La legittima difesa
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27 Mag 2016
 
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La legittima difesa

La necessità di difendere un proprio diritto come causa di giustificazione: l’ingiusta aggressione e la legittima reazione.

 

A norma dell’art. 52 c.p. «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa». Anticamente indicata con l’espressione vim vi repellere licet, la legittima difesa è da sempre riconosciuta in tutti gli ordinamenti non potendo il diritto ad un tempo tutelare un bene ed imporre al soggetto di sopportarne il pregiudizio. La ratio della scriminante è variamente spiegata in dottrina. La dottrina dominante ravvisa la ratio della scriminante nella prevalenza accordata dallo Stato all’interesse del soggetto ingiustamente aggredito rispetto a quello di chi si è volontariamente posto contro la legge (Mantovani); mancherebbe allora quel danno sociale che giustifica l’intervento e l’applicazione della sanzione penale (Antolisei). Per un’altra corrente l’aggredito è scriminato in quanto esercita una funzione pubblica delegatagli dallo Stato che, trovandosi nella impossibilità di intervenire tempestivamente, delega al privato la potestà di polizia per ragioni di necessità (Manzini); in questa prospettiva la legittima difesa rappresenterebbe un residuo di autotutela che lo Stato concede al cittadino nei casi in cui l’intervento della Autorità non può risultare tempestivo (Fiandaca-Musco). Alcuni autori invece propendono per una spiegazione che tiene conto del contemperamento di angoli visuali diversi: bilanciamento di interessi, residuo della ragion fattasi, sanzione giuridica sotto forma della impedibilità del fatto altrui (Grosso). Secondo altri, infine, la legittima difesa fa venir meno l’elemento soggettivo del reato, la colpevolezza, in considerazione del fine di tutela del proprio diritto perseguito dall’agente (Florian). La legittima difesa ruota sui due poli della aggressione ingiusta e della reazione legittima.

Tanto l’aggressione, per legittimare la reazione, quanto la reazione, per essere legittima, devono presentare determinati requisiti.

 

 

Legittima difesa: aggressione ingiusta

L’aggressione deve provenire da una condotta umana. Può derivare sì anche da animali o cose ma sempre che sia individuabile un soggetto giuridicamente tenuto ad esercitare una vigilanza su di essi. In tal caso l’aggredito beneficerà della scriminante tanto se reagisca contro l’animale o la cosa quanto se reagisca contro la persona tenuta alla vigilanza. Contro i danni provenienti da animali o cose nullius può tutt’al più applicarsi lo stato di necessità.

 

Quanto alle modalità dell’aggressione non si richiede una violenza poiché il codice Rocco, a differenza del codice Zanardelli, parla di offesa. La legittima difesa è pertanto ammessa anche contro il comportamento passivo di un soggetto che per esempio si pari davanti alla porta di una abitazione per impedire al proprietario di entrarvi. Essa può consistere anche in una condotta omissiva: si pensi al caso della minaccia rivolta ad un automobilista affinché provveda all’urgente soccorso di un ferito o alla demolizione di una cosa pericolante alla quale non ha provveduto il proprietario. Non è necessario che l’aggressione si sia concretata nel tentativo di un delitto.

 

Oggetto dell’aggressione deve essere un diritto. Mentre sotto il vigore del codice previgente ci si domandava quali beni fossero difendibili, e i più restringevano l’applicabilità della scriminante agli attentati contro la persona, il codice attuale, utilizzando il termine diritto, ha esteso la facoltà di tutela a tutti i diritti, e, secondo taluni, a tutte le situazioni soggettive attive a prescindere dalla loro qualificazione formale. In giurisprudenza si ritiene che restano, invece, escluse dalla sfera applicativa della norma le semplici situazioni di fatto, dalle quali ogni cittadino può trarre o trae determinati vantaggi o utilità soggettive nell’estrinsecazione della sua attività economico-sociale (Cass. 3-3-2000, n. 3692). È certo comunque che la scriminante è ammessa non solo a tutela dei diritti personali ma anche dei diritti patrimoniali.

