Avvocati: vietato esporre il prezzo nella pubblicità
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24 Mag 2016
 
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Avvocati: vietato esporre il prezzo nella pubblicità

Le comunicazioni al pubblico circa le attività svolte dallo studio legale non possono indicare i prezzi praticati.

 

In un messaggio pubblicitario rivolto al pubblico, l’avvocato non può far sapere in anticipo, ai propri futuri clienti, il prezzo che praticherà loro, specie se si tratta di una tariffa “infima” o “a forfait”. A limitare ancora una volta il gioco della concorrenza e la trasparenza dei prezzi, nel mercato dei servizi legali, è il CNF. Con una recente sentenza [1], l’organo di controllo dell’avvocatura sostiene che la pubblicità degli avvocati (o meglio, per chiamarla secondo il bon ton imposto dal codice deontologico, la “comunicazione al pubblico”) non può far riferimento al listino prezzi che applica l’avvocato: si tratta di informazioni segrete, che devono rimanere confinate nelle quattro mura dello studio legale, perché nessuno le conosca in anticipo, onde non costituire concorrenza con gli altri colleghi.

 

Concorrenza vietata, quindi, tra gli avvocati: vietato indicare i prezzi, vietato indicare le competenze del professionista, vietato anche applicare tariffe popolari. La tariffa “infima” – così come la chiama, con toni dispregiativi, il CNF, solo perché indirizzata a un pubblico poco facoltoso – è meno “decorosa” di una tariffa elevata: non importa poi se la prima può essere pagata da tutti, anche da chi – per causa delle proprie condizioni economiche – non può altrimenti accedere ai servizi di un avvocato, mentre la seconda, quella elevata, se la può permettere chi ha accumulato (magari illecitamente) forti capitali, mettendo anticipatamente nel “prezzo” della propria attività losca anche la parcella del legale. E del fatto che ci siano studi aperti a un pubblico più modesto nelle possibilità economiche non si può fare menzione nel messaggio pubblicitario.

 

Non importa che, nel 2006, è intervenuto il decreto Bersani che ha liberalizzato le tariffe e la pubblicità: il CNF ha sempre dimostrato di non tenere in considerazione la riforma tutte le volte in cui la pubblicità informativa dell’avvocato sia “indiscriminata” e i servizi professionali siano offerti “a costi molto bassi ovvero determinati forfettariamente senza alcuna proporzione rispetto all’attività svolta”. Insomma, un bel modo per aggirare il dettato normativo che, a differenza dell’interpretazione che si tende a dargli, è estremamente chiaro e limpido.

 

Leggi anche: “Avvocato e decoro della professione: roba da tempi bui”.

 

Il Consiglio Nazionale Forense va oltre la legge – non è la prima volta che lo fa, tanto poi le multe comminate dall’Antitrust vengono pagate con i soldi degli iscritti – facendosi esso stesso legislatore e creando norme che il parlamento, invece, non ha voluto mai creare.

 

Nella vicenda di specie, un avvocato aveva pubblicato, all’interno di un box pubblicitario in un quotidiano, un messaggio in cui faceva riferimento al costo della prestazione offerta, violando così, secondo il Cnf, i principi di probità e decoro professionale, nonché il divieto di accaparramento della clientela con mezzi non idonei a fornire ogni adeguata informazione a soggetti che non sono necessariamente consapevoli rispetto alla natura e al valore della prestazione offerta.

 

Le tariffe non sono state liberalizzate completamente: è questo il messaggio che il CNF vuole, ancora una volta, dare agli avvocati; esse infatti restano pur sempre vincolate a un principio di proporzionalità tra attività svolta e compensi pretesi. Al di là poi se lo studio, grazie alla propria organizzazione e maggiore esperienza, riesce a organizzare la propria attività, ottimizzando i tempi e riducendo anche gli onorari a tutto vantaggio del consumatore. Consumatore, evidentemente, puntualmente dimenticato nei messaggi del CNF, benché dovrebbe essere quest’ultimo l’obbiettivo finale. Il CNF deve “controllare” gli avvocati a tutela del mercato, e non viceversa. Ma questa è una funzione che, via via nel tempo, si è dimenticata.

 

I costi predeterminati – prosegue il CNF – non possono essere “molto bassi, dovendo parametrarsi l’adeguatezza del compenso al valore e all’importanza della singola pratica trattata e non già determinarsi forfettariamente senza alcuna proporzione all’attività svolta”.

 

Infine, la sentenza stabilisce che la pubblicità mediante la quale il professionista, per condizionare la scelta dei potenziali clienti, e senza adeguati requisiti informativi, offra prestazioni professionali, viola le prescrizioni normative nel momento in cui il messaggio viene formulato con modalità attrattive della clientela e con mezzi suggestivi e incompatibili con la dignità e con il decoro del professionista.


La sentenza

Consiglio Nazionale Forense, sentenza 17 luglio 2014 – 24 settembre 2015, n. 142
Presidente Perfetti – Segretario Marcherin

Fatto

Con ricorso depositato in data 19.07.2013 l’avv. C. C. ha impugnato la decisione del COA di Monza, con la quale gli è stata comminata la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione per due mesi, ritenendolo responsabile di aver violato gli artt. 17-bis e 19 C.D.F. a ragione della pubblicazione di una inserzione pubblicitaria del proprