Obbligatorio il registro per ricordare a chi presti l’auto
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22 Mag 2016
 
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Redazione
 


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Obbligatorio il registro per ricordare a chi presti l’auto

Alla guida di un’auto non intestata: il proprietario non può dimenticare il nome di chi la guidava, in modo da indicarlo alla polizia in caso di multa con decurtazione dei punti dalla patente.

 

In Italia esistono norme le quali, benché non scritte, si ricavano dalle interpretazioni dei giudici: come l’obbligo, ad esempio, per ogni cittadino, di tenere un registro con l’indicazione di tutte le volte in cui la propria auto viene prestata a un familiare o a un amico. Possibile? Sì, e per convincervene partiamo da un caso piuttosto ricorrente.

Multa recapitata a casa, ma il proprietario, al momento della contravvenzione, non era alla guida dell’auto: per legge è obbligato a dichiarare all’autorità procedente, entro 60 giorni dal ricevimento della multa, il nome dell’effettivo conducente. E ciò affinché la polizia decurti i punti dalla patente di chi ha effettivamente violato il codice della strada. Tuttavia, il malcapitato, dopo circa 90 giorni dal fatto (tale è il termine entro cui la multa può essergli comunicata), non è più in grado di ricordare a chi aveva prestato l’auto. Ma ai giudici questo non interessa, neanche se si tratta di una persona anziana o di un uomo con cinque figli che, a turno, utilizzano l’unica utilitaria: l’omessa indicazione dei dati comporta una seconda sanzione da 284 a 1.133 euro. Infatti, secondo la Cassazione, l’obbligo di indicare gli estremi dell’effettivo conducente non può essere glissato con un generico “non sono in grado di ricordare”. Insomma, per la nostra legge è vietato dimenticare se c’è di mezzo l’auto. E se la memoria non è giovane o esercitata, meglio tenere un registro o qualsiasi altro strumento per evitare la seconda sanzione.

 

Si rafforza il filone giurisprudenziale secondo cui il proprietario dell’automobile deve tenere memoria del giorno e dell’ora in cui il proprio mezzo è stato utilizzato da altre persone: si intuisce dall’ennesima sentenza della Cassazione, pubblicata pochi giorni fa, secondo cui la semplice dichiarazione di non essere in grado di ricordare i dati del conducente, oggetto di un verbale, non è sufficiente per liberare da ogni responsabilità la persona a cui è intestata la vettura.

 

Il proprietario dell’automobile che non abbia buona memoria o che non abbia tenuto un registro ove ha annotato i vari passaggi di mano della propria auto si trova, così, tra l’incudine e il martello dovendo scegliere tra:

 

  • il dare ugualmente i propri dati e così subire la decurtazione dei punti dalla patente, pur non essendo colpevole;
  • non comunicare alcunché e, in tal caso, salvare i punti della patente, ma subire una multa da 284 a 1.133 euro.

 

Bisogna peraltro fare molta attenzione a non fornire dati di un terzo compiacente: la falsa indicazione costituisce un reato e chi viene scoperto si trova a passare dalla semplice sanzione amministrativa a quella penale (leggi “Multa: la falsa comunicazione del conducente per i punti”).


La sentenza

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 5 febbraio – 3 maggio 2016, n. 8694
Presidente Petitti – Relatore Oricchio

Considerato in fatto

Con sentenza n. 180/2009 il Giudice di Pace di Erba rigettava il ricorso proposta da B.S. avverso l’ordinanza­ingiunzione n. 1536/2008, con cui il Prefetto di Como ordinava alla ricorrente il pagamento di sanzione amministrativa pecuniaria per violazione dell’onere di comunicazione dei dati del conducente dell’autovettura, in relazione alla quale era stato elevato verbale di contravvenzione al C.d.S.. Avverso la suddetta decisione del Giudice di prime cure interponeva appello la B..
Resisteva al gravame il Prefetto di Como.
Il Tribunale di tale Città, con sentenza n.521b12011 -resa in funzione di Giudice di appello- rigettava l’appello e compensava le spese del giudizio.
Per la cassazione della succitata decisione ricorre la B. con atto affidato ad un unico motivo.
Non ha svolto attività difensiva l’intimato Prefetto.

Ritenuto in diritto

1.- Con l’unico motivo del ricorso si censura il vizio di violazione e falsa applicazione dell’art. 126 bis C.d.S. in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 c.p.c., per aver ritenuto l’impugnata sentenza sussistente la

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[1] Cass. sent. n. 8694/2016 del 3.05.2016.

 


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