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Lo sai che? Pubblicato il 18 maggio 2016

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Lo sai che? Vietati i pignoramenti per somme esigue

> Lo sai che? Pubblicato il 18 maggio 2016

Abusa del processo il creditore che attiva un pignoramento solo per recuperare spese vive e interessi, anche se il debitore non li ha volontariamente corrisposti.

Addio ai pignoramenti per recuperare importi di basso valore come le spese vive e gli interessi: ci deve essere sempre proporzione tra il mezzo utilizzato (ad esempio l’esecuzione forzata su un immobile) e il credito fatto valere. Pertanto, chi attiva un pignoramento solo per recuperare somme esigue commette un abuso del processo. A scriverlo è il Tribunale di Monza con una recente sentenza di cui si riporta il testo a fondo pagina [1].

In verità, si tratta di un orientamento già condiviso da altri giudici: non si può strumentalizzare il processo e impegnare risorse della giustizia solo per questioni di principio o di poche decine di euro. Ogni processo, anche di natura esecutiva, assorbe risorse di persone e strumenti a una giustizia già ingolfata e attivare procedure per pochi spiccioli equivale a “utilizzare un cannone per sparare a una mosca”.

Così, per esempio, se dopo la notifica del precetto il debitore dovesse pagare solo il capitale, omettendo le spese per l’avvocato o gli interessi, al creditore non resterebbe altra scelta se non rinunciare all’esecuzione forzata, sempre che detti importi residui siano insignificanti. La sentenza suggerisce comunque al creditore di inviare quantomeno una lettera di diffida al fine di sollecitare il debitore a un pagamento spontaneo, prima di ogni ulteriore atto.

Resta fermo, dice il giudice, che è contrario al dovere di correttezza e buona fede dare impulso a una procedura espropriativa per pochi euro. Benché, infatti, residui un diritto del creditore sul piano sostanziale, tale diritto non è tutelabile nell’attuale contesto. Vanno quindi dichiarati inefficaci gli atti dell’esecuzione forzata successivi al pagamento dell’importo precettato.

note

[1] Trib. Monza, sent. del 19.02.2016.

Autore immagine: 123rf com

Tribunale di Monza

sent. del 19 febbraio 2016. Giudice Giovanni Battista Nardecchia

(omissis)

letta l’istanza di sospensione dell’esecuzione formulata da parte ricorrente;

premesso che la presente procedura trae origine da un atto di pignoramento immobiliare notificato

in data 9 gennaio 2014, iscritto per il recupero della somma di Euro 7.258,48; una volta ricevuta la

notifica dell’atto di pignoramento immobiliare il padre della debitrice dott. F.G., ha preso contatto

con il legale del creditore procedente per definire la posizione. in ordine ai suddetti accordi il debito

è stato integralmente saldato a mezzo di due rimesse mediante assegni bancari, l’una in data 17

gennaio 2014 e l’altra in data 17 febbraio 2014. (doc. 1); per entrambe le rimesse il debitore ha

ottenuto la fattura quietanzata.(doc. 2); in forza di tali circostanze si assumeva il venir meno del

diritto a procedere ad esecuzione forzata avendo la debitrice esecutata provveduto ad estinguere il

proprio debito e si concludeva chiedendo: in via preliminare sospendere (ovvero confermare la

sospensione pronunciata inaudita altra parte) l’esecuzione immobiliare iniziata nei confronti della

sig.ra C.G. sussistendone i presupposti di legge.

Nel merito: accertare e dichiarare che la creditrice procedente non ha diritto a procedere ad

esecuzione forzata avendo parte debitrice provveduto ad estinguere il proprio debito sin dal febbraio

2014, e per l’effetto, condannare, ai sensi dell’art. 96 comma II c.p.c., il creditore procedente al

risarcimento del danno.

Si costituivano gli eredi di G.V. ed intervenivano nella procedura vantando un credito di Euro

5.077,98, residuante al maggior credito di Euro 33.177,98, credito che traeva origine da una serie di

titoli giudiziali prodotti in causa, dedotti i vari acconti pagati dalla debitrice, ivi compreso quello di

Euro 7.258,48 relativo al precetto posto alla base dell’esecuzione.

Come è ben noto le sezioni unite della cassazione hanno affermato il principio secondo il quale

“Nel processo di esecuzione forzata, la regola secondo cui il titolo esecutivo deve esistere dall’inizio

alla fine della procedura va intesa nel senso che essa presuppone non necessariamente la costante

sopravvivenza del titolo del creditore procedente, bensì la costante presenza di almeno un valido

titolo esecutivo (sia pure dell’interventore) che giustifichi la perdurante efficacia dell’originario

pignoramento. Ne consegue che, qualora, dopo l’intervento di un creditore munito di titolo

esecutivo, sopravviene la caducazione del titolo esecutivo comportante l’illegittimità dell’azione

esecutiva dal pignorante esercitata, il pignoramento, se originariamente valido, non è caducato,

bensì resta quale primo atto dell’iter espropriativo riferibile anche al creditore titolato intervenuto,

che prima ne era partecipe accanto al creditore pignorante. Nel processo di esecuzione forzata, al

quale partecipino più creditori concorrenti, le vicende relative al titolo esecutivo del creditore

procedente (sospensione, sopravvenuta inefficacia, caducazione, estinzione) non possono ostacolare

la prosecuzione dell’esecuzione sull’impulso del creditore intervenuto il cui titolo abbia conservato

la sua forza esecutiva. Tuttavia, occorre distinguere: a) se l’azione si sia arrestata prima o dopo

l’intervento, perché nel primo caso, non esistendo un valido pignoramento al quale gli interventi

possano ricollegarsi, il processo esecutivo è improseguibile; b) se il difetto del titolo posto a

fondamento dell’azione esecutiva del creditore procedente sia originario o sopravvenuto, posto che

solo il primo impedisce che l’azione esecutiva prosegua anche da parte degli interventori titolati,

mentre il secondo consente l’estensione in loro favore di tutti gli atti compiuti finché il titolo del

creditore procedente ha conservato validità” (Cass. s.u. n. 61/2014). Per quel che interessa ai fini

della risoluzione del caso di specie quel principio di fondo non trova applicazione nel caso in cui

uno o più creditori, muniti di titolo esecutivo, intervengano nel processo esecutivo dopo che sia

stata pronunciata la caducazione del titolo esecutivo del creditore procedente e, quindi, sia

sopravvenuta l’illegittimità dell’azione esecutiva da lui esercitata. In questa ipotesi, il pignoramento,

relativo a processo nel quale non sia ancora intervenuto alcun creditore munito di titolo esecutivo,

diviene invalido e rende illegittima l’azione esecutiva fino a quel momento esercitata. Sicché, non

esistendo un valido pignoramento al quale ricollegarsi, il processo esecutivo è ormai improseguibile

e non consente interventi successivi. Il principio è da intendersi riferito all’ipotesi di sopravvenuta

invalidità del titolo esecutivo derivata dalla c.d. caducazione.

Nel caso di specie la successione degli eventi è caratterizzata dalla notifica di un atto di

pignoramento per il pagamento della somma di Euro 7.258,48 in forza del dispositivo della sentenza

n. 2297/2013 del tribunale di Monza, dalla corresponsione della somma tra il gennaio ed il febbraio

2014, con precisa imputazione da parte dell’avvocato del creditore, nella quietanza, al pagamento

dell’importo portato dalla sentenza nr. 2297/2013, dalla notifica dell’avviso di fissazione

dell’udienza ex art. 569 c.p.c., dal deposito dell’opposizione ex art. 615 c.p.c., dall’intervento degli

eredi del V. per un importo residuo fondato su titoli diversi da quello originariamente azionato.

Dal che è necessario interrogarsi se nel caso di specie l’originario pignoramento sia caducato per

fatto sopravvenuto prima del successivo intervento depositato dalle eredi del V. Secondo i giudici

della suprema corte “Non è assimilabile alla situazione di mancanza ab origine di titolo esecutivo la

situazione che viene a determinarsi quando il titolo esecutivo di formazione giudiziale, che sia

astrattamente riconducibile alla previsione dell’art. 474, comma 2o, n. 1 c.p.c., “venga meno” in

ragione delle vicende del processo nel quale si è formato, cioè sia caducato per fatto sopravvenuto.

Si intende dire che, in tale ultima eventualità, ai fini dell’applicazione del principio di

“conservazione” del processo esecutivo in cui siano presenti creditori titolati, non rileva – né occorre

verificare, in sede esecutiva e/o oppositiva – se il titolo esecutivo di formazione giudiziale sia

venuto meno con efficacia ex tunc ovvero ex nunc, in ragione degli effetti del rimedio esperito nella

sede cognitiva. Così, esemplificando, ad infausta sorte sono destinati gli interventi titolati nel caso

in cui il creditore procedente abbia azionato un provvedimento non idoneo, nemmeno in astratto, a

fondare l’azione esecutiva (quali, ad esempio, la sentenza inesistente o di condanna generica o il

decreto ingiuntivo privo di efficacia esecutiva), non anche quando il provvedimento, costituente

titolo esecutivo al momento di esercizio dell’azione esecutiva, sia venuto meno per le vicende del

processo nel quale si è venuto a formare. In particolare, quanto a tale ultima eventualità, è

indifferente se, in caso di sentenza, si sia trattato di impugnazione ordinaria o straordinaria, ovvero,

in caso di decreto ingiuntivo, si sia trattato di revoca per difetto dei presupposti ex art. 633 c.p.c.,

ovvero per accoglimento nel merito dell’opposizione, o, in caso di ordinanza di condanna

provvisoriamente esecutiva, si sia trattato di revoca o di modifica per ragioni di rito o di merito, etc.

In tutte queste ipotesi, il processo esecutivo iniziato in forza di titolo esecutivo, all’epoca valido,

non è travolto in presenza di creditori intervenuti con titolo esecutivo tuttora valido. In conclusione,

rileva che l’esecuzione forzata risulti formalmente legittima, anche se, per ipotesi, sia

sostanzialmente ingiusta, essendo perciò sufficiente – affinché il creditore intervenuto con titolo non

subisca gli effetti del venir meno dell’azione esecutiva del creditore procedente – che esista un titolo

esecutivo in favore di quest’ultimo, non anche che sia esistente il diritto di credito in esso

rappresentato”.

Dal che ne deriva che nel caso di specie, avendo il titolo natura giudiziale (sentenza passata in

giudicato) ed essendo stata semplicemente proposta un’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c.

per far valere la successiva estinzione del credito, non vi sono dubbi sul fatto che al momento

dell’intervento delle eredi del V. il titolo esecutivo azionato non fosse caducato. L’opponente

denuncia che, nonostante l’avvenuta estinzione del debito, il creditore in spregio a qualsiasi dovere

di buona fede e correttezza, non solo non ha provveduto a fare dichiarare la estinzione della

procedura ma l’ha addirittura coltivata e le ha dato impulso, facendo notificare, in data 3 dicembre

2015, copia del decreto di fissazione udienza ex art. 569 c.p.c. alla debitrice esecutata La recente

giurisprudenza della suprema corte ha ritenuto applicabile la figura dell’abuso anche nell’ambito del

processo esecutivo.

Secondo una fondamentale decisione della Cassazione “È infatti evidente l’identità di ratio in ordine

all’applicazione, pure in ambito processuale e nel contesto dei canoni costituzionalizzati del giusto

processo, del principio di buona fede, allo stato già affermato per il processo di cognizione (cfr.

Cass. Sez. Un., 15 novembre 2007, n. 23726, seguita poi, tra le altre, da: Cass. 20 novembre 2009,

n. 24539; Cass. Sez. Un., 22 dicembre 2009, n. 26961; Cass. 18 marzo 2010, n. 6597; Cass. 22

dicembre 2011, n. 28286).

La giurisprudenza di questa Corte ha rilevato la costituzionalizzazione del canone generale di buona

fede oggettiva e di correttezza, quale estrinsecazione del dovere inderogabile di solidarietà di cui

all’art. 2 Cost., siccome tendente a comprendere nella funzione del rapporto obbligatorio pure la

tutela della controparte, nel perseguimento di un giusto equilibrio tra gli opposti interessi. E

dall’operatività del principio di buona fede sul piano negoziale, ove ad esso sono riconosciuti effetti

modificativi od integrativi dell’autoregolamentazione delle parti, si è fatta derivare la sua estensione

o proiezione anche nel campo processuale, nel quale i diritti stessi devono trovare tutela nella

patologica evenienza della loro contestazione o mancata spontanea applicazione. Così, l’esigenza di

un tale originario equilibrio nel rapporto obbligatorio va mantenuta ferma in ogni successiva fase,

sicché quell’equilibrio non può essere alterato in danno del debitore ad iniziativa unilaterale del

creditore, se non a prezzo di un autentico abuso del processo; nozione che presuppone l’esercizio

