Noemi Secci
Noemi Secci
29 Mag 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Assegno e pensione d’invalidità, quando sono tagliati?

Somma dell’assegno e della pensione d’invalidità con altri redditi: limiti di cumulo, a quanto ammontano i tagli sulla prestazione.

 

L’assegno d’invalidità è una prestazione erogata dall’Inps, che spetta a chi possiede una riduzione della capacità lavorativa a meno di un terzo e almeno 5 anni di contributi, di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio.

Pur essendo la prestazione calcolata sulla base dei contributi previdenziali versati, il trattamento ha dei limiti di cumulo con gli altri redditi percepiti. L’assegno può, difatti, essere sommato ad altre entrate del contribuente sino a una certa soglia, al superamento della quale viene decurtato. Lo stesso taglio viene applicato ad altri trattamenti analoghi, come le vecchie pensioni d’invalidità e le pensioni d’inabilità dei dipendenti pubblici. Vediamo, nel dettaglio, come funzionano i limiti di cumulo di queste prestazioni e di quanto vengono decurtate.

 

 

Assegno d’invalidità e redditi da lavoro

Se il contribuente, oltre all’assegno ordinario d’invalidità, percepisce dei redditi da lavoro (dipendente, autonomo o d’impresa) superiori a quattro volte il trattamento minimo INPS, subisce una riduzione del 25% dell’assegno. La riduzione è del 50% se i redditi superano cinque volte il minimo.

Considerando che il cosiddetto minimo vitale è pari, nel 2016, a 501,89 euro al mese, non si subiranno decurtazioni all’assegno se il reddito da lavoro non supera 26.098,28 euro.

Se la soglia è superata, l’assegno viene ridotto del 25%, ma solo se il trattamento derivante dal cumulo dei redditi con l’assegno di invalidità ridotto è superiore a quello che spetterebbe allo stesso soggetto se il reddito fosse pari al limite massimo della fascia precedente a quella in cui si colloca il reddito posseduto.

Se il reddito, poi, è superiore a 5 volte il minimo Inps, cioè a 32.622,85 euro, la decurtazione dell’assegno d’invalidità è pari al 50%.

Ad esempio, se Tizio possiede un reddito da lavoro pari a 27.000 euro ed un assegno pari a 600 euro, questo viene decurtato di 150 euro, divenendo dunque pari a 450 euro mensili. La somma dei redditi, pari a 32.850 euro (27.000 più 450×13 mensilità), però, non può essere inferiore a quella che spetterebbe al lavoratore se fosse rimasto nei limiti della fascia precedente. Pertanto, dato che, attenendosi al limite di reddito di 26.098,28 euro, il lavoratore avrebbe avuto, con l’invalidità, un totale di 33.898,28 euro, è questo il limite da considerare per operare la riduzione.

 

 

Ulteriore riduzione

Oltre alla riduzione dell’assegno per redditi di lavoro, si deve applicare anche una seconda riduzione, se l’assegno resta comunque superiore al trattamento minimo e l’anzianità contributiva è inferiore a 40 anni.

 

Il secondo taglio, se il reddito proviene da lavoro dipendente, è pari al 50% della quota eccedente il minimo e non può superare il reddito stesso; inoltre non può essere effettuata la riduzione se:

 

– l’ulteriore reddito conseguito è inferiore al trattamento minimo;

– il lavoratore è impiegato in contratti a termine di durata inferiore a 50 giornate nell’anno solare;

– per i redditi derivanti da attività socialmente utili svolte nell’ambito di programmi di reinserimento degli anziani promossi da enti locali ed altre istituzioni pubbliche e private.

 

Se i redditi derivano  da lavoro autonomo, la riduzione è pari al 30% della quota eccedente il minimo e comunque non può essere superiore al 30% del reddito prodotto.

 

 

Ulteriore riduzione: esempi di calcolo

Facciamo degli esempi per comprendere meglio come funziona il secondo taglio.

In presenza di un reddito di lavoro autonomo e di una pensione di  2.500 euro mensili, nel 2016 sono cumulabili 1.900,06 euro e cioè:

 

(2.500,00 – 501,89) =  1.998,11

1.998,11 × 70% =  1.398,68

1.398,68 + 501,38 = 1.900,06

 

I residui  599,94 euro (2.500,00 – 1.900,40) devono essere restituiti all’INPS.