 

Soggetto passivo dell’aggressione può essere, oltre che il soggetto che si difende, cioè il soggetto attivo della reazione, anche un terzo. La scriminante è infatti ammessa anche a tutela di un diritto altrui; in tal caso si parla di soccorso difensivo. Il soccorso di persona in pericolo è tuttavia facoltativo in quanto ricorre una aggressione in atto che può tradursi in pericolo anche per il soccorritore. Il soccorso è invece necessario, ex art. 593 c.p., quando tale pericolo non sussista, o l’aggressione sia esaurita o la persona soccorsa versi in pericolo per altre cause. Così l’intervento per impedire il suicidio, nella normalità dei casi, costituisce un obbligo giuridico eccetto il caso in cui sussiste pericolo per l’agente derivante dalla resistenza dell’aspirante suicida (Mantovani).

 

L’aggressione poi deve aver provocato un pericolo attuale di lesione del diritto, cioè il rischio, la elevata probabilità del verificarsi della lesione. Pericolo attuale di una offesa significa rischio incombente al momento del fatto per cui la reazione non può essere né anticipata (cd. pericolo futuro) (22) né posticipata (cd. pericolo passato). Non scrimina quindi il pericolo futuro cioè la probabilità che si verifichi una situazione pericolosa in quanto in tal caso il soggetto ha tutto il tempo per rivolgersi all’Autorità. Non scrimina neppure il pericolo passato in quanto in simili casi la reazione coinciderebbe con una vendetta o rappresaglia. Oltre al pericolo incombente va considerato attuale anche il pericolo perdurante che si ha quando la lesione è in corso al momento della reazione con la quale possono essere evitati gli ulteriori sviluppi, oppure quando la lesione non si è ancora consolidata non essendosi completato il passaggio dalla situazione di pericolo a quella di danno effettivo. Così nei reati permanenti in cui la vittima può reagire contro il pericolo dell’ulteriore protrarsi della lesione al proprio diritto, come pure nel caso del ladro che fugge nei confronti del quale è possibile la reazione per reintegrarsi nel possesso della cosa.

 

La legittima difesa opera soltanto se il pericolo, oltre che attuale, sia anche involontario e ciò perché se il pericolo è volontariamente cagionato dal soggetto verrebbe meno il requisito della necessità della difesa o quello dell’ingiustizia dell’aggressione. Muovendo dal presupposto che la legittima difesa sia incompatibile col pericolo volontariamente cagionato da chi reagisce, la giurisprudenza deduce che l’art. 52 c.p. sia inapplicabile al provocatore a meno che la reazione dell’avversario risulti assolutamente imprevedibile e del tutto sproporzionata.

 

Si deduce altresì l’inapplicabilità della scriminante a chi accolga una sfida o in caso di rissa. In realtà per escludere l’applicabilità della legittima difesa in caso di sfida reciproca o di rissa con reciproca volontà di offesa non è necessario includere l’involontarietà del pericolo tra i presupposti della scriminante ma basta richiamarne la ratio: infatti i contendenti, lungi dall’atteggiarsi ad aggrediti ed aggressori, sono in realtà tutti aggressori. Per quanto detto la legittima difesa è altresì ammissibile contro la reazione eccessiva, vale a dire contro una reazione che vada oltre i limiti della necessità e che perciò è ingiustificata. Così un soggetto che si scagli contro un altro con l’intento evidente di percuoterlo leggermente potrà invocare la legittima difesa se l’aggredito si difenda con una pistola.

 

