Cedolino paga: per ricevuta o quietanza non è ammissione del pagamento
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22 Mag 2016
 
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Cedolino paga: per ricevuta o quietanza non è ammissione del pagamento

La consegna della busta paga, anche se accompagnata dalla firma del dipendente “per ricevuta” o “per quietanza” non dimostra l’avvenuto pagamento dello stipendio.

 

Che succede se il datore di lavoro ti chiede di firmare il cedolino (ossia la busta paga) e poi non ti versa i soldi o, viceversa, ti versa una somma inferiore rispetto a quella indicata sul prospetto? La sottoscrizione del cedolino si considera come un’ammissione di avvenuto pagamento o è comunque consentito, al dipendente, nonostante la firma, procedere a una contestazione (e all’eventuale causa) in caso di mancato versamento degli importi dovuti? La risposta è stata chiaramente fornita dalla giurisprudenza della Cassazione a più riprese.

 

Secondo la Corte, la consegna della busta paga, anche se è accompagnata dalla sottoscrizione del dipendente “per ricevuta”, non è sufficiente di per sé a dimostrare l’avvenuto pagamento della retribuzione; si tratta di una semplice presunzione, ma deve essere accompagnata da ulteriori elementi di prova che possano far presumere l’estinzione dell’obbligazione [1]. Questo perché è capitato – e capita – purtroppo molto spesso che le aziende, specie nei momenti di crisi, chiedano ai dipendenti di firmare i cedolini con l’attestazione di avvenuta ricezione delle somme, ma rinviando il materiale versamento dello stipendio a un momento successivo o, magari, versando solo un acconto. Alcuni datori di lavoro applicano questa tecnica in modo sistematico, pagando così i dipendenti in misura inferiore rispetto a quella prevista per legge.

Ebbene, in tali casi, la sottoscrizione “per ricevuta” ed anche quella “per quietanza” non libera completamente l’azienda se il dipendente solleva una contestazione di mancato pagamento.

 

La Cassazione ritiene infatti che non vi sia una presunzione assoluta (ossia impossibile da contestare) di corrispondenza della retribuzione percepita dal lavoratore rispetto a quella risultante dai prospetti di paga. Pertanto è sempre possibile accertare che le sottoscrizioni eventualmente apposte dal lavoratore sulle busta paga non hanno il carattere di quietanza [2].

 

Inoltre, anche la sottoscrizione “per ricevuta” opposta dal lavoratore alla busta paga non implica, in maniera univoca, l’effettivo pagamento della somma indicata nel medesimo documento. Tale espressione, secondo la Cassazione [3], non è tale da potersi interpretare solo sulla base del suo significato letterale, ma è necessario invece il ricorso anche agli ulteriori criteri di interpretazione della volontà delle parti, andando a investigare su quanto è avvenuto concretamente all’atto della firma. Tale principi consentono, quindi, al lavoratore di dimostrare, nonostante abbia firmato il cedolino, ed anche in un momento successivo, che le somme percepite siano inferiori a quelle indicate sulle buste paga.

 

Insomma, per i giudici supremi la sottoscrizione dei prospetti paga per quietanza non ha valore confessorio e non può impedire al lavoratore di agire in giudizio, facendo causa all’azienda, per ottenere gli stipendi che non gli sono mai stati versati. Infatti, la firma sotto la dicitura “per ricevuta” o “per quietanza”, non contenendo la suddetta sottoscrizione, non comporta alcuna volontà a rinunciare all’esercizio dei propri diritti.


La sentenza

Cass. 30 giugno 2011 n. 14411

Svolgimento del processo

Con sentenza del 18/4 – 3/5/07 la Corte d’Appello di Lecce rigettò l’appello proposto da D.N.D., titolare della ditta “Fulgens”, avverso la sentenza del 19/10/04 del Tribunale di Brindisi, con la quale era stato condannato a corrispondere alla ex dipendente F.A., addetta alle pulizie dall’1/3/89 al 28/2/92, la somma di Euro 16.167,48 a titolo di differenze retributive non pagate rispetto all’importo di L. 53.337.093 chiesto col ricorso, e condannò l’appellante alle spese del grado.
La Corte d’appello addivenne a tale decisione dopo aver rilevato che la firma apposta dalla lavoratrice sui prospetti paga non le avrebbe potuto impedire di agire giudizialmente per il conseguimento delle differenze retributive pretese per il maggior lavoro svolto, che la richiesta dell’appellante di ricostruzione del fascicolo per smarrimento dei prospetti paga appariva ininfluente ai fini della decisione, essendo incontroversa la sottoscrizione di tali documenti, che era stata fornita la prova della maggior durata del lavoro svolto, che non erano state formulate contestazioni a seguito del deposito della relazione del consulente d’ufficio, che le censure avverso i conteggi erano assai generiche e che in ordine alla regolarizzazione

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[1] Cass. sent. n. 14411/2011; n. 24186/2008.

[2] Cass. sent. n. 9588/2001.

[3] Cass. sent. n. 6267/1998.

 

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Commenti
22 Mag 2016 Vincenzo Orlando

Va tenuto presente in proposito che, a decorrere dal 6.12.2011, l’art. 12 comma 1 del D.L. n. 201/2011 ha ridotto a € 1.000 il limite per l’utilizzo del denaro contante, ragion per cui i pagamenti eccedenti tale limite andavano eseguiti tramite gli intermediari autorizzati quali le banche, le Poste ecc.
Della violazione del divieto era responsabile anche il soggetto ricevente in quanto con il suo comportamento avrebbe contribuito ad eludere il fine della legge.
Al pari del soggetto trasferente perciò la sanzione a suo carico oscillava tra il 5 ed il 40% dell’importo del trasferimento con un minimo di 3.000 euro.
Come noto, tale limite è stato elevato a 3.000 euro dalla legge di Stabilità con decorrenza dal 1° gennaio 2016.
Ciò non toglie che il lavoratore possa pretendere per il passato la prova documentale (assegno, bonifico etc.) dell’effettivo pagamento degli importi figuranti sul cedolino di paga, ove superiori a 1.000 euro, anche se da lui sottoscritti per quietanza.