Il regime patrimoniale legale e le convenzioni matrimoniali
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14 Mag 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Il regime patrimoniale legale e le convenzioni matrimoniali

Regime patrimoniale della coppia: cosa dice la legge e quali convenzioni matrimoniali possono adottare i coniugi.

 

Il regime patrimoniale è la disciplina delle spettanze e dei poteri dei coniugi in ordine all’acquisto ed alla gestione dei beni (BIANCA).

Il regime legale dei rapporti patrimoniali tra i coniugi, in mancanza di diversa convenzione stipulata a norma dell’art. 162, è costituito dalla comunione dei beni.

 

La materia ha subìto una profonda modificazione con la riforma del diritto di famiglia, la quale ha equiparato la posizione dei coniugi anche nel campo dei rapporti patrimoniali, assumendo come regime ordinario quello della comunione, che importa la contitolarità e la cogestione dei beni acquistati anche separatamente in costanza di matrimonio.

 

Benché il sistema si fondi oggi sul regime della comunione legale, i coniugi possono, mediante una apposita convenzione, accordarsi per un regime di separazione dei beni o di comunione convenzionale (il cui regolamento sia determinato convenzionalmente in maniera almeno parzialmente diversa da quello della comunione legale).

 

La scelta del regime di separazione può anche essere dichiarata nell’atto di celebrazione del matrimonio (art. 162, co. 2°). È, poi, possibile creare, convenzionalmente, un vincolo di destinazione su taluni beni attraverso l’istituto del fondo patrimoniale

 

L’autonomia dei coniugi incontra però i seguenti limiti:

 

— il divieto di derogare ai diritti e ai doveri previsti dalla legge per effetto del matrimonio (art. 160): tale divieto si riferisce specificamente ai doveri patrimoniali previsti dagli artt. 143 (dovere di contribuire ai bisogni della famiglia), 147 (dovere di mantenere i figli) e 148 (dovere di concorrere al mantenimento dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la propria capacità di lavoro professionale o casalingo);

 

— il divieto di costituzione di dote (art. 166bis): è nulla ogni convenzione che tenda alla costituzione di beni in dote; ai sensi dell’art. 227 L. 151/75, le doti costituite anteriormente alla riforma restano disciplinate dalla normativa precedente;

 

— l’inderogabilità, in caso di modifica della comunione legale, delle norme relative all’amministrazione dei beni della comunione e all’uguaglianza delle quote (cfr. l’art. 210).

 

 

La comunione convenzionale 

Ai sensi dell’art. 210, i coniugi possono, mediante convenzione, modificare il regime della comunione legale, dando luogo ad una comunione convenzionale. In tal caso va innanzitutto osservato che, mentre la comunione legale è un effetto del matrimonio (ope legis), la comunione convenzionale è effetto di un negozio giuridico, con tutte le conseguenze civili e fiscali da ciò derivanti. Le convenzioni possono escludere alcuni beni dalla comunione o, invece, includere dei beni che non sarebbero compresi nella comunione legale, purché non si tratti di beni di uso personale o beni che servono per la professione o beni ottenuti per risarcimento del danno o pensione (tutti questi beni sono esclusi da ogni tipo di comunione in considerazione della loro speciale natura). Possono, dunque, formare oggetto di comunione, per effetto di un contratto tra le parti, i beni acquisiti prima del matrimonio, quelli ricevuti in donazione o per successione e quelli acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali. Con la convenzione i coniugi non possono derogare le norme per l’amministrazione della comunione, né evitare l’uguaglianza delle quote relativamente ai beni che sarebbero oggetto di comunione legale.

