Parcella: quando l’avvocato va pagato sotto i minimi tariffari
Lo sai che?
12 Mag 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Parcella: quando l’avvocato va pagato sotto i minimi tariffari

Compenso all’avvocato sotto i minimi, in deroga al valore della lite, se la causa difesa dal professionista non ha portato un vantaggio minimo al cliente.

 

L’onorario dell’avvocato può scendere sotto i minimi tariffari se la sua opera professionale ha comportato un modesto vantaggio, in termini di utilità pratica, per il proprio cliente. La scure “taglia-parcelle” è contenuta in una sentenza di ieri della Cassazione [1]. In verità, la Corte non fa che applicare “alla lettera” il criterio di determinazione del compenso contenuto nel famoso DM 127 del 2004 che così recita [2]:

 

“1. Nella liquidazione degli onorari a carico del soccombente deve essere tenuto conto della natura e del valore della controversia, dell’importanza e del numero delle questioni trattate, del grado dell’autorità adita, con speciale riguardo all’attività svolta dall’avvocato davanti al giudice.

2. Nelle cause di particolare importanza per le questioni giuridiche trattate, la liquidazione degli onorari a carico del soccombente può arrivare fino al doppio dei massimi stabiliti.

3. Nella liquidazione degli onorari a carico del cliente, oltre che dei criteri di cui ai commi precedenti, può essere tenuto conto dei risultati del giudizio e dei vantaggi, anche non patrimoniali, conseguiti, nonché dell’urgenza richiesta per il compimento di singole attività e, nelle cause di straordinaria importanza, la liquidazione può arrivare fino al quadruplo dei massimi stabiliti, previo parere del Consiglio dell’Ordine”.

 

La Corte, nell’applicare tali principi, ha chiarito che si può ridurre il compenso dell’avvocato anche sotto i minimi tariffari, in deroga al criterio del valore della controversia stabilito dal codice di procedura civile, tutte le volte in cui l’opera prestata dal professionista ha comportato un risultato davvero modesto e insoddisfacente per il cliente, il quale così non è riuscito ad ottenere concreti vantaggi. Il difensore va quindi liquidato in proporzione all’utilità economica cui punta l’azione (nel caso di specie si trattava di revocatoria fallimentare, ma il principio è espresso, dalla legge, in via generale, a prescindere da chi sia il cliente).

 

Il giudice diventa così anche arbitro della qualità dell’opera prestata dall’avvocato. L’eventuale sproporzione tra il risultato conseguito con la sentenza e la richiesta contenuta nella domanda introduttiva del giudizio (cosiddetto petitum) può persuadere il tribunale ad applicare la decurtazione del compenso del professionista. Una decurtazione che viene effettuata calcolando il valore del compenso non sulla base dello scaglione cui si riferisce la causa, ma sullo scaglione relativo al valore del “bene concreto” ottenuto con la sentenza. Per cui se quest’ultimo è notevolmente più ridotto rispetto al primo, ben può avvenire il taglio della parcella.

 

Cade, quindi, l’automatismo tra compenso dell’avvocato e valore della controversia. Il valore della controversia, dunque, non è più l’unico e inderogabile parametro per calcolare il compenso al professionista; al contrario – si legge nella sentenza – nella liquidazione degli onorari a carico del cliente, si può far riferimento al “valore effettivo della causa” quando esso risulti manifestamente diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile.

 


[1] Cass. sent. n. 9619/16 dell’11.05.2016.

[2] Art. 5 dm 127/2004.

 

Autore immagine: 123rf com

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti