Cause di giustificazione: lo stato di necessità
Professionisti
27 Mag 2016
 
L'autore
Edizioni Simone
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore
 

Cause di giustificazione: lo stato di necessità

Stato di necessità: la situazione di pericolo e l’azione lesiva; il soccorso di necessità; il costringimento psichico.

 

L’art. 54 c.p. stabilisce che «non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo». Radicata nell’incoercibile istinto di conservazione dell’uomo questa scriminante è conosciuta da tempo immemorabile. Antichissimo è infatti il principio necessitas non habet legem. Il fondamento della causa di giustificazione è variamente spiegato in dottrina.

 

La dottrina oggi dominante ritiene che il fondamento della scriminante risiede nel criterio oggettivo di bilanciamento degli interessi; posto cioè che nella situazione un bene è comunque destinato a soccombere, l’ordinamento giuridico non ha interesse a far prevalere l’uno o l’altro dei beni in conflitto se gli stessi sono equivalenti mentre privilegia quello più rilevante se sono di diverso valore (Antolisei, Mantovani). Da quanto detto deriva che lo stato di necessità elide l’antigiuridicità oggettiva, per cui l’azione necessitata non solo non è punibile ma non può neppure considerarsi illecita. Questo assunto non è contraddetto dall’art. 2045 c.c. che prevede, quale possibile conseguenza civile, il pagamento di una indennità. Infatti questa non presuppone l’illiceità civile del fatto e, del resto, non consiste nella integrale riparazione del danno in quanto la sua determinazione e la stessa concessione sono rimesse all’equo apprezzamento del giudice. Per il suo carattere utilitaristico lo stato di necessità è definita scriminante amorale che potrebbe divenire immorale se la sua operatività non fosse circoscritta da una serie di limiti.

 

Lo stato di necessità, al pari della legittima difesa, ruota intorno a due poli: la situazione di pericolo e l’azione lesiva, entrambe descritte nei loro requisiti dal legislatore per segnare i limiti di operatività della scriminante. Nello Stato di diritto la scriminante in esame non può trovare applicazione in relazione ad attività giuridicamente disciplinate da norme specifiche e dai principi generali dell’ordinamento; ciò vale in primo luogo per l’attività funzionale dei pubblici poteri.

 

 

La situazione di pericolo

Deve trattarsi innanzitutto di un pericolo attuale nel senso che il rischio di danno grave alla persona deve sussistere al momento del fatto. Secondo l’orientamento giurisprudenziale tradizionale, l’attualità del pericolo non andrebbe intesa in senso assoluto, come rapporto di assoluta immediatezza tra la situazione di pericolo e l’azione necessitata, ma nel senso che, nel momento in cui l’agente ponga in essere il fatto costituente reato, esista, secondo una valutazione ex ante che tenga conto di tutte le circostanze concrete e contingenti di tempi e di luogo, del tipo di danno temuto e della sua possibile prevenzione, la ragionevole minaccia di una causa imminente e prossima del danno.

 

In dottrina si è affermato che non sempre il criterio della imminenza cronologica del danno consente una esatta determinazione della attualità del pericolo perché non di rado è opportuno agire tempestivamente per impedire l’aggravamento delle potenzialità lesive insite nella situazione pericolosa. La Cassazione ha, invece, un orientamento restrittivo al riguardo, mentre la giurisprudenza di merito propende per l’applicazione dell’art. 54 c.p. anche alla situazione di bisogno. Sulla rilevanza dell’attualità del pericolo, si è escluso che possa configurare una situazione legittimante lo stato di necessità il timore di future rappresaglie, in particolare nel caso in cui non siano mai state minacciate, trattandosi di pericolo assolutamente indeterminato, sia sotto il profilo temporale che delle modalità attuative (Cass. 11-7-2001, n. 27866). 2) Oggetto del pericolo deve essere un danno grave alla persona. Originariamente si riteneva che l’azione lesiva fosse giustificata solo se diretta alla tutela della vita e dell’integrità fisica. La dottrina dominante tuttavia tende a dilatare l’ambito dei diritti tutelabili ricomprendendovi anche quelli attinenti alla personalità morale del soggetto come la libertà personale e sessuale, l’onore, il pudore, considerando così danno grave alla persona la compromissione degli stessi. Il problema in tali casi riguarderà piuttosto il requisito della proporzione tra bene minacciato dal pericolo e bene leso. Anche la giurisprudenza è ormai attestata su analoghe posizioni. Non costituisce, invece, pericolo di danno grave alla persona che legittima l’azione lesiva il pericolo di un danno patrimoniale anche se gravissimo.

 

La gravità del danno può essere determinata secondo un duplice indice: considerando il rango del bene minacciato (criterio qualitativo), o il grado del pericolo che incombe sul bene (criterio quantitativo). 3) La situazione di pericolo non deve essere stata causata volontariamente dall’agente. L’accertamento della volontarietà del pericolo deve essere riferito alla situazione pericolosa cui immediatamente si ricollega il danno e non ai suoi lontani antecedenti: così, nell’esempio che classicamente si riporta, potrà invocare lo stato di necessità il dissipatore ridotto sul lastrico che rubi una medicina per salvare il figlio malato.