Ulteriore requisito dell’aggressione è che deve aver causato il pericolo di una offesa ingiusta. Tradizionalmente, per offesa ingiusta si intende l’offesa contra ius, cioè antigiuridica. Occorre in pratica che essa sia volta a ledere od ad esporre a pericolo un diritto, restando invece escluse dalla sfera applicativa della norma semplici situazioni di fatto dalle quali ogni cittadino può trarre o trae determinati vantaggi o utilità soggettive nell’estrinsecazione della sua attività economico-sociale (Cass. 3-3-2000, n. 2692). In tal modo però, da un lato si dà all’aggettivo un significato pleonastico ed inutile, dall’altro si circoscrive la legittima difesa alle sole offese colpevoli, dolose o colpose. Essa va intesa, invece, come offesa ingiustificata, non iure, arrecata cioè al di fuori di qualsiasi norma che la imponga (adempimento del dovere legittimo) o la autorizzi (esercizio del diritto). In tal senso è da considerarsi ingiusta l’offesa minacciata da chi versi in stato di necessità, in quanto semplicemente tollerata dall’ordinamento, come l’offesa minacciata in stato di eccesso di legittima difesa. Inoltre per l’ingiustizia dell’attacco non è necessario che esso integri un reato che sia punibile. Così la reazione è ammessa contro il fatto di coloro che godono di immunità penale e contro i soggetti non imputabili. Ciò si spiega considerando che l’antigiuridicità della condotta dell’aggressore, ai fini della applicabilità dell’art. 52 c.p., rileva in termini puramente oggettivi. È sufficiente cioè che l’aggressore ponga in essere un comportamento oggettivamente contrastante con l’ordinamento giuridico anche se manca l’illiceità penale per difetto di requisiti di natura soggettiva. È da respingersi allora la tesi secondo cui nei confronti dei non imputabili non potrebbe parlarsi di legittima difesa ma di stato di necessità. Infatti la mancanza della capacità di intendere e di volere non esclude l’ingiustizia del fatto. Solo di fronte al fatto giusto non è ammessa reazione ma non si vede come possa considerarsi tale l’aggressione di un pazzo o di un minore. Inoltre la scriminante dello stato di necessità ha un ambito applicativo molto più ristretto della legittima difesa per cui, in base alla tesi qui criticata, si verrebbe a limitare senza motivo la tutela dell’aggredito che per di più al momento dell’aggressione dovrebbe valutare se l’aggressore è imputabile o meno. Quando si verifichi la situazione delineata, cioè il pericolo attuale di una offesa ingiusta, è consentito all’aggressore compiere nei confronti dell’aggredito un’azione che normalmente costituisce reato. Occorre allora esaminare i requisiti richiesti dalla legge perché la reazione sia legittima.

 

 

Legittima difesa: reazione legittima

Innanzitutto occorre che la reazione sia necessaria per salvaguardare il bene in pericolo nel senso che il soggetto non possa evitare l’offesa al suo diritto se non difendendosi, se non arrecando a sua volta offesa all’aggressore. Il soggetto deve cioè trovarsi nella impossibilità di scegliere tra più condotte alternative, di agire altrimenti; necessità della reazione equivale, infatti, ad inevitabilità della stessa e la reazione è realmente inevitabile quando non è sostituibile con un’altra azione meno dannosa ugualmente idonea ad assicurare la tutela del bene posto in pericolo.

 

Va precisato che la necessità della reazione va valutata non in astratto ma in concreto tenendo conto di tutte le circostanze del caso singolo come le condizioni dell’aggredito, i mezzi di cui dispone, il tempo e il luogo dell’attacco etc. Così una reazione che può apparire necessaria per un soggetto debole o in certe condizioni di tempo e di luogo non è più tale in relazione ad una persona robusta o in altre condizioni di tempo e di luogo. In sede interpretativa, la Cassazione ha ulteriormente precisato che l’accertamento della legittima difesa deve essere effettuato con giudizio ex ante — e non già ex post — delle circostanze di fatto, cronologicamente rapportato al momento della reazione e dimensionato nel contesto delle specifiche e peculiari circostanze concrete al fine di apprezzare solo in quel momento — e non a posteriori — l’esistenza dei canoni della proporzione e della necessità di difesa, costitutivi, ex art. 52 cod. pen., dell’esimente della legittima difesa (in tal senso, Cass. 27-1-2010, n. 3507).

