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Lo sai che? Pubblicato il 18 maggio 2016

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Lo sai che? Mantenimento: lo paga il disoccupato se ha immobili di proprietà

> Lo sai che? Pubblicato il 18 maggio 2016

Separazione e divorzio: non basta non avere redditi per evitare di pagare il mantenimento all’ex coniuge; la presenza di un patrimonio immobiliare, come case e terreni, fa scattare lo squilibrio economico tra i due.

L’assegno di mantenimento in favore dell’ex moglie (o, ovviamente, dell’ex marito, per quanto raro sia) scatta tutte le volte in cui il reddito dei due coniugi sia differente, cioè quando vi sia una sproporzione che non consenta a uno dei due di mantenere lo stesso tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio. Di conseguenza, in presenza di due redditi sostanzialmente uguali o di due soggetti entrambi disoccupati, non scatta alcun obbligo al mantenimento.

Ma attenzione: basta la proprietà anche di un solo immobile a far scattare nuovamente la sproporzione e, quindi, a consentire al giudice di fissare un importo per il mantenimento dell’ex. È quanto chiarito dalla Cassazione con una ordinanza pubblicata ieri [1].

La vicenda

Nella vicenda oggetto della controversia, marito e moglie, entrambi disoccupati (salvo alcuni lavori precari per lei), stavano procedendo a separarsi. L’uomo però stato inchiodato dalle dichiarazioni dei redditi e dalla relazione catastale prodotta dalla donna: documenti alla mano, è stato fin troppo palese lo squilibrio di forza economica tra i due ex coniugi. Il giudice ha così confermato l’assegno mensile a favore della moglie.

Rilevanti le proprietà immobiliari

Se la dichiarazione dei redditi o i certificati catastali evidenziano la titolarità di immobili è evidente la capacità di reddito del relativo proprietario, anche ai soli fini di sostenere le spese per il mantenimento degli immobili stessi. È dunque lecito presumere che “alcuni di quei possedimenti” forniscano al titolare rendite per contratti di locazione – evidentemente non dichiarati al fisco – tali da consentirgli un adeguato sostentamento.

Insomma, è inverosimile – secondo i giudici – che un disoccupato o una persona con un reddito estremamente basso possa mantenere uno o più immobili se non vi è la prova che viene aiutato da parenti (in tal caso, sarebbe necessaria la prova documentale della tracciabilità del denaro: ecco perché è sempre bene operare, anche per le donazioni tra familiari, con bonifico bancario). Sicché è legittimo presumere che detto immobile è concesso in affitto, ma “in nero”.

Tutto ciò conduce a ritenere netto il “divario economico” tra gli ex coniugi. Legittima dunque la previsione di un assegno di mantenimento mensile.

note

[1] Cass. ord. n. 10099/16 del 17.05.2016.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 11 marzo – 17 maggio 2016, n. 10099
Presidente/Relatore Dogliotti

Fatto e diritto

In un procedimento di divorzio U.G.A. e D.C., la Corte d’Appello di Lecce, Sezione distaccata di Taranto, con sentenza in data 30/9/2013, confermava la pronuncia di primo grado, liquidando alla moglie assegno di curo 310,00 mensili.
Ricorre per cassazione il marito. Resiste con controricorso la moglie.
Il ricorrente lamenta che nelle more processuali vi sarebbe stata una modifica delle sue condizioni economiche in senso peggiorativo (e cioè egli stesso avrebbe cessato ogni attività lavorativa).
Giurisprudenza consolidata ( tra le altre, Cass. N. 2184 del 2009; 3325 del 2012 ) afferma che tali sopravvenienze, per ragioni di economici processuale potrebbero essere considerate dal giudice di appello nella pronuncia di separazione o divorzio. In tal senso il ricorso appare ammissibile, diversamente da quanto sostenuto dalla ricorrente.
Tuttavia il ricorso stesso appare infondato.
Con motivazione adeguata e non illogica, il giudice a quo chiarisce che, pur prescindendo/alla circostanza non provata che il marito si sia reso impossidente in vista del futuro divorzio, è certo che i suoi possedimenti, riportati nelle denunce dei redditi e nella relazione catastale prodotta dalla moglie, necessitino di capacità di reddito, anche ai soli fini del loro mantenimento; la Corte di merito presume che da alcuni di essi egli tragga rendite locatizie ( o comunque ne potrebbe trarre) che gli consentano un adeguato sostentamento.
Prosegue il Giudice a quo evidenziando che la moglie, dopo la separazione, si è adattata a svolgere lavori precari e poco remunerativi, come bracciante agricola, e che ciò non ha certo eliminato il divario economico tra le parti, desumibile dalla capacità di reddito del marito, fondato sia sulla notevole competenza del suo lavoro di mastro-muratore, che è riuscito, nel corso degli anni, ad investire i propri guadagni in unità abitative e in terreni, sia sulle sue precedenti dichiarazioni dei redditi.
Va pertanto rigettato il ricorso.
Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in €. 3.100,00 comprensive di € 100,00per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.
In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere generalità ed atti identificativi, a norma dell’art. 52 D.lgs. 196103, in quanto imposto dalla legge.

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1 Commento

  1. Concordo con quanto statuito dalla Suprema Corte di Cassazione.
    Nel determinare il quantum dell’assegno di divorzio il giudice deve accertare il reddito “effettivo” percepito dalle parti. Nello specifico, assumono un ruolo rilevante le visure catastali, prodotte in giudizio, visure che documentano l’esistenza di un cospicuo patrimonio immobiliare dell’ex coniuge.

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