Senza consenso informato, al paziente spetta sempre il risarcimento
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22 Mag 2016
 
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Senza consenso informato, al paziente spetta sempre il risarcimento

Anche se l’intervento chirurgico o il trattamento medico è andato bene, la mancata firma del malato sul consenso informato gli consente di chiedere il risarcimento del danno.

 

Per l’omesso consenso informato – obbligatorio per legge prima di qualsiasi trattamento medico sanitario – il paziente va risarcito anche se l’intervento è riuscito: la violazione di tale obbligo di trasparenza nei confronti del malato costituisce, di per sé, un illecito che dà diritto al risarcimento per il danno. E ciò a prescindere dal fatto che l’operazione sia andata bene, in quanto, in questo caso, ad essere leso dall’omessa informazione, è il diritto all’autodeterminazione del malato. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].

 

Il consenso informato è una autorizzazione che il paziente, prima del trattamento medico o dell’operazione chirurgica, fa al sanitario e alla clinica presso cui avviene detto intervento. Non si tratta di far firmare semplicemente un modellino al paziente, quasi si trattasse di una formalità burocratica: il sanitario ha l’obbligo di spiegare, in modo chiaro e intellegibile, secondo un linguaggio comprensibile dalla persona media, il tipo di operazione che verrà eseguita, le conseguenze e i rischi che essa comporta. Il medico, dal canto suo, è tenuto a fornire al malato tutte le informazioni scientificamente possibili sulla terapia o l’intervento chirurgico previsti indicando modalità ed eventuali conseguenze, al netto dei rischi imprevedibili. in sostanza il malato ha il diritto/dovere di conoscere tutte le informazioni disponibili sulla propria salute e la propria malattia, potendo chiedere al medico tutto ciò che non è chiaro, e deve avere la possibilità di scegliere, in modo informato, se sottoporsi a una determinata terapia o esame diagnostico.

 

Secondo la pronuncia in commento, tutte le volte in cui non viene presentato, al paziente, il modulo per il consenso informato, tanto il medico quando la struttura sanitaria (sia che si tratti dell’ospedale pubblico che della clinica privata) devono essere condannati al risarcimento del danno a prescindere dall’esistenza di un danno alla salute. Pertanto, anche quando l’intervento è riuscito, risolvendo interamente la patologia lamentata dal paziente, vi è una lesione che va risarcita: la lesione al diritto del malato di essere informato su quella che sarà la terapia che gli verrà applicata. L’obbligo di trasparenza, infatti, è ineliminabile quando si tratta di un campo delicato come la salute.

Il danno per il mancato consenso informato è autonomo e indipendente rispetto a quello alla salute (che scatterebbe, invece, in caso di responsabilità medica), poiché sono differenti le norme e i beni giuridici tutelati dalla legge:

 

  • gli obblighi di informazione da un lato (la cui violazione lede il diritto all’autodeterminazione del paziente),
  • la necessaria diligenza medica durante l’intervento chirurgico o la terapia, dall’altro lato (la cui violazione, in caso di errore professionale, lede il diritto all’integrità psicofisica).

 

Non si può neanche affermare – secondo la Cassazione – che, quando l’intervento vada male e il paziente venga risarcito per il danno alla salute, tale indennizzo copra anche quello da mancata sottoscrizione del consenso informato: come detto si tratta di due illeciti diversi, che danno vita a due fonti di danno differenti.

Pertanto, la quantificazione effettuata a seguito della responsabilità professionale per colpa medica non può comprendere anche il danno da mancato consenso informato perché la violazione degli obblighi informativi priva il paziente dalla libertà di compiere scelte che riguardano la sua persona e di esercitare tutte le opzioni relative all’atto sanitario; si tratta quindi di una lesione del tutto indipendente dall’errata esecuzione dell’intervento.


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 18 dicembre 2015 – 20 maggio 2016, 10414
Presidente Petti – Relatore Pellecchia

Svolgimento del processo

1. Nel dicembre del 2002, Anna N. , B.S. e M. convennero in giudizio il prof. Bo. e la casa di cura Piacenza s.p.a. per ottenere il risarcimento dei danni derivanti dai postumi di un intervento chirurgico. Espose l’attrice che nel 1993, a causa delle crisi di cefalee di cui soffriva sin da quando era bambina, si era rivolta al Bo. , noto specialista in materia di cefalee, che gli aveva consigliato un intervento chirurgico di settoetmoidosfenectomia decompressiva neurovascolare entronasale radicale di terzo grado con l’obiettivo di risolvere con altissima probabilità la sua patologia. Ma l’intervento, eseguito presso la casa di cura Piacenza, non solo non aveva guarito la N. ma anzi aveva aggravato la situazione, creando problemi di respirazione, diminuzione di olfatto, infiammazioni della rinofaringe e sintomi depressivi, fenomeni del tutto inesistenti prima e neanche eliminati a seguito delle numerose e lunghe cure cui si era sottoposta la paziente su indicazione del Bo. .
Pertanto, ritenuta inadeguata la scelta del trattamento chirurgico posto in essere dal sanitario, fortemente aggressivo tanto da aver comportato

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[1] Cass. sent. n. 10414/16 del 20.05.16.

 


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