Le cause di giustificazione
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21 Mag 2016
 
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Le cause di giustificazione

Disciplina generale delle scriminanti, la scriminante putativa e l’eccesso nelle cause di giustificazione.

 

Le cause di giustificazione o scriminanti sono determinate situazioni in presenza delle quali un fatto che è vietato in quanto costituisce reato deve invece, considerarsi lecito poiché vi è una norma dell’ordinamento che lo autorizza o lo impone; ricorrendo tali situazioni pertanto un fatto conforme alla fattispecie astratta rimane esente da pena perché l’ordinamento lo autorizza, lo consente o l’impone: così, se il cagionare la morte di un uomo costituisce illecito penale, non lo è ove la vittima stava a sua volta uccidendo l’omicida.

 

La collocazione sistematica delle cause di giustificazione è diversa a seconda che si aderisca alla teoria della bipartizione o della tripartizione. Per la prima sono considerate elementi negativi del fatto la cui assenza è altrettanto necessaria come la presenza degli elementi costitutivi affinché vi sia il reato. Si tratta cioè di elementi che debbono mancare affinché il fatto, completo di tutti i suoi elementi positivi, possa considerarsi reato. Ne deriva che la presenza di una causa di giustificazione fa venir meno la conformità del fatto concreto alla fattispecie astratta, la sua tipicità (Mantovani).

 

Per la seconda, invece, le cause di giustificazione rendono lecito un fatto tipico; esse hanno la funzione di escludere l’antigiuridicità considerata elemento autonomo accanto alla tipicità ed alla colpevolezza. Il fatto tipico cioè è solo indiziato di antigiuridicità penale ma poi occorre una valutazione dello stesso alla stregua dell’intero ordinamento giuridico per verificare se esso non risulti consentito o imposto (Fiandaca ‑ Musco).

 

Anche il fondamento delle cause di giustificazione è diversamente spiegato in dottrina. Secondo Antolisei, che privilegia un metodo di spiegazione unitario, comune cioè a tutte le cause di giustificazione, il fondamento della non punibilità va ravvisato nella mancanza di danno sociale non contrastando l’azione scriminata con gli interessi della comunità.

 

La dottrina prevalente tuttavia propende per un modello di spiegazione di tipo pluralistico tendente a ricondurre le varie scriminanti a principi diversi: l’interesse mancante (consenso dell’avente diritto: il fatto è indifferente per l’ordinamento); l’interesse prevalente (adempimento del dovere: il fatto è necessario per l’ordinamento; esercizio del diritto: il fatto è autorizzato dall’ordinamento; legittima difesa: il fatto è accettato dall’ordinamento); l’interesse equivalente (stato di necessità: il fatto è tollerato dall’ordinamento) (Mantovani).

 

Le scriminanti vanno ricomprese nella più ampia categoria delle cd. esimenti (SANTAMARIA) che costituiscono una categoria generale a cui sono riconducibili tutte le ipotesi di non punibilità richiamate dall’art. 59 ult. comma c.p. Nell’ambito delle esimenti rientrano, come sottospecie, le cause di giustificazione (legittima difesa, esercizio del diritto etc.); le scusanti riconducibili al principio di «inesigibilità», come impossibilità di esigere dal soggetto un determinato comportamento (es. stato di necessità determinato dall’altrui minaccia: art. 54, comma terzo); nonché altre ipotesi di non punibilità determinate da ragioni di opportunità politico-criminale (es. art. 649 c.p.: non punibilità del furto tra stretti congiunti).

 

Le cause di giustificazione si distinguono dalle cause di esclusione della colpevolezza che operano sul piano dell’elemento soggettivo; si distinguono dalle cause di esclusione della pena in quanto, mentre le prime escludono che un fatto possa qualificarsi reato rendendolo lecito ab origine, le seconde, invece, escludono semplicemente che al fatto‑reato consegua la concreta inflizione della pena; si distinguono infine dalle cause di estinzione del reato che sopravvengono allo stesso.

 

 

Rilevanza obiettiva delle cause di giustificazione

Le cause di giustificazione sono soggette alla applicazione di talune norme, contenute negli arttt. 55 e 59 c.p., che pongono i principi generali della materia. In base al comma primo dell’art. 59 c.p. «le circostanze che […] escludono la pena sono valutate a favore dell’agente anche se da lui non conosciute, o da lui per errore ritenute inesistenti». Ciò significa che le cause di giustificazione esplicano il loro effetto scriminante obiettivamente, per il solo fatto di esistere ed a prescindere dalla consapevolezza della loro ricorrenza che ne abbia l’agente. Ne deriva per esempio che dovrebbe andare esente da pena colui che spari ed uccida un terzo con intenzione aggressiva senza accorgersi che in un momento appena anteriore questi stava a sua volta per ucciderlo; in tal caso infatti ricorre, da un punto di vista meramente oggettivo, una situazione di legittima difesa anche se l’agente non ne era consapevole ed ha sparato non per difendersi ma per offendere. Tuttavia una parte della dottrina si è mostrata contraria a tale conclusione affermando che talune cause di giustificazione sono normativamente costruite in modo da dare rilevanza allo stato psicologico del soggetto che non potrebbe usufruirne se non ne era consapevole; così nella legittima difesa sarebbe necessario che il soggetto abbia agito con la volontà di difendersi cosicché la scriminante non potrebbe trovare applicazione ove il soggetto ignorasse la ricorrenza fattuale della stessa.

