Causa persa, avvocato responsabile
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13 Mag 2016
 
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Causa persa, avvocato responsabile

L’avvocato ha il dovere giuridico e deontologico di dissuasione e di astenersi dalle cause perse e infondate, salvo che vi sia un consapevole consenso del cliente; diversamente risarcisce il cliente.

 

Addio cause perse in partenza: secondo la Cassazione si considera inadempiente l’avvocato che promuove una causa del tutto priva di fondamento e di possibilità di successo. La sentenza [1] è stata pubblicata ieri e promette un severo giro di vite nei confronti dei legali che, pur avendo informato il cliente della temerarietà dell’azione, contravvengono al divieto di utilizzare la giustizia per fini pretestuosi e non, invece, per il suo effettivo scopo che è quello della tutela dei diritti.

 

La Corte ricorda innanzitutto che esiste un obbligo di informazione per l’avvocato, che gli impone di non consigliare, ai propri clienti, azioni inutilmente gravose e di informarli sulle caratteristiche della causa nonché sulle possibilità di soluzioni alternative (ad esempio, la possibilità di intraprendere la mediazione).

Non solo: al dovere di informazione, si aggiunge anche un dovere di dissuasione vero e proprio [2]. Il professionista deve, in altri termini, mettere da parte il proprio interesse economico all’avvio del giudizio per privilegiare invece quello del cliente e, in definitiva, dell’intero sistema “giustizia” della nazione, che vieta strumentalizzazioni delle aule giudiziarie.

 

Anche a voler ammettere – si legge in sentenza – che un avvocato possa patrocinare una “causa persa” a fronte di una “irremovibile sollecitazione del cliente”, dovrebbe poi doverne fornire prova in un eventuale giudizio di responsabilità professionale, intentatogli dal cliente stesso. In altre parole questo significa che il legale, prima di intraprendere giudizi pretestuosi, che potrebbero portare a un sicuro rigetto della domanda, farà bene a farsi rilasciare una dichiarazione scritta dal proprio assistito con cui questi ammette di essere stato informato dei rischi che il giudizio comporta e sulle possibilità di riuscita. Solo il classico “foglio di carta”, insomma, tutela l’avvocato da un sicuro giudizio di responsabilità professionale. La Cassazione sembra aprire la possibilità anche a prove di carattere orale, come la testimonianza, ma bisognerebbe dimostrare che – ad esempio – un collaboratore di studio o un altro terzo soggetto era presente alla discussione tra il professionista e il cliente e che questi fosse stato messo in allerta dei rischi, una prova non sempre facile da raggiungere.

 

Dunque, l’avvocato ha il dovere di informazione e di dissuasione, che vanno dimostrati in modo chiaro e certo. Solo un “consapevole consenso” dell’assistito lo può esonerare da ogni colpa per aver intrapreso una “causa persa”.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, sentenza 14 aprile – 12 maggio 2016, n. 9695

Presidente Armano – Relatore Sestini

Svolgimento del processo

In parziale accoglimento della domanda della falci, il Tribunale di Roma dichiarò risolto il contratto di prestazione professionale intercorso fra l’attrice e l’avv. G., condannando quest’ultimo alla restituzione del compenso riscosso.
La Corte di Appello ha rigettato l’appello del G., che ricorre per cassazione, affidandosi a tre motivi; resiste l’intimata a mezzo di controricorso.

Motivi della decisione

1 . Premesso che il Tribunale aveva dichiarato l’inadempimento del professionista per avere promosso, nell’interesse della P., una causa totalmente priva di fondamento, la Corte ha rigettato l’appello del G. affermando che:
-la dichiarazione di non avere “nulla da pretendere”, resa dalla P. al professionista, era priva di valore negoziale, non potendo valere quale rinunzia ad agire per l’inadempimento del G. (o quale transazione sulla relativa controversia);
-era “completamente implausibile” che la causa patrocinata dall’avv. G. fosse stata introdotta su sollecitazione della P. e nella consapevolezza -da parte dell’attrice-

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[1] Cass. sent. n. 9695/2016 del 12.05.2016.

[2] Cass. sent. n. 6782/2015, n. 24544/2009.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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Commenti
14 Mag 2016 Paolo Palermo

Sulla scorta di quanto si legge sulla responsabilità dell’avvocato, che avvalora la causa con vittoria sicura e certa, è di normale routine degli avvocati, anche se come lo scrivente, quanto si appresta a dover ricorrere su un diritto negato, faccio apposita richiesta di parere e/o consulenza, sull’ effettivo diritto di poter ricorrere all’acquisizione di quel diritto negato o non riconosciuto, ma tuttavia, nonostante l’esito positivo dell’avvocato, mi ritrovo a dover perdere delle cause, sostenute da costi notevoli ( visto che si può stare tranquilli, per una facile vincita) per poi non poter chiedere” all’avvocato che ti ha consigliato e seguito la causa” nulla , senno si può offendere e con il rischio che alza i costi dell’onorario, quindi, sono contento che la cassazione a ritenuto che se non hai titolo o presupposti di una acquisizione di tali diritti, l’avvocato deve onestamente cercare di dissuaderti, che è la scelta di un vero professionista, mostrando la sua onestà di dire le cose chiare.

 
17 Mag 2016 Andreace Piergiorgio

E’ una giusta sentenza. E’ difficilissimo che un avvocato rinunci al proprio compenso e tuteli l’interesse del suo propabile cliente. Quasi tutti gli avocati, se non tutti, preferiscono avventurarsi in cause apparentemente facili anche quando non hanno probabilità di vittoria. Giocano sul fattore emotivo del cliente che ritiene di aver ragione ma non lo mettono in guardia da una possibile sconfitta con tutti i costi che che deve poi sopportare chi soccombe a tutte le parti. Non conosco avvocati corretti che rinunciano a “priori” alla loro parcella nel dissuadere un cliente a pensare ad una forma alternativa tipo una transazione, prima di scaraventarlo nelle fauci della Giustizia. Chi ci rimette è sempre il più debole ovvero il cliente.