Avvocato e gratuito patrocinio: truffa se chiede soldi
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17 Mag 2016
 
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Avvocato e gratuito patrocinio: truffa se chiede soldi

Si configura il delitto di truffa per l’avvocato che, omettendo di informare la propria assistita degli effetti del gratuito patrocinio, le fa credere di avere un obbligo di corrispondere al difensore la parcella.

 

Può essere denunciato per truffa aggravata l’avvocato che, pur avendo accettato di assistere il proprio cliente con il gratuito patrocinio, gli faccia credere che deve pagare dei compensi extra, non rientranti nella prestazione a carico dello Stato. Lo ha chiarito la Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

 

La Corte ricorda che chi è ammesso al gratuito patrocino non deve sborsare alcunché né per la fase di mediazione, né per la successiva causa in tribunale, né a titolo di compensi, né a titolo di rimborso spese. Il legale che faccia credere il contrario al proprio cliente si macchia di un doppio illecito: quello deontologico (il che consente comunque la denuncia al competente consiglio dell’ordine degli avvocati) e quello penale (il che consente la denuncia alla Procura della Repubblica o alla più vicina stazione dei Carabinieri).

 

Vietato quindi percepire, durante il periodo di sussistenza del provvedimento di ammissione al gratuito patrocinio del cliente, somme a titolo di compensi o anche di rimborsi spese da parte di quest’ultimo.

 

Com’è noto, la legge [2] dispone che il difensore non possa chiedere e percepire dal proprio assistito compensi e/o rimborsi a qualunque titolo, quando questo sia ammesso al gratuito patrocinio a spese dello Stato.

La violazione di tale norma integra un grave illecito professionale per l’avvocato.

 

Il difensore, peraltro, è tenuto a informare il proprio cliente degli effetti che derivano dall’ammissione, ossia del fatto che non dovrà mai spendere alcuna somma. Se manca tale informazione e, di conseguenza, il professionista si faccia corrispondere denaro, si configura il reato di truffa.

 

Non informare il proprio cliente degli effetti che derivano dall’ammissione al gratuito patrocinio, facendolo così cadere in errore, realizza quell’ingiusto profitto che la legge richiede come condizione perché scatti l’illecito penale oltre a quello deontologico. La norma del codice penale richiede poi, per potersi avere l’illecito penale, la sussistenza dei raggiri: raggiri che, secondo la Cassazione, possono essere integrati dall’aver omesso le dovute informazioni al cliente.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 19 febbraio – 16 maggio 2016, n. 20186
Presidente Gallo – Relatore Verga

Motivi della decisione

Con sentenza in data 12 marzo 2015 la Corte d’appello di Catania confermava la sentenza emessa in data 19 settembre 2011 dal Tribunale di Siracusa che aveva condannato P.V. per truffa aggravata commessa, quale difensore, ai danni della sua assistita Pa.Ag.Ew..
Ricorre per cassazione l’imputato, a mezzo del suo difensore deducendo:
1. errata applicazione della norma di cui all’articolo 521 codice di procedura penale. Lamenta che la corte territoriale ha disatteso l’eccezione di violazione dell’articolo 521 sostenendo che l’espressione “non informare la Pa. degli effetti derivanti dalla ammissione al beneficio del patrocinio a spese dello Stato” è talmente generica da comprendere anche l’omessa informazione della presentazione e ha ritenuto che ai fini della valutazione di corrispondenza tra pronuncia e contestazione deve tenersi conto non solo del fatto descritte in imputazione, ma anche delle ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato. Rileva che è evidente l’errore in cui è incorso il giudice d’appello perché la circostanza di non aver informato la cliente degli effetti dell’ammissione al

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[1] Cass. sent. n. 20186/2016 del 16.05.2016.

[2] Art. 85 d.P.R. n. 115/2002.

 


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