 

Per essere legittima, la reazione deve cadere sull’aggressore. Particolari problemi si pongono nei casi di aberratio ictus nella legittima difesa allorché l’aggredito, o per errore nell’uso dei mezzi difensivi (sbaglio di mira) o per altra causa (repentino spostamento dell’aggressore) rechi offesa a persona estranea. In questi casi non può trovare applicazione l’art. 82 c.p. che presuppone l’assenza di scriminanti mentre nel caso in esame la reazione è legittima e diretta contro l’aggressore. Neppure può applicarsi l’art. 52 c.p. perché la reazione non colpisce l’aggressore ma terzi. E neppure l’art. 54 c.p. visto che l’offesa al terzo non è necessaria per salvare il diritto proprio o altrui. Quindi è da ritenersi che in relazione al terzo l’agente risponderà a titolo di colpa se una colpa è ravvisabile nella reazione pericolosa. Se invece, nonostante la prevedibilità del danno a terzi, l’aggredito abbia nel reagire usato misure cautelari idonee ad impedire che il danno si verificasse, non risponderà del danno subito al terzo poichè ha agito nell’ambito di un rischio consentito ed accettato dall’ordinamento nel momento in cui autorizza la reazione (Mantovani). 3) Infine, occorre che la difesa sia proporzionata all’offesa.

 

L’interpretazione del requisito è controversa. Secondo un indirizzo, proprio di dottrina e giurisprudenza meno recenti, il giudizio di proporzione tra offesa e difesa va desunto dal confronto tra i mezzi reattivi che l’aggredito aveva a disposizione e quelli adoperati; pertanto ricorrerebbe la scriminante, senza che possa parlarsi di eccesso colposo, qualora l’agente abbia reagito con il solo mezzo che al momento della aggressione aveva a disposizione indipendentemente dalla entità del danno cagionato all’aggressore e dell’interesse da tutelare.

 

Questo indirizzo appare per lo più abbandonato in considerazione del fatto che il codice parla di proporzione tra offesa e difesa per cui non può prescindersi da un rapporto tra bene minacciato dall’aggressore e bene leso, cioè tra i beni o interessi in conflitto. Si comprende allora come non sia consentito ledere un bene dell’aggressore marcatamente superiore a quello posto in pericolo dall’aggressione illecita. In tal senso non sarà mai consentito ledere un bene personale o addirittura la vita per difendere un bene patrimoniale; ciò risulta anche dall’art. 2 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo per il quale «la morte non è considerata illecita solo quando è imposta dalla necessità di difendersi da una violenza illegittima». Ne deriva che solo l’assoluta necessità di difendere la propria persona può far ritenere legittima la morte inflitta ad altri. Il raffronto tra beni in conflitto va fatto in concreto tenendo conto del grado di aggressione e delle altre circostanze del caso concreto. Si tratta di un giudizio relativo perché non va dimenticato che il rapporto è pur sempre tra un bene dell’aggressore ed un bene dell’aggredito e perché una reazione più forte può rassicurare maggiormente sulla efficacia della difesa. Inoltre chi si difende non ha sempre tempo e modo di calcolare l’esatta portata dei propri gesti: adgreditus non habet stateram in manu.

 

Nella legittima difesa quando manca la proporzione tra difesa ed offesa, per eccesso nell’uso dei mezzi adoperati dall’aggredito nel difendersi, occorre differenziare tra eccesso dovuto a negligenza, imperizia, imprudenza ed, in genere, a colpa nella valutazione della entità dell’offesa o della misura della difesa, ed eccesso consapevole e volontario; nel primo caso ricorre l’eccesso colposo, nel secondo il delitto è doloso perché la condotta e l’evento sono volontari e previsti; la scelta deliberata di una determinata condotta, ancorché reattiva, la quale superi i limiti imposti dalla necessità della difesa, e non per precipitazione, imprudenza od errata valutazione delle circostanze di fatto, bensì per consapevole determinazione, esclude l’eccesso colposo perché radica la volontarietà dell’evento, che diviene semplicemente punitivo, trovando nella precedente azione altrui, pretesto, non causale. Quanto alla legittima difesa putativa, ai fini della configurabilità della stessa, è necessario che la pretesa opinione soggettiva dell’esistenza del pericolo, da parte dell’agente, trovi una logica giustificazione nell’esistenza di una situazione di fatto che possa determinare la necessità di un’azione difensiva, non essendo sufficiente né lo stato d’animo dell’agente né il semplice timore di costui che altri commetta un fatto lesivo del suo diritto o sia una persona pericolosa. In altri termini l’eventuale erroneo convincimento del soggetto di versare in stato di pericolo deve essere sempre sorretto da circostanze di fatto che possano giustificare la ragionevole persuasione di una situazione di pericolo, occorrendo che tale persuasione si basi su dati obiettivi e non meramente soggettivi (33) (34). Si è, altresì, esclusa l’applicabilità dell’esimente in esame allorché il soggetto non agisca nella convinzione, sia pure erronea, di dover reagire a solo scopo difensivo, ma per risentimento o ritorsione contro chi ritenga essere portatore di una qualsiasi offesa (Cass. 15-3-2000, n. 3200).

