L’uso legittimo delle armi
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27 Mag 2016
 
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Edizioni Simone
 


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L’uso legittimo delle armi

L’uso delle armi da parte dei pubblici ufficiali come causa di giustificazione.

 

L’art. 53 c.p. al comma primo stabilisce che «ferme le disposizioni contenute nei due articoli precedenti non è punibile il pubblico ufficiale che, al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, fa uso ovvero ordina di far uso delle armi o di altro mezzo di coazione fisica, quando vi è costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’Autorità…»

 

Da un punto di vista sistematico, con riferimento ai rapporti con le altre cause di giustificazione, l’uso legittimo delle armi è considerato da taluni autori come l’ipotesi principale di adempimento del dovere sancito da una norma giuridica (Antolisei). La dottrina più recente invece gli riconosce carattere pienamente autonomo. Dalla clausola di riserva posta dalla norma (ferme le disposizioni contenute nei due articoli precedenti) la dottrina dominante deduce che la scriminante in parola ha carattere sussidiario nel senso che essa è applicabile ove il fatto non risulti già giustificato in base ai presupposti della legittima difesa o dell’adempimento del dovere (Mantovani). Infatti rispetto all’adempimento del dovere ha una funzione specificativa ed integrativa mentre si differenzia dalla legittima difesa perché il soccorso difensivo è facoltativo mentre l’uso delle armi è doveroso.

 

 

Soggetti legittimati

L’uso legittimo delle armi è riconosciuto solo a favore dei pubblici ufficiali. Restano fuori dall’ambito previsionale della norma non solo gli incaricati di pubblico servizio ma anche gli esercenti servizio di pubblica necessità. Inoltre, secondo una interpretazione restrittiva, legittimati non sarebbero tutti i pubblici ufficiali di cui all’art. 357 c.p. ma solo gli appartenenti alla forza pubblica che hanno in dotazione armi o altri mezzi di coazione fisica. L’art. 53 comma secondo equipara al pubblico ufficiale la persona che, legalmente richiesta, gli presti assistenza. Mentre il pubblico ufficiale che fa uso ovvero ordina di far uso delle armi è scriminato a norma dell’art. 53 c.p., chi ne fa uso per ordine superiore è invece giustificato in base all’adempimento dell’ordine dell’autorità ex art. 51. L’uso delle armi allora non può costituire mezzo per l’esercizio di facoltà o per realizzare finalità estranee all’esercizio del dovere. È controverso se il fine di adempiere il dovere costituisca un momento soggettivo quale rappresentazione del pubblico ufficiale di adempiere a un dovere del proprio ufficio, con conseguente deroga alla operatività oggettiva delle cause di giustificazione, ovvero se costituisce un limite oggettivo quale modo di essere della condotta oggettivamente diretta all’adempimento del dovere indipendentemente dalla rappresentazione che l’agente ne abbia. In questa seconda accezione l’eventuale concorso di motivi personali resta irrilevante.

 

 

Condizioni per l’applicazione

L’uso delle armi deve essere strumentale per vincere ostacoli che si frappongono all’adempimento del dovere; tuttavia non è legittimo l’uso delle armi per vincere qualunque ostacolo ma solo quelli che si concretano in una violenza o resistenza e sempre che non siano vincibili con altri mezzi diversi e meno lesivi.

 

La violenza deve consistere in un comportamento attivo diretto ad ostacolare l’adempimento del dovere d’ufficio. Secondo parte della dottrina (Mantovani) nel concetto di violenza andrebbe ricompresa sia l’attività fisica in senso stretto sia la coercizione psichica, la minaccia. La tesi è considerata accoglibile purché si tratti di minaccia seria e particolarmente grave (Fiandaca‑Musco). Secondo la giurisprudenza di merito l’uso delle armi è giustificato nel caso in cui, pur in assenza di conflitto a fuoco, si puntino le armi contro la polizia. 2) Più controversa è invece l’interpretazione del concetto di resistenza. La dottrina tradizionale ritiene che essa sia integrata solo dalla resistenza attiva mentre l’uso delle armi non sarebbe mai legittimo per vincere una resistenza passiva come nel caso degli operai che si sdraino al suolo per impedire alle auto della polizia di entrare nella fabbrica occupata. Sulla stessa linea è orientata la giurisprudenza prevalente che equipara la resistenza passiva alla fuga.

 

L’uso delle armi è legittimo solo se gli ostacoli all’adempimento del dovere non possono essere superati altrimenti; se tali ostacoli sono superabili diversamente la scriminante non sussiste perché l’uso delle armi deve rappresentare una extrema ratio (cd. requisito di necessità).

 

La dottrina più moderna ritiene implicito nella norma il requisito della proporzionalità. Si argomenta infatti che la sua omissione, coerente con la assoluta preminenza di qualsiasi fine pubblico teorizzata dal regime fascista, non è più giustificata alla stregua della gerarchia di valori accolta dalla Costituzione. Occorre allora un bilanciamento di interessi da effettuare caso per caso. Così la proporzione non sussiste se l’uso delle armi lede un interesse che per l’ordinamento ha un rilievo maggiore di quello pubblico cui l’adempimento del dovere ostacolato tendeva; in questa prospettiva ad es. non sarebbe legittimo il ferimento di una persona che impedisca al pubblico ufficiale di adempiere un dovere teso alla realizzazione di un interesse pubblico tutelato da una contravvenzione. Quanto alla innovazione introdotta con la L. 152/1975 parte della dottrina dubita che essa abbia ampliato in misura sostanziale l’ambito della norma visto che i casi contemplati già rientrano nella nozione di violenza. Secondo alcuni però la riforma legittimerebbe l’uso delle armi, pur in assenza di violenza e resistenza, durante l’iter dei delitti ivi indicati e addirittura prima che sia raggiunta la soglia del tentativo punibile (Alibrandi). Si ritiene, peraltro, che, anche in tali ipotesi, l’uso delle armi deve essere caratterizzato dai requisiti della necessità ed inevitabilità, nel senso che non vi deve essere altra possibilità di impedimento della condotta offensiva, nonché di proporzionalità, nella misura in cui occorre procedere ad un bilanciamento di contrapposti interessi (in tal senso CARINGELLA).

 

In definitiva, perché possa applicarsi la scriminante dell’uso legittimo delle armi, occorre la contestuale presenza di alcune condizioni; in primo luogo, che non vi sia mezzo alternativo possibile; che tra i vari mezzi di coazione venga scelto quello meno lesivo; infine, che l’uso di tale mezzo venga graduato secondo le esigenze specifiche del caso, nel rispetto del fondamentale principio di proporzionalità. Laddove sussistano tutte le predette condizioni, la giurisprudenza prevalente ha escluso che si possa porre a carico dell’agente il rischio del verificarsi di un evento più grave rispetto a quello da lui perseguito. Tali considerazioni allora hanno condotto la Corte ad affermare la responsabilità, a titolo di eccesso colposo, nei confronti di un agente di polizia che, in ora notturna ed in una zona poco frequentata, a fronte del gesto di un soggetto che aveva estratto e puntato contro la pattuglia di cui detto agente faceva parte una pistola, rimanendo quindi fermo in tale atteggiamento, con un ginocchio a terra, nel mezzo della strada, aveva esploso contro costui, dopo essersi portato a distanza di sicurezza, al riparo dell’autovettura di servizio, i cui fari abbagliavano l’antagonista, alcuni colpi di pistola che ne avevano cagionato la morte (Cass., sent. n. 854/2008).

 

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