HOME Articoli

Lo sai che? Pubblicato il 11 maggio 2016

Articolo di

Lo sai che? Malattia su certificati medici falsi: reato e licenziamento

> Lo sai che? Pubblicato il 11 maggio 2016

Il dipendente che si mette in malattia sulla base di certificati medici non veri rischia la condanna penale e il licenziamento.

Per prendersi qualche giorno in più di malattia, il dipendente che presenta in azienda certificati medici falsi non rischia solo il licenziamento, ma anche una condanna penale. A dirlo è la Cassazione con una sentenza di poche ore fa [1].

Quando c’è il certificato medico, ma non la malattia

Nel caso in cui il lavoratore faccia falsamente certificare al proprio medico curante la presenza di una malattia, si pongono le condizioni perché il medico fiscale dell’Inps, a seguito della visita di controllo, ordini l’immediato rientro del dipendente al lavoro. Ma, a prescindere da ciò, il dipendente potrebbe essere licenziato ugualmente se viene “scoperto” dal datore (anche attraverso detective o testimonianze) mentre svolge attività incompatibili con la malattia (potrebbe rilevare anche una semplice uscita di casa).

Quando il certificato del medico viene falsificato

Diversa l’ipotesi del certificato medico riprodotto dal dipendente stesso. In questo caso, scontato il licenziamento, scatta anche l’incriminazione penale.

La sentenza in commento conferma la condanna a due mesi di reclusione – con sospensione condizionale della pena – e 400 euro di multa per tentata truffa ai danni dello Stato di un dipendente di scuola.

I falsi certificati erano caratterizzati dall’intestazione del medico (realmente esistente), dal suo timbro e dalla sua firma. I documenti presentati alla scuola, quindi, apparivano assolutamente conformi ad un qualsiasi certificato medico e tali da trarre in inganno chiunque, anche alla luce della tipologia delle diagnosi riportate e del linguaggio utilizzato.

note

[1] Cass. sent. n. 19479/2016 dell’11.05.16.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 28 aprile – 11 maggio 2016, n. 19479
Presidente Diotallevi – Relatore Ariolli