del potere da parte di chi ne è pur sempre titolare legittimo, ma per scopi diversi da quelli per i quali

quel potere è riconosciuto dalla legge: scopi ulteriori e deviati, in genere extraprocessuali, rispetto a

quelli tipici ed usuali, tanto che l’abuso si caratterizza nel “fine esterno” dell’iniziativa processuale,

cioè nella non corrispondenza tra il mezzo processuale ed il suo fine. Fine del processo esecutivo è

certo il soddisfacimento del credito consacrato nei titolo esecutivo in favore del creditore ed in

danno del debitore, ma evidenti esigenze sistematiche di equità, economicità e proficuità del

processo, impongono che tanto avvenga con il minor possibile sacrificio delle contrapposte ragioni

di entrambi i soggetti vale a dire, il creditore ha diritto ad ottenere né più ne’ meno di quanto gli

compete in forza del titolo (sia pure, se necessario, avendo la facoltà di azionarlo più volte o con più

procedure, comunque non oltre l’integrale soddisfacimento del credito e con il limite del divieto del

cumulo… ai sensi dell’art. 483 c.p.c.), ma va correlativamente tutelata anche l’aspettativa del

debitore a non vedere diminuito il suo patrimonio in misura eccedente quanto sia strettamente

necessario per la realizzazione del diritto del creditore Una condotta tendente a far conseguire al

creditore più di quanto gli compete, come l’ingiustificato azionamento frazionato del credito in

origine unitario recato dal titolo implica un’indebita prevaricazione del creditore sulla controparte,

sia per l’assoggettamento del debitore ai dispendi originati dall’ingiustificata moltiplicazione dei

processi esecutivi, sia per la carenza di causa dell’eventuale locupletazione conseguibile dal

creditore, ad esempio per maggiori rimborsi di spese o compensi”.

Nel corso del 2015 la suprema corte è intervenuta più volte ravvisando l’abuso nell’ipotesi in cui il

processo esecutivo è stato proseguito per il recupero di somme irrisorie a fronte del pagamento

integrale del precetto (Cass. 3 marzo 2015, n. 2015, a mente del quale “l’interesse a proporre

l’azione esecutiva, quando abbia ad oggetto un credito di natura esclusivamente patrimoniale,

nemmeno indirettamente connesso ad interessi giuridicamente protetti di natura non economica, non

diversamente dall’interesse che deve sorreggere l’azione di cognizione, non può ricevere tutela

giuridica se l’entità del valore economico è oggettivamente minima e quindi tale da giustificare il

giudizio di irrilevanza giuridica dell’interesse stesso”. Negli stessi termini Cass. 4228/2015 e Cass.

25224/2015).

Nel caso di specie l’impulso dato dal creditore alla procedura esecutiva, l’istanza di vendita, con la

conseguente notifica della fissazione dell’udienza ex art. 569 c.p.c., in data successiva all’integrale

pagamento dell’importo precettato (la circostanza non è contestata, cfr. pag. 3 dell’atto di intervento

degli eredi V.) costituisce un esercizio abusivo del processo esecutivo in quanto non vi è

corrispondenza tra il mezzo processuale (impulso all’azione esecutiva) ed il suo fine

(soddisfacimento del credito consacrato nel titolo esecutivo).

Invero quand’anche dopo il pagamento fosse residuato un credito per spese legali o interessi,

sussisteva un onere del creditore di sollecitare, prima di procedere o proseguire in via esecutiva, il

debitore ad un adempimento spontaneo del modestissimo residuo: inadempiuto il quale, procedere o

proseguire in via esecutiva è contrario a buona fede o comunque non risponde ad un interesse

giuridicamente tutelabile nell’attuale contesto (Cass. 25224/2015).

Infatti, una volta considerato che per effetto della formazione del titolo giudiziale e della sua

esigibilità il debitore è immediatamente tenuto al pagamento e che non è previsto in alcun modo un

onere di avviso a carico del creditore procedente circa l’inizio delle attività che portano

all’adempimento dell’onere di notifica del titolo esecutivo e del precetto, le spese concernenti tali

attività sono da considerare automaticamente causate dal comportamento del debitore di

inadempienza a quanto stabilito nel titolo, che si configura statim per effetto della pubblicazione

della sentenza (o del provvedimento giudiziale costituente titolo esecutivo).