 

A parte il caso in cui il pericolo sia stato cagionato dall’agente è indifferente la fonte del pericolo. Quindi, a differenza della legittima difesa, il pericolo può scaturire da un accadimento naturale, da un animale, dal fatto di un terzo. In quest’ultimo caso se la reazione si dirige verso un terzo incolpevole si applicherà l’art. 54 c.p.; se, invece, è diretta verso l’aggressore ricorrerà la ben più ampia fattispecie esimente della legittima difesa. Si richiede poi che il soggetto non abbia un particolare dovere di esporsi al pericolo: così non andrà esente da pena il vigile del fuoco che per salvarsi da un incendio abbia sacrificato la vita di una persona.

 

 

L’azione lesiva

Quanto ai requisiti della azione lesiva essa deve essere innanzitutto necessaria nel senso che il soggetto si trovi nella alternativa tra il subire il danno e il commettere l’azione lesiva. La giurisprudenza interpreta rigorosamente questo presupposto richiedendo non una semplice necessità ma una necessità imperiosa e cogente tanto che per sottrarsi al pericolo all’agente non resti altra alternativa che quella di ledere il diritto del terzo. La scriminante allora non può essere invocata quando vi sia una possibilità innocua di evitare il danno grave e ciò in primo luogo in caso di possibilità di fuga che in questo caso non è mai disdicevole ma sempre doverosa.

 

Il giudizio di necessità, essendo di natura prognostica, va effettuato facendo una valutazione ex ante, cioè collocandosi idealmente nel momento in cui il soggetto compie l’azione necessitata il che comporta che possono ritenersi giustificate anche azioni lesive o inutili in base ad una valutazione ex post.

 

In senso rafforzativo della necessità l’art. 54 c.p. esplicita il requisito della inevitabilità altrimenti che sta a significare impossibilità di salvarsi arrecando al terzo una offesa meno grave; lo stato di necessità quindi scrimina solo l’azione che arrechi al terzo incolpevole il minor danno possibile. Il pericolo non altrimenti evitabile postula dunque la necessità inderogabile di provvedere alla salvaguardia del bene mediante quella specifica condotta criminosa e solo con quella, senza alternative.

 

L’ultimo requisito richiesto dall’art. 54 c.p. è quello della proporzione tra fatto e pericolo. Secondo l’orientamento dominante il giudizio di proporzione deve avere ad oggetto i beni confliggenti. In questa prospettiva la proporzione sussiste se il bene minacciato prevale su quello leso o almeno si equivale. Il bene sacrificato dall’azione necessitata quindi non potrà mai avere rilievo maggiore di quello messo in salvo. Si avverte però che ove ci si trovi di fronte a beni egualmente meritevoli di protezione la proporzione deve essere accertata in modo assai più rigoroso rispetto alla legittima difesa.

 

 

Il soccorso di necessità

La scriminante dello stato di necessità si applica anche a chi salva dal pericolo una terza persona (soccorso di necessità): l’azione è diretta a salvare un diritto non proprio ma altrui per cui l’azione necessitata è posta in essere non dal soggetto minacciato ma da un terzo soccorritore. Il soccorso di necessità è facoltativo per cui presuppone l’assenza dell’obbligo di soccorso di cui all’art. 593 c.p., obbligo che viene meno quando sussiste il pericolo di un danno grave alla persona del soccorritore (48). Si è posto il problema del soccorso di necessità allorché la persona interessata manifesti una volontà contraria all’intervento.

 

 

Il costringimento psichico

L’ultimo comma dell’art. 54 c.p. stabilisce che la norma si applica anche se lo stato di necessità è determinato dall’altrui minaccia. La minaccia consiste nella prospettazione di un male futuro il cui verificarsi dipende dalla volontà dell’agente e viene presentata come alternativa alla commissione del reato. Al minacciato cioè deve essere posto il dilemma: o sottostare alla volontà del minacciante e quindi commettere il fatto a danno del terzo o subire il male minacciato. Occorre poi che sussista proporzione tra il male minacciato e quello arrecato al terzo (49). A queste condizioni del fatto commesso non risponde il coartato ma l’autore della coazione. Da parte della dottrina l’ipotesi è considerata non come una scriminante ma come una scusante perchè il fatto commesso sotto la minaccia non è lecito tanto che fonda la responsabilità penale dell’autore della minaccia (Mantovani). La scriminante opera anche a favore di chi agisce nella erronea convinzione di trovarsi in stato di necessità anche se ne difettano i requisiti obiettivi, purché si tratti di errore logicamente scusabile (50). L’esimente è invece inapplicabile nell’ipotesi in cui l’agente ritenga per errore che la legge prevede come scriminante una situazione che non è tale perché, risolvendosi in tal caso l’errore nella ignoranza della legge penale, non può scusare.

 

Manuale-di-Diritto-Penale

 

 

 

 


 


richiedi consulenza ai nostri professionisti

 
 
Commenti