La quota di pensione non cumulabile non può comunque essere superiore al 30% dei redditi percepiti. Pertanto, ipotizzando un reddito da lavoro pari a  1.000 euro mensili, la somma da restituire all’INPS è di 300 euro.

Il reddito da lavoro deve essere computato al netto delle maggiorazioni e delle integrazioni per carichi di famiglia e dei contributi previdenziali e assistenziali. Le pensioni di invalidità liquidate sulla base di almeno 40 anni di contributi sono invece totalmente cumulabili.

 

 

Cumulo pensione d’invalidità

Le vecchie pensioni di invalidità (liquidate con norme precedenti al 1984) sono sospese nel caso in cui il titolare, di età inferiore a quella stabilita per la pensione di vecchiaia, percepisca un reddito da lavoro dipendente (esclusa la liquidazione, la tredicesima e le indennità equivalenti), autonomo, professionale o d’impresa per un importo lordo annuo (al netto dei contributi previdenziali) superiore a tre volte il minimo.

In pratica, tali pensioni sono sospese se  il reddito supera 19.573,71 euro.

La corresponsione della pensione è ripristinata per gli anni in cui i redditi scendono al di sotto dei limiti e comunque al compimento dell’età pensionabile.

Con il ripristino si applicano le regole comuni sul cumulo (relative alla seconda riduzione, appena esposta).

Pertanto, la pensione di invalidità è cumulabile con i redditi:

 

– da lavoro dipendente, nella misura del 50% della quota eccedente il trattamento minimo;

– da lavoro autonomo, nella misura del 70% della quota eccedente l’ammontare del trattamento minimo. La trattenuta non può in ogni caso superare il 30% del reddito di lavoro autonomo conseguito. In pratica, è cumulabile al reddito da lavoro autonomo il trattamento minimo e il 70% della differenza tra l’importo della pensione e il minimo, con la garanzia che la trattenuta non può comunque eccedere il 30% del reddito conseguito.

 

Le pensioni di invalidità liquidate sulla base di almeno 40 anni di contributi sono, come già esposto, pienamente cumulabili, sia con il lavoro autonomo, che dipendente.

 

 

Pensioni d’inabilità dipendenti pubblici

Per gli iscritti alla gestione dipendenti pubblici, il limite di cumulo tra pensione e retribuzione opera per le pensioni di inabilità. Sono considerate tali:

 

– i trattamenti pensionistici privilegiati (indistintamente per tutti i dipendenti della pubblica amministrazione);

– i trattamenti derivanti da dispensa dal servizio per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi proficuo lavoro;

– i trattamenti derivanti da inabilità relativa alle mansioni.

 

I lavoratori subiscono, in particolare, solo il secondo taglio del trattamento (già osservato nei paragrafi precedenti), mentre non si possono applicare le norme relative all’assegno ordinario di invalidità.

La pensione di inabilità assoluta e permanente a qualsiasi proficuo lavoro presuppone, invece, la cessazione di ogni attività lavorativa, pertanto è totalmente incumulabile ed incompatibile:

 

– con i redditi da lavoro dipendente o autonomo svolto in Italia o all’estero;

– con l’iscrizione negli elenchi anagrafici degli operai agricoli e negli elenchi nominativi dei lavoratori autonomi;

– con l’iscrizione negli albi professionali ;

– con ogni trattamento sostitutivo o integrativo della retribuzione (indennità di disoccupazione, integrazioni salariali…).

 

 

Pensioni d’inabilità: trattenute

Per quanto riguarda le altre pensioni d’inabilità, la trattenuta viene effettuata:

 

– sulla retribuzione, ad opera del datore di lavoro, se il pensionato presta lavoro subordinato;

– sugli arretrati di pensione, ad opera dell’ente previdenziale, in caso di tardiva liquidazione della prestazione, se il pensionato presta lavoro subordinato;

– sulla pensione, ad opera dell’ente previdenziale, se il pensionato percepisce redditi da lavoro autonomo.


 


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