La separazione dei beni 

I coniugi, con espressa convenzione, possono pattuire che ciascuno di essi conservi la titolarità esclusiva dei beni acquistati durante il matrimonio. Ciascun coniuge ha il godimento e l’amministrazione dei beni di cui è titolare esclusivo e i redditi derivanti da tali beni sono attribuiti esclusivamente al coniuge che ne risulta titolare. Il coniuge può provare con ogni mezzo, nei confronti dell’altro, la proprietà esclusiva di un bene; se tale dimostrazione manca per entrambi, i beni si considerano di proprietà indivisa per pari quota di entrambi i coniugi (praticamente, la norma configura una presunzione di comunione ordinaria). In forza di procura, ciascun coniuge può amministrare i beni dell’altro con o senza obbligo di rendiconto; nel primo caso il coniuge è tenuto secondo le regole del mandato, mentre nel secondo è tenuto a restituire solo i frutti esistenti. Si ritiene, invece, che i beni inclusi nella comunione volontariamente possano anche essere divisi in parti differenti tra i coniugi e possano essere amministrati anche in forme diverse da quelle previste per la comunione legale dal legislatore. I coniugi che abbiano prescelto il regime di separazione possono tuttavia acquistare dei beni in comunione: in tal caso però si applicano le regole della comunione ordinaria per cui, fra l’altro, ogni coniuge conserva la totale disponibilità della propria quota. Al contrario, non è ritenuta ammissibile una coesistenza dei regimi di separazione dei beni e comunione legale (CORSI). La scelta del regime di separazione che viene attuata con una convenzione deve avere la forma richiesta per le convenzioni in genere (vedi ante), ma «può anche essere dichiarata nell’atto di celebrazione del matrimonio» e annotata a margine dell’atto di matrimonio stesso. Si noti, anzi, che anche quando la separazione sia attuata per atto pubblico occorre darne pubblicità annotando al margine dell’atto di matrimonio la data del contratto, il notaio rogante e le generalità dei contraenti.

Le convenzioni matrimoniali

Le parti possono derogare al regime legale di comunione mediante un negozio giuridico: la convenzione matrimoniale, che deve essere stipulata per atto pubblico a pena di nullità (art. 162, co. 1°); è inoltre sempre necessaria la presenza dei testimoni (art. 48 legge notarile).

 

Le convenzioni possono essere stipulate in ogni tempo, anteriormente o successivamente alla celebrazione del matrimonio (art. 162, co. 3°), e sono in qualsiasi momento modificabili col consenso di tutte le persone che sono state parti nelle convenzioni medesime o dei loro eredi (art. 163, co. 1°).

 

Con atto del 1980, Tizio e Caia, coniugi, modificavano il regime della comunione legale in quello della separazione dei beni. Essi, in un momento successivo, possono ritornare ad un regime analogo a quello precedente stipulando una apposita convenzione, ma è necessaria una preventiva autorizzazione del Tribunale.

 

In passato tale autorizzazione era prevista per tutti i casi in cui i coniugi intendessero modificare una convenzione matrimoniale; attualmente, ai sensi dell’art. 2 della l. n. 142 del 1981, l’autorizzazione giudiziale è obbligatoria solo per il mutamento delle convenzioni stipulate per atto pubblico prima dell’entrata in vigore della legge stessa (quindi anche per il mutamento della convenzione di cui al caso in esame, stipulata nel 1980).

 

Una forma di pubblicità dichiarativa è prevista per la stipulazione e la modifica delle convenzioni, che si attua mediante annotazione a margine dell’atto di matrimonio: tale pubblicità è condizione per l’opponibilità ai terzi (artt. 162, co. 4° e 163, co. 3°), i quali, peraltro, possono con ogni mezzo provare l’eventuale simulazione delle convenzioni (art. 164). Inoltre, le convenzioni matrimoniali che hanno per oggetto beni immobili (es.: costituzione di fondo patrimoniale, convenzione con la quale si escludono dei beni dalla comunione) nonché le loro modifiche devono essere trascritte ai sensi dell’art. 2647. In questo caso però la trascrizione svolge una mera funzione di pubblicità notizia e non è rilevante ai fini dell’opponibilità ai terzi.

 

Il minore ammesso a contrarre matrimonio (ex art. 84, co. 2°) è pure capace di prestare il consenso per tutte le relative convenzioni matrimoniali, ma deve essere assistito dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale su di lui o dal tutore o da un curatore speciale (art. 165). Analoga disposizione è dettata per l’inabilitato (art. 166).

 

Le convenzioni possono avere contenuto e finalità diverse; i coniugi, però, non possono pattuire in modo generico che i loro rapporti patrimoniali siano in tutto o in parte regolati da leggi alle quali non sono sottoposti o dagli usi, ma devono enunciare in modo concreto il contenuto dei patti con i quali intendono regolare questi rapporti (art. 161).