 

 

Scriminante putativa

Il comma terzo dell’art. 59 c.p. stabilisce che «se l’agente ritiene per errore che esistano circostanze di esclusione della pena, queste sono sempre valutate a favore di lui. Tuttavia se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo». La norma comporta l’equiparazione della ritenuta esistenza di una causa di giustificazione alla sua esistenza effettiva (cd. scriminante putativa). Si pensi al caso di Tizio che per errore di percezione crede di essere aggredito da Caio con una pistola per cui reagisce e lo uccide. Tizio, se l’errore non è stato determinato da colpa, andrà del tutto esente da pena.

La ratio della norma è chiara: in una situazione siffatta non può certo dirsi che Tizio abbia sparato per uccidere, con il dolo proprio dell’omicidio, bensì per difendersi. Quindi la regola per la quale l’erronea supposizione della ricorrenza di una scriminante fa venir meno la punibilità costituisce applicazione della disciplina generale dell’errore sul fatto prevista dall’art. 47 c.p. (vedi Cap. 13 §2). Infatti chi commette il reato nell’erronea supposizione dell’esistenza di una causa di giustificazione vuole un fatto diverso da quello che costituisce reato.

 

È, peraltro, evidente che l’erronea supposizione della sussistenza di una scriminante non può basarsi su un mero criterio soggettivo, riferito al solo stato d’animo dell’agente, ma deve essere sostenuta da dati di fatto concreti, che siano tali da giustificare l’erroneo convincimento in capo all’imputato di trovarsi in tale situazione (Cass. 13-1-2005, n. 436). In tal senso, in relazione alla legittima difesa putativa, la Cassazione ha, più di recente sostenuto che l’errore scusabile che può giustificare la scriminante putativa deve trovare adeguata giustificazione in qualche fatto che, seppure malamente rappresentato o compreso, abbia la possibilità di determinare nell’agente la giustificata persuasione di trovarsi esposto al pericolo attuale di un’offesa ingiusta sulla base di dati di fatto concreti, e cioè di una situazione obiettiva atta a far sorgere nel soggetto la convinzione di trovarsi in presenza di un pericolo presente ed incombente, non futuro o già esaurito, di un’offesa ingiusta (Cass. 2-2- 2006, n. 4337). Se tuttavia l’erronea supposizione è dovuta a colpa dell’agente, a precipitazione, a carente ponderazione della situazione, la punibilità dell’agente non è esclusa se il fatto è previsto dalla legge come delitto colposo.

 

Così, nell’esempio precedente, se Tizio ha sparato troppo precipitosamente, in una situazione nella quale poteva rendersi conto che Caio non lo stava effettivamente aggredendo, dovrà rispondere di omicidio colposo poiché il delitto di omicidio è preveduto dalla legge anche nella sua forma colposa. Occorre tuttavia precisare che affinché possa operare la disciplina suddetta l’errore deve cadere sui presupposti di fatto della scriminante; l’agente cioè deve credere di operare in una situazione di fatto tale che, se effettivamente esistente, ricorrerebbe una delle cause di giustificazione previste dalla legge. Non si avrà, invece, alcuna efficacia scriminante quando il soggetto creda per errore sul precetto che nella situazione in cui si trova la sua azione sia imposta, autorizzata o consentita dall’ordinamento: così non si applicherà l’art. 59 ultimo comma c.p. ma l’art. 5 c.p. se il soggetto per esempio reagisca di fronte alla provocazione verbale dell’avversario erroneamente credendo che tale provocazione scrimini la sua condotta ritenendo la provocazione una vera e propria causa di giustificazione invece che una mera circostanza attenuante.

 

 

Eccesso nelle cause di giustificazione

Altra regola generale in tema di cause di giustificazione è prevista dall’art. 55 c.p. che stabilisce che «quando nel commettere alcuni dei fatti preveduti dagli articoli 51, 52, 53 e 54, si eccedono colposamente i limiti stabiliti dalla legge o dall’ordine dell’autorità ovvero imposti dalla necessità, si applicano le disposizioni concernenti i delitti colposi, se il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo». In tali casi si parla di eccesso colposo. Esso si ha quando nella situazione concreta ricorrono i presupposti di fatto di una causa di giustificazione ma l’agente, per colpa determinata da imperizia, negligenza o imprudenza, supera i limiti oggettivi di queste scriminanti nel senso che il comportamento dell’agente fino ad un certo punto è sorretto da una causa di giustificazione realmente esistente ma nel suo sviluppo successivo ne travalica i limiti; e questo superamento dei limiti deve essere dovuto a colpa.

 

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