Reato il saluto romano durante l’inno nazionale
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17 Mag 2016
 
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Reato il saluto romano durante l’inno nazionale

Fare il saluto romano durante l’inno di Mameli costituisce apologia del fascismo.

 

Chi viene colto a fare il saluto romano durante l’inno nazionale può essere processato per il reato di apologia di fascismo: il comportamento, infatti, è inequivoco e non c’è modo di scriminarlo se l’intento non è chiaramente scherzoso, ma manifesta un indirizzo politico. A pronunciare queste parole è la Cassazione con una sentenza di ieri [1]: un orientamento rigoroso, reduce delle ferite riportate dall’Italia ormai ben oltre 70 anni fa. Ma la legge ancora esiste e nessuno ha mai pensato di cancellarla. Sicché, oggi, un saluto fascista in pubblico può creare guai seri al convinto sostenitore della politica mussoliniana.

 

La questione è molto delicata. Difatti, secondo la Cassazione, il reato scatta anche se il saluto fascista viene fatto prima di un evento ludico come può essere una partita di calcio e non necessariamente in occasione di una ricorrenza ufficiale come una festa nazionale o una parata. Inoltre non c’è neanche bisogno che il gesto si accompagni a comportamenti violenti o all’incitazione al razzismo. In sé per sé, il “saluto romano” – scrive la Suprema Corte – costituisce una manifestazione che rimanda all’ideologia fascista e a valori politici di discriminazione razziale e di intolleranza, e non c’è bisogno d’altro per l’incriminazione. Insomma, basta che il gesto evidenzi un convincimento politico per far scattare il procedimento penale.

 

Nel caso di specie, alcuni tifosi erano stati beccati dalle telecamere a fare il saluto romano prima della partita Italia-Georgia: una provocazione che è costata cara.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 8 marzo – 17 maggio 2016, n. 20450
Presidente Siotto – Relatore Centonze

Ritenuto in fatto

l. Con sentenza emessa il 20/07/2011 il Tribunale di Udine, in composizione monocratica, giudicava A.D.S., D.G., A.L., A.M., C.Z., S.T. e A.S. colpevoli del reato di cui all’art. 2, comma 1, del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, che si assumeva commesso a Udine il 10/09/2008.
Al riconoscimento della colpevolezza conseguiva la condanna degli imputati D.S., G., L., M., Z. e T. alla pena di mesi due e giorni venti di reclusione e 100,00 euro di multa, con sospensione condizionale della pena, nonché la condanna dell’imputato Stecca alla -p a alla pena di mesi quattro di reclusione e 150,00 euro di multa.
2. Con sentenza emessa l’08/04/2014 la Corte di appello di Trieste, decidendo sull’impugnazione proposta dagli imputati, confermava il giudizio di colpevolezza formulato dal giudice di primo grado, rideterminando la pena irrogata agli appellanti D.S., G., L., M., Z. e T. in mesi uno e giorni dieci di reclusione ed euro 60,00 di multa, nonché la pena irrogata all’appellante Stecca in mesi due di reclusione ed euro 90,00 di multa. La pena così rideterminata veniva

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[1] Cass. sent. n. 20450/16 del 16.05.16

 


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