 

 

Il fondo patrimoniale 

Il fondo patrimoniale è un complesso di beni immobili, beni mobili registrati o titoli di credito destinato a soddisfare i bisogni della famiglia. Il fondo patrimoniale non sostituisce ma affianca, integrandolo, il regime patrimoniale primario adottato dai coniugi (comunione, separazione o regime convenzionale). I beni del fondo patrimoniale costituiscono un patrimonio giuridico di destinazione. In particolare si tratta di un patrimonio separato, perché i beni che lo compongono sono sottratti al principio sancito dall’art. 2740 per i quale il debitore risponde per l’adempimento delle sue obbligazioni con tutti i suoi beni. Ai sensi dell’art. 170, l’esecuzione sui beni e sui frutti del fondo patrimoniale è consentita soltanto per debiti contratti per far fronte a esigenze familiari.

 

Per debiti contratti nell’interesse della famiglia si devono intendere, oltre alle spese di gestione del fondo, le obbligazioni assunte per l’amministrazione ordinaria e straordinaria, il miglioramento e l’incremento dei beni costituiti in fondo, spese volte a salvaguardare e a potenziare la capacità produttiva dei beni e il conseguente soddisfacimento degli interessi cui i beni sono destinati e vincolati. Quindi, non solo debiti per le esigenze connesse al ménage domestico-familiare secondo le condizioni economiche e sociali della famiglia, ma anche per quelle volte al pieno mantenimento e all’armonico sviluppo della famiglia, nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa (Cass. 15886/2014). Vi sono ricompresi, ad esempio, i debiti per gli oneri condominiali, relativi a beni immobili facenti parte del fondo patrimoniale costituenti spese per la loro gestione (Cass. 23163/2014). Invece, non rientrano nel concetto di «bisogni della famiglia» le obbligazioni assunte per finalità non meritevoli di tutela, quali, ad esempio, i debiti contratti per una relazione extraconiugale di uno dei coniugi, i debiti derivanti da attività illecita, il pagamento di debiti di gioco, le spese relative ai beni personali di ciascun componente la famiglia, quelle che hanno fonte in obbligazioni assunte prima della celebrazione del matrimonio e le esigenze voluttuarie o caratterizzate da intenti meramente speculativi.

 

Il fondo deve essere costituito mediante atto pubblico. Autori del conferimento possono essere uno o entrambi i coniugi oppure un terzo; se il fondo è costituito da uno solo dei coniugi o da un terzo l’atto, secondo la teoria preferibile, ha natura di liberalità non donativa. Nel caso di costituzione del fondo da parte di un terzo, la convenzione matrimoniale ha struttura trilaterale e si perfeziona con l’accettazione da parte dei coniugi. Nel caso di costituzione da parte del terzo, inoltre, il fondo patrimoniale può costituirsi anche per testamento.

La titolarità dei beni può spettare:

– a entrambi i coniugi;

– a uno solo di essi (quando il coniuge che costituisce il fondo patrimoniale se ne riserva la proprietà ovvero la attribuisce volontariamente all’altro coniuge);

– a un terzo, nel caso in cui l’atto di costituzione sia stato compiuto da un terzo che si è riservato la proprietà del fondo stesso.

frutti del fondo devono essere impiegati per i bisogni della famiglia e amministrati secondo le regole della comunione legale (art. 168). Per quanto riguarda l’alienazione dei beni del fondo, l’art. 169 distingue due ipotesi:

– se vi sono figli minori, è necessaria l’autorizzazione del Tribunale, da accordare solo in caso di necessità o utilità evidente salvo che nell’atto di costituzione non sia espressamente considerato sufficiente il solo consenso dei coniugi (art. 169);

– se non vi sono figli minori, l’alienazione è subordinata al consenso di entrambi i coniugi, salvo che i beni siano stati già dichiarati alienabili all’atto della costituzione del fondo patrimoniale.

La destinazione del fondo termina a seguito dell’annullamento, dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio. Se vi sono figli minori, il fondo dura fino al compimento della maggiore età dell’ultimo figlio. In tal caso il giudice può dettare, su istanza di chi vi abbia interesse, norme per l’amministrazione del fondo. Considerate le condizioni economiche dei genitori e dei figli e ogni altra circostanza, il giudice può altresì attribuire ai figli, in godimento o in proprietà, una quota dei beni del fondo (art. 171). La costituzione del fondo patrimoniale è opponibile ai terzi solo se è stata annotata a margine dell’atto di matrimonio, restando irrilevante la conoscenza che i terzi abbiano acquisito altrimenti del vincolo di indisponibilità (Cass. S.U. 21658/2009).

 

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