Si possono vendere prodotti sul luogo di lavoro?
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19 Mag 2016
 
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Redazione
 


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Si possono vendere prodotti sul luogo di lavoro?

Non si può licenziare il dipendente che vende prodotti ai colleghi o svolge attività promozionale alla vendita, purché tali beni non siano in concorrenza con quelli dell’attività dell’impresa.

 

Doppio lavoro: durante l’orario di servizio il dipendente vende anche prodotti ai colleghi, magari lo fa online, in questo modo non sottraendo tempo al proprio lavoro principale. È lecito un comportamento del genere? Sì, secondo una recente sentenza della Cassazione [1], a condizione però che i prodotti venduti non facciano concorrenza con l’attività propria dell’azienda presso cui si è assunti. Pertanto è illegittimo il licenziamento del dipendente che, così facendo, non crea uno specifico danno al proprio datore di lavoro.

 

Non rappresenta una giusta causa il licenziamento di un dipendente che vende prodotti online durante l’orario di lavoro se la vendita non interessa i clienti del datore di lavoro da cui dipende, non comporta un danno in termini economici o di immagine, ed è svolta in un tempo limitato (senza cioè che ciò possa comportare distrazioni dal lavoro quotidiano).

 

 

La vicenda

Nel caso di specie, un uomo veniva licenziato per aver proposto in vendita, ai propri colleghi, all’interno del luogo di lavoro e durante l’orario stesso di lavoro, alcuni prodotti e scommesse sportive su un sito internet. Il licenziamento, però, è stato ritenuto illegittimo per assenza di danno al datore di lavoro.

 

 

La vendita sul luogo di lavoro è lecita se non c’è danno per l’azienda

Per la Cassazione, la semplice proposta di vendita, ai colleghi di lavoro, di merce e di abbonamenti ad un sito internet, senza esibizione della merce, e soprattutto senza interruzione della prestazione di lavoro, senza esercitare attività di persuasione verso i colleghi stessi e senza svolgere attività in concorrenza con il proprio datore di lavoro, non può ritenersi illecita. Difficile, infatti, in questi casi, ritenere che ne possa derivare un danno, tanto allo svolgimento che all’immagine del datore di lavoro.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 25 febbraio – 16 maggio 2016, n. 10020
Presidente Nobile – Relatore Spena

Fatto

Con ricorso ex articolo 1 comma 47 L. 92/2012 davanti al Tribunale di Monza, notificato in data 10-15 aprile 2013, R.A. impugnava il licenziamento intimatogli per ragioni disciplinari dalla società Mille Uno Bingo srl, poi Mille Uno spa, chiedendo accertarsene la nullità, illegittimità o inefficacia.
Esponeva che le due contestazioni disciplinari, del 31.12.2012 e del 25.1.2013, riguardavano la vendita di prodotti sul luogo di lavoro e durante l’orario di lavoro. Il Tribunale di Monza tanto nella prima fase che all’esito del ricorso in opposizione del R. rigettava la domanda.
Con ricorso notificato in data 18.7.2014 proponeva reclamo il R. .
Con sentenza del 15-20 ottobre 2014 nr 949 la Corte d’Appello di Milano, in riforma della sentenza reclamata, dichiarava risolto il rapporto di lavoro e condannava la società datrice di lavoro al pagamento di una indennità risarcitoria pari a 18 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre accessori.
La Corte territoriale, disattesa la questione di genericità della contestazione ed affermati sussistenti e di rilievo disciplinare i fatti addebitati, riteneva non proporzionata la sanzione

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[1] Cass. sent. n. 10020/16 del 16.05.2016.

 


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