Onde la loro debenza si giustifica sulla base del principio di c.d. causalità che di norma rappresenta

la ragione dell’addebito delle spese del processo a colui che è in torto.

Qualora tuttavia il creditore intenda proseguire l’esecuzione sulla base di ulteriori somme, rimaste

impagate, quali, ad esempio quelle per le prestazioni del suo difensore per l’attività successiva alla

notifica del precetto, egli ha l’onere di invitare prima il debitore a pagare spontaneamente,

quantificando l’importo richiesto (importo che il debitore non può conoscere) potendosi, se del caso,

altrimenti “ritenere insussistente il diritto a tali spese, in applicazione analogica del combinato

disposto dell’art. 88 c.p.c., e art. 92 c.p.c.” (Cass. 30300/2008). Una volta accertata la condotta

abusiva del creditore consistente nell’illegittima prosecuzione del processo esecutivo dopo che era

stato integralmente pagato l’importo precettato e non era stato richiesto l’adempimento spontaneo

per spese successive eventualmente maturate dopo la notifica del precetto, è necessario interrogarsi

sugli effetti di tale affermazione sul successivo intervento titolato degli eredi V. A tale affermazione

deve riconoscersi, quanto meno, la conseguenza dell’eliminazione delle conseguenze dell’uso

distorto del processo esecutivo, con il ripristino o il conseguimento della situazione processuale e

sostanziale che si sarebbe avuta se quella distorsione non avesse avuto luogo.

Il ripristino della situazione processuale e sostanziale che si sarebbe avuta se quella distorsione non

avesse avuto luogo comporta, nel caso di specie, l’inefficacia degli atti di impulso della procedura

successivi al pagamento dell’importo precettato e, in primo luogo, dell’istanza di vendita depositata

in data 7 aprile 2014.

Inefficacia dell’istanza di vendita che determina quella del pignoramento ai sensi dell’art. 497 c.p.c.,

inefficacia rilevabile d’ufficio.

Sicché, non esistendo un valido pignoramento al quale ricollegarsi, il processo esecutivo era

divenuto improseguibile e non consentiva interventi successivi.

Ritenuto conseguentemente che sussistano i presupposti per l’accoglimento dell’istanza di

sospensione.

Ritenuto che le spese della fase sommaria della opposizione sulla richiesta di sospensione possono

essere liquidate dal G.E. e in tal caso seguono la soccombenza ex art. 91 comma 1 c.p.c. (cfr. sul

punto in motivazione Cass. civ. sez. III, 23/7/2009, n. 17266 nonché Cass. civ. sez. III, 27/10/2011,

n. 22503).

Ritenuto che infatti la cognizione piena a seguito della fase camerale del giudizio di opposizione ex

art. 185 disp. att. c.p.c. e, quindi, del sub – procedimento di sospensione, è ora, secondo l’art. 616

c.p.c., meramente eventuale, perché è rimesso alla parte di valutare se iscrivere o meno la causa a

ruolo contenzioso e dar corso alla cognizione piena.

Ritenuto che di conseguenza il provvedimento del G.E. che accordi o neghi la sospensione,

indipendentemente dalla applicabilità dell’art. 669 septies commi 2 e 3 c.p.c., ha attitudine a definire

la vicenda davanti a sè, qualora non segua l’iscrizione a ruolo contenzioso della causa di

opposizione, o non segua nel termine perentorio di cui all’art. 616 c.p.c., e, dunque, si presta ad

essere ricondotto al concetto espresso dall’art. 91 c.p.c. (il chiudere il processo davanti a sé).

Ritenuto che le spese della fase camerale seguono la soccombenza ex art. 91 comma 1 c.p.c. e

vengono liquidate in considerazione del valore della controversia come da dispositivo.

P.Q.M.

Sospende la procedura esecutiva nr. 12/2014 concede termine perentorio sino al 13 maggio 2016

per l’instaurazione del giudizio di merito previa iscrizione della causa a ruolo, a cura della parte

interessata, nel rispetto dei termini a comparire ridotti della metà.

Condanna in solido tra loro L.M., S.V., M.V. e P.V., in qualità di eredi di G.V., a rimborsare a C.G.

le spese del giudizio che liquida in complessivi Euro 1.500,00 oltre spese forfetarie ed oneri di

legge.

Così deciso in Monza il 19 febbraio 2016.

Depositata in Cancelleria il 19 febbraio 2016.

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