 

Legittima difesa e diritto all’autotutela nel privato domicilio: presupposti e limiti Se quanto finora esposto, in relazione ai limiti ed alle condizioni di applicabilità della scriminante che qui si tratta, è frutto della pluriennale opera interpretativa, dottrinale e giurisprudenziale, del disposto dell’art. 52 c.p., è necessario, tuttavia, evidenziare che la medesima previsione è stata oggetto di riforma ad opera della L. 13 febbraio 2006, n. 59, recante «Modifica all’articolo 52 del codice penale in materia di diritto all’autotutela in un privato domicilio». In particolare, ai sensi del neointrodotto secondo comma dell’art. 52 c.p., «Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

 

– la propria o altrui incolumità;

 

– i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

 

Con il simultaneo inserimento di un terzo comma, si è, altresì, precisato che la previsione neointrodotta trova applicazione «anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale». Alla luce di tale disposto, dunque, la sussistenza del rapporto di proporzione fra la reazione dell’aggredito (posta in essere mediante l’impiego di armi o altro mezzo egualmente idoneo) e l’offesa minacciata dal reo (proporzione, come visto in precedenza, espressamente richiesta dal primo comma dell’art. 52 c.p.) viene, eccezionalmente, presunta «ex lege» (dunque sottratta alla valutazione del giudice), nel caso in cui il fatto avvenga nel domicilio dell’aggredito o nel suo luogo di lavoro. I sostenitori di tale intervento riformatore ne individuano il fondamento nell’esigenza di superare la comune interpretazione dei criteri stabiliti dalla legge per valutare se la reazione ad una aggressione possa essere considerata lecita, interpretazione che avrebbe trasformato un istituto diretto a tutelare le vittime in uno strumento che avvantaggia innanzitutto gli aggressori, imponendosi all’aggredito valutazioni che, in concomitanza di una aggressione, non sempre possono essere effettuate (chi si difende è, di regola, un soggetto impaurito, che teme per la propria incolumità). Contro l’opportunità di tale riforma si è, invece, schierata, quasi unanimemente, la dottrina di matrice «accademica» (fra gli altri, FIANDACA, DOLCINI, FIORE, MONACO). Le osservazioni critiche partono dalla considerazione che la riforma attua un ampliamento solo apparente dei limiti di principio della legittima difesa, sia perché non sussiste dubbio alcuno che l’art. 52, già prima della riforma in commento, consentisse la difesa, non solo dell’incolumità personale, ma anche dei beni patrimoniali, propri o altrui, come anche, di certo, del diritto all’inviolabilità del domicilio, sia perché l’art. 59 del codice penale prevede che non sia punibile anche chi agisce per difendersi, ritenendo solo per errore di essere aggredito nella persona o nei beni (a ciò si aggiunga che l’art. 55 dello stesso codice attenua in modo sostanziale la responsabilità di chi, eventualmente, ecceda colposamente nella legittima difesa da un’aggressione, reale o supposta, cagionando, senza volerlo, un danno maggiore di quello necessario a difendersi).