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza in data 24/3/2014 la Corte di appello di Brescia confermava la sentenza del Tribunale di Crema dei 17/3/2010, emessa all’esito di giudizio abbreviato, che dichiarava R.A. colpevole dei delitto di tentata truffa ai danni dello Stato, riconosciute le attenuanti generiche prevalenti sull’aggravante di cui al comma 2 n. 1, art. 640 cod. pen., irrogando la pena di mesi due di reclusione ed euro 400,00 di multa, con i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione.
2. Avverso la suddetta sentenza ricorre per cassazione il difensore, nell’interesse dell’imputato, deducendo: 1) violazione di legge per avere ritenuto la Corte territoriale regolarmente effettuata, ai sensi dell’art. 161, comma 4, cod. proc. pen., la notifica del decreto di citazione in appello, in assenza di validi presupposti attestanti l’impossibilità di notificare l’atto presso il domicilio dichiarato, a nulla valendo, a tale fine, l’attestazione dell’ufficiale giudiziario “non ho potuto notificare poiché recatomi in loco nessuno rispondeva al citofono”, formula attestante una mera assenza temporanea, richiedendosi invece un quid pluris; 2) violazione di legge per non avere la Corte territoriale riconosciuto l’esistenza del delitto impossibile per inidoneità della condotta dell’imputato considerato che i falsi certificati medici avevano, in ragione delle modalità utilizzate per la loro compilazione (specificatamente indicate nel ricorso), natura grossolana.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile per essere entrambi i motivi proposti manifestamente infondati.
2. Va, infatti, disattesa l’eccezione di nullità della notifica del decreto di citazione per l’appello (per l’udienza del 24/3/2014 in cui è stata anche deliberata la sentenza impugnata), in quanto dalla relativa di notifica risulta che la persona rinvenuta al domicilio dichiarato dall’imputato in Ottaviano ha riferito all’ufficiale giudiziario che “lo stesso si è trasferito altrove da tempo”. La circostanza è certamente idonea a determinare l’impossibilità della notifica nel domicilio dichiarato e, dunque, rituale è stata la notificazione eseguita al difensore e corretta l’ordinanza della Corte territoriale di rigetto dell’eccezione di nullità sollevata dal difensore (in tal senso vedi Sez. 2, sentenza n. 48349 del 7/12/2011, Rv. 252059).
3. Quanto alla dedotta inidoneità della condotta “truffaldina” dell’imputato a creare una falsa rappresentazione della realtà e, quindi, a determinare l’induzione in errore dello Stato, in virtù della natura grossolana dei certificati medici presentati dall’imputato presso le istituzioni scolastiche di appartenenza, la Corte territoriale con motivazione logica e coerente con i dati fattuali di redazione dei certificati, ne ha al contrario evidenziato l’idoneità ingannatoria. In particolare ha rilevato come i tre certificati “rechino l’intestazione dei sanitario (realmente esistente), il suo timbro e soprattutto la sua firma ed appaiono assolutamente conformi ad un qualsiasi certificato medico rilasciato da un sanitario”. Ha poi altresì confutato anche le argomentazioni spese dalla difesa a sostegno dell’inidoneità ingannatoria, evidenziando come la tipologia della diagnosi riportate ed il linguaggio utilizzato fossero continenti e che l’intestazione “il sottoscritto A. R.” non può essere considerato argomento decisivo sia perché ciò riguarda solo uno dei certificati prodotti sia perché tale intestazione è inserita in un contesto documentale che può legittimamente far pensare ad una provenienza del sanitario e ad un mero errore materiale. La Corte di appello risulta dunque avere svolto, con valutazione ex ante alla stregua dei criterio della prognosi postuma, una penetrante verifica dei requisito dell’idoneità degli atti, a nulla valendo che la solerte attenzione dei funzionari abbia poi impedito la consumazione dei reato. A tale riguardo, questa Corte ha, infatti, precisato che ai fini della sussistenza dei delitto tentato, occorre che, sulla base di una valutazione ex ante, gli atti compiuti, anche se meramente preparatori o solo parziali, siano idonei ed univoci, ossia diretti in modo non equivoco a causare l’evento lesivo ovvero a realizzare la fattispecie prevista dalla norma incriminatrice, rivelando così l’intenzione dell’agente di commettere lo specifico delitto. L’idoneità degli atti non è peraltro sinonimo della loro sufficienza causale, bensì esprime l’esigenza che l’atto abbia l’oggettiva attitudine ad inserirsi, quale condizione necessaria, nella sequenza causale ed operativa che conduce alla consumazione del delitto. Ne consegue che, nell’ipotesi di tentata truffa ai danni della pubblica amministrazione, è irrilevante la circostanza che gli artifici e raggiri siano posti in essere all’interno di una fase procedimentale non conclusa, ad esempio perché ancora mancante degli atti di controllo necessari a completare lo specifico procedimento, mentre è sufficiente che l’azione, dotata dei caratteri propri dell’artificio o raggiro – ossia astrattamente capace di indurre in errore la pubblica amministrazione – sia oggettivamente idonea ad attivare l’iter procedimentale volto a conseguire il vantaggio patrimoniale indebito (Sez. 2, sentenza n. 40343 del 13/5/2003, Rv. 227363).
4. II ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile.
4.1. L’inammissibilità del ricorso per cassazione per manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e, pertanto, preclude la possibilità di dichiarare le cause di non punibilità di cui all’art. 129 cod. proc. pen., ivi compresa la prescrizione del reato intervenuta nelle more dei procedimento di legittimità (Sez. 2, sentenza n. 28848 del 8/5/2013, Rv. 256463).
4.2. Ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., con il provvedimento che dichiara inammissibile il ricorso, la parte privata che lo ha proposto deve essere condannata al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della cassa delle ammende della somma di € 1.500,00 così equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.500,00 in favore della Cassa delle ammende.

Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter.
Scarica L’articolo in PDF

ARTICOLI CORRELATI

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

I PROFESSIONISTI DEL NOSTRO NETWORK