Dipendente emarginato: risarcimento dall’azienda
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16 Mag 2016
 
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Dipendente emarginato: risarcimento dall’azienda

Va risarcito il dipendente per il danno biologico provocatogli a causa dell’emarginazione lavorativa in cui si è venuto a trovare che gli ha procurato ripercussioni fisiche.

 

Il dipendente emarginato dai propri colleghi o dai superiori gerarchici deve essere risarcito dall’azienda, anche se il datore di lavoro non ha partecipato alle condotte vessatorie: ciò in quanto su quest’ultimo grava l’obbligo di garantire la “sicurezza sul lavoro” e la sicurezza non è solo quella fisica, in caso di infortuni, ma anche quella psichica e morale, in caso di condotte mobbizzanti o mortificanti poste in essere da altro personale o dai vertici. A dirlo è una recente sentenza della Cassazione [1].

 

La Corte ricorda che sul datore di lavoro grava un obbligo di garantire la sicurezza del dipendente a 360 gradi, da tutte le fonti di possibile lesione verificabili all’interno del luogo di lavoro.

 

Emarginazione e isolamento sul lavoro dagli altri colleghi equivale a risarcimento sicuro. È chiaro, tuttavia, che il lavoratore, se non vuol confidare in un più modesto risarcimento in via equitativa, dovrà dar prova del danno subìto. Danno che può consistere in pregiudizi anche di tipo fisico, come ad esempio – così come avvenuto nel caso di specie – un aggravamento di uno stato d’ansia. Inevitabile allora il risarcimento del danno morale.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 3 febbraio – 13 maggio, n. 9899
Presidente Venuti – Relatore Berrino

Svolgimento dei processo

Con sentenza del 7/1 – 16/3/2010, la Corte d’appello di Roma – sezione lavoro ha rigettato l’impugnazione proposta dalla Banca Nazionale dei Lavoro s.p.a. avverso la sentenza dei giudice dei lavoro del Tribunale della stessa sede che l’aveva condannata a risarcire al dipendente A.P. il danno biologico provocatogli per effetto dell’emarginazione lavorativa a cui l’aveva costretto dal 26 giugno del 2003, dopo aver confermato il provvedimento cautelare di assegnazione dei medesimo ad una postazione di lavoro che gli evitasse l’isolamento dagli altri colleghi di lavoro. Nel respingere il gravame la Corte territoriale ha spiegato che dalla relazione del consulente d’ufficio era emerso che l’isolamento in cui era stato posto il P. dalla datrice di lavoro poteva aver negativamente influito sul suo stato psichico e ciò aveva comportato, sia pure a livello di concausa efficiente, l’aggravamento della malattia determinata da crisi d’ansia dalla quale il dipendente era affetto, tanto che la decisione di quest’ultimo di sospendere la terapia, di per sé dannosa, era in qualche modo causalmente

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[1] Cass. sent. n. 9899/2016 del 13.05.2016.

 


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