Diritto penale e immigrazione: i reati culturalmente orientati
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20 Mag 2016
 
L'autore
Daniela Rotunno
 


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Diritto penale e immigrazione: i reati culturalmente orientati

Quando il reato è commesso a causa della cultura del paese d’origine.

 

Che cosa sono i reati culturalmente motivati o orientati?

Negli ultimi anni il fenomeno dell’immigrazione di massa ha portato alla realizzazione di una società multietnica. L’appartenenza a culture diverse può creare problemi anche dal punto di vista dell’applicazione delle norme penali nel caso in cui un soggetto appartenente ad uno stato straniero commetta un fatto considerato illecito nel nostro paese, ma tollerato o accettato nel paese di provenienza. Parliamo, in tal caso di reato culturalmente motivato o orientato. In questo caso ci si chiede come debba reagire l’ordinamento penale interno. In particolare ci si interroga se l’ordinamento debba considerare il motivo culturale che ha spinto l’immigrato a commettere il reato, riservando allo stesso un trattamento sanzionatorio particolare (attraverso la creazione di norme ad hoc oppure riconoscendo delle cause di giustificazione), oppure considerare la condotta criminosa in modo indifferente. Tale giudizio appare ancora più complesso quando il reato commesso dallo straniero ha ad oggetto diritti fondamentali della persona come la libertà personale, la libertà sessuale, l’integrità fisica e la stessa vita della vittima.

 

 

Che cos’è l’esimente culturale?

Nella maggior parte dei casi, durante il processo, la difesa dell’imputato invoca l’applicazione della c.d. esimente culturale (causa di esclusione del reato), costituita dall’esercizio di un diritto riconosciuto o tollerato nella cultura di origine. Facciamo l’esempio dell’accattonaggio. Nella cultura rom mandare i bambini a chiedere l’elemosina per strada non è solo consentito, ma fa parte di un sistema di vita. Nel nostro ordinamento, tale condotta integra il reato di riduzione e mantenimento in servitù [1]. In un caso del genere la Cassazione ha ritenuto non operante la causa di giustificazione del richiamo alle tradizioni zingare dell’accattonaggio come sistema di vita [2]. In particolare la Suprema Corte ha ritenuto che il richiamo alla cultura ed al costume del paese d’origine dell’imputato non possa escludere l’elemento psicologico del reato. In una successiva sentenza la Cassazione, in un caso di maltrattamenti in famiglia, ha avuto modo di precisare che l’imputato straniero non può invocare la scriminante dell’esercizio di un diritto riconosciuto nel paese di provenienza, qualora tale diritto non venga riconosciuto nell’ordinamento del nostro Paese [3]. Inoltre viene precisato che lo straniero che si stabilisce in un nuovo paese dovrebbe avere una corretta informazione sulla compatibilità dei propri comportamenti con i principi sanciti dal nuovo stato. Non è plausibile che chi si trasferisce in un paese diverso ritenga, in buona fede, di poter mettere in atto qualsiasi condotta in quanto consentita dalla cultura del paese di origine. Pertanto, secondo la giurisprudenza, non è configurabile alcuna scriminante fondata sull’esercizio di un presunto diritto non riconosciuto dall’ordinamento interno.

Quali sono i reati più diffusi?

Dalle numerose pronunce dei giudici di merito e della Cassazione si evince che nella maggior parte dei casi si tratta di violenze in famiglia. In primo luogo, maltrattamenti ai danni di soggetti deboli quali mogli, figlie da parte di mariti e genitori. Spesso il motivo della violenza risiede nell’imposizione di matrimoni combinati o nella punizione dei soggetti che si ribellano alle regole tradizionali. Vi sono poi purtroppo i reati di sangue, noti alla cronaca nera, commessi per difendere l’onore e i reati di riduzione in schiavitù.


[1] Art. 600 cod. pen.

[2] Cass., sent. n. 37368/2012.

[3] Cass. sent. n. 14960/2015.

 

Autore immagine: 123rf com

 


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