Rimborso spese gonfiato: l’azienda licenzia
Lo sai che?
18 Mag 2016
 
L'autore
Redazione
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Rimborso spese gonfiato: l’azienda licenzia

Il dipendente che gonfia la richiesta di rimborso spese commette una truffa ai danni del datore di lavoro e, pertanto, può essere licenziato.

 

Occhio a gonfiare la richiesta di rimborso spese: se il lavoratore dipendente presenta una nota dei costi superiore a quelli effettivamente sostenuti rischia il licenziamento in tronco. Tale comportamento, infatti, genera una rottura del legame di fiducia che deve necessariamente legarlo all’azienda e, quindi, giustifica la cessazione del contratto di lavoro. È quanto chiarito dalla Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].

 

Il caso più ricorrente è quello dei rimborsi carburante: sebbene la spesa sia stata effettivamente sostenuta, il dipendente ha l’obbligo di separare gli importi sostenuti per far fronte al lavoro e quelli, invece, per uso personale. Dunque, sussiste ugualmente il comportamento fraudolento se la benzina è stata consumata per finalità differenti da quelle relative alle mansioni lavorative.

 

Si tratta, secondo la Cassazione, di un comportamento classificabile come “grave” e, pertanto, capace di minare irrimediabilmente il rapporto di fiducia tra le parti, ponendo il lavoratore un’azione con piena coscienza di trarne un proprio utile personale, in danno a quello dell’azienda. Questo perché – spiega la Corte – se è vero che nel rapporto di lavoro subordinato, il datore deve effettuare dei controlli sull’operato dei dipendenti per vedere se la situazione è regolare è anche vero che non può diventare una sentinella o un “cane da guardia” così da reprimere ogni singola condotta scorretta del prestatore.

 

Si legge in sentenza che il datore di lavoro ha il potere, ma non l’obbligo di controllare in modo continuo e assiduo i propri dipendenti contestando loro immediatamente qualsiasi infrazione al fine di evitarne un possibile aggravamento; se dovessimo infatti ritenere sussistente tale obbligo – benché non previsto da alcuna norma di legge né desumibile dai principi di correttezza e buona fede contenuti nel codice civile [2] – si dovrebbe anche negare il carattere fiduciario del rapporto di lavoro subordinato, che implica che il datore di lavoro normalmente conti sulla correttezza del proprio dipendente, ossia che faccia affidamento sul fatto che egli rispetti i propri doveri anche in assenza di assidui controlli.

 

Dunque, va licenziato il dipendente che chiede il rimborso del carburante gonfiando il consumo. Il provvedimento espulsivo non è da ritenersi sproporzionato rispetto a un simile comportamento. Né tantomeno può rimproverarsi all’azienda di non essere stata tempestiva nello scoprire l’illecito e nell’espellere il lavoratore: la tempestività della contestazione disciplinare va valutata non in relazione al momento in cui il datore avrebbe potuto accorgersi dell’infrazione ove avesse esercitato assidui controlli sull’operato del proprio dipendente, ma in relazione al momento in cui ne abbia acquisito piena conoscenza.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 3 marzo – 17 maggio 2016, n. 10069
Presidente Nobile – Relatore Manna

Svolgimento del processo

Con sentenza pubblicata il 14.8.12 la Corte d’appello di Ancona rigettava i gravami di Sky Italia S.r.l. e di S.M. contro la sentenza n. 85/10 con cui il Tribunale della stessa sede, dichiarato illegittimo il licenziamento disciplinare intimato il 22.9.05 dalla prima al secondo, aveva condannato la società alla reintegra del lavoratore ex art. 18 Stat. con le relative conseguenze economiche, ma aveva respinto la domanda di risarcimento per mobbing proposta dal dipendente.
Affermava la Corte territoriale che l’addebito di avere il lavoratore chiesto alla società ingiustificati rimborsi di carburante (in misura quasi doppia rispetto alle esigenze di lavoro) era fondato in punto di fatto, ma era stato sanzionato in misura sproporzionata vista la modesta intensità del dolo del S. ; inoltre, sempre secondo i giudici di merito, la contestazione era stata tardiva rispetto al momento in cui la società avrebbe potuto accorgersi – esercitando i dovuti controlli – della richiesta di indebiti rimborsi.
Per la cassazione della sentenza ricorre Sky Italia S.r.l. affidandosi a quattro motivi, poi ulteriormente illustrati da memoria ex art. 378

Mostra tutto

[1] Cass. sent. n. 10069/2016 del 17.05.2016.

[2] Art. 1175 e 1375 cod. civ.

 

Autore immagine: Pixabay.com

 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 


Download PDF SCARICA PDF
 
 
Commenti