sua libertà di decisione.

 

Chi cerca di fare pressioni su un soggetto al fine di convincerlo a disporre, nel testamento, in suo favore non può essere considerato indegno, neanche se tali pressioni si concretizzano in sollecitazioni continue. L’importante è che la volontà del testatore sia rimasta inalterata e non deviata da comportamenti fraudolenti del terzo. Lo ha detto la Corte di Appello di Lecce in una recente sentenza [1].

 

Tentare di convincere colui che sta per fare testamento, affinché questi lasci i propri beni a una determinata persona piuttosto che a un’altra, non è un comportamento illecito. Lo potrà essere, forse, da un punto di vista morale, ma non giuridico.

Affinché, infatti, una persona sia dichiarata indegna a succedere c’è bisogno di ben altri e più gravi comportamenti come, ad esempio, l’aver commesso reati particolarmente gravi nei confronti del testatore o dei suoi parenti più stretti; l’aver indotto con dolo o violenza il testatore a fare, revocare o mutare il testamento; l’aver soppresso, celato o alterato il testamento (valido).

 

L’attività di chi abbia esercitato pressioni sul defunto è, in astratto, paragonabile a quella di chi abbia “indotto, con dolo o violenza, il testatore a fare, revocare o mutare il testamento”. Come però è facile comprendere dalla lettura della stessa norma [2], la legge dichiara “indegno” a succedere solo chi esercita “violenza” o comportamenti fraudolenti (il dolo) sul testatore. Le semplici pressioni, per quanto ossessive, che però non abbiano alterato la volontà dell’interessato e il suo libero convincimento, non sono rilevanti.

 

Come del resto è stato confermato, in passato, anche dalla Cassazione [3], perché il giudice possa dichiarare una persona “indegna a succedere”, non basta la semplice influenza esercitata sul testatore tramite sollecitazioni, consigli, blandizie e promesse, ma è necessario il concorso di mezzi fraudolenti idonei a ingannarlo e indurlo a disporre in modo differente da come avrebbe, altrimenti, deciso se non fosse stato deviato.

 

Una tale prova, però, non è facile da darsi: è necessario, infatti, sapere in quali frasi, atti o comportamenti si siano concretati i pretesi mezzi fraudolenti al momento della redazione del testamento olografo. Solo dalla conoscenza di questi stessi è possibile effettuare una valutazione e apprezzamento circa la loro idoneità a coartare la volontà del testatore.


[1] C. App. Lecce sent. n. 207/2015.

[2] Art. 463 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 5209/1986 e n. 26258/2008.

 


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