 

Ciò detto, per tali autori, il vero elemento di novità che emerge dalla previsione (come in precedenza anticipato) consiste nell’introduzione di una presunzione, in virtù della quale la reazione dell’aggredito si considera sempre e comunque proporzionata all’offesa minacciata, quando il fatto avvenga nel domicilio dell’aggredito o nel suo luogo di lavoro, la qual cosa sottrae al giudice, limitatamente a questi casi, la valutazione della proporzione tra offesa e difesa, riducendo (negli intenti del legislatore) tempi e modalità di accertamento dei fatti. Si osserva, tuttavia, che costituisce opzione normativa del tutto priva di ragionevolezza quella che porta ad equiparare comportamenti assai diversi fra loro, solo perché avvenuti in un determinato luogo (a titolo esemplificativo, la neointrodotta previsione comporta che vengano poste sullo stesso piano la condotta di chi neutralizza un rapinatore armato e di chi spara freddamente a un ladruncolo sorpreso a rubare nell’orto) in quanto anche nei luoghi indicati dalla norma si può reagire a un’interferenza in modo appropriato, oppure in modo manifestamente spropositato.

 

Si ritiene, altresì, puramente illusorio il fatto che l’innovazione disciplinare che qui si commenta produrrà l’effetto di eliminare (o quantomeno ridurre) i disagi causati all’aggredito dal comune dipanarsi dell’iter processuale conseguente all’emergere di una situazione di difesa legittima. È, infatti, evidente che in nessun caso si potrà prescindere da un accertamento concernente le concrete circostanze in cui si è svolto il fatto, attraverso cui verificare la sussistenza dei presupposti fondanti la citata presunzione (es. se la persona che ha commesso il fatto era legittimamente presente sul posto, se deteneva legittimamente l’arma, se non vi sia stata desistenza, se vi sia stato pericolo di aggressione). Si premonisce, altresì, che tale riforma (censurabile anche sotto il profilo della tecnica di normazione, costituendo un arretramento verso la legislazione di tipo «casistico», in netto contrasto con i dettami del diritto moderno, fondato su previsioni di carattere generale e astratto) potrebbe avere, quale effetto perverso, la rincorsa al possesso più o meno legittimo di armi da parte delle categorie e dei ceti più esposti, e la conseguente maggiore aggressività di una delinquenza, già di per sé ben agguerrita, consapevole dell’accresciuta aggressività «difensiva» delle potenziali vittime. Ciò detto in linea teorica, in una delle prime pronunce successive alla riforma, la Cassazione ha affermato che la novella legislativa avrebbe introdotto una presunzione di proporzionalità fra mezzi a disposizione (del reo per aggredire e della vittima per difendersi): la violazione del domicilio da parte dell’aggressore a cui si contrappone, per salvaguardare la propria incolumità o propri beni, l’uso di arma legittimamente detenuta (Cass. 21-7-2006, n. 25339).

 

Più di recente la medesima Corte ha peraltro puntualizzato che, ai fini del riconoscimento della causa di giustificazione della legittima difesa, il requisito della necessità della difesa, anche a seguito delle modifiche apportate all’art. 52 cod. pen. dalla L. n. 59 del 2006, va inteso nel senso che la reazione deve essere, nelle circostanze della vicenda apprezzate ex ante, l’unica possibile, non sostituibile con altra meno dannosa egualmente idonea alla tutela del diritto (Cass. 24-6-2008, n. 25653; in dottrina, nel medesimo senso GAROFOLI). Sul tema si è affermato, altresì, che in tema di legittima difesa, la presunzione di proporzionalità a favore della reazione di difesa in luoghi di domicilio o ad esso equiparabili, prevista dal comma secondo dell’art. 52, non opera con riguardo a condotte compiute nell’abitacolo di una autovettura, trattandosi di spazio privo dei requisiti minimi necessari per potervi soggiornare per un apprezzabile periodo di tempo e nel quale non si compiono atti caratteristici della vita domestica (Cass. 6-5-2013, n. 19375). Si è, infine, affermato che la scriminante della legittima difesa armata domiciliare presuppone che il soggetto che si introduce fraudolentemente nella dimora altrui agisca per insidiare l’altrui sfera domestica ovvero le persone che in essa si trovano. (Nell’affermare tale principio, la Corte ne ha escluso la configurabilità a beneficio di un reagente contro un soggetto che non si era introdotto nell’abitazione per aggredirlo, ma per soccorrere la di lui convivente, che stava per essere, a sua volta, aggredita da uno degli altri occupanti la medesima abitazione) (Cass. 13-8-2014, n. 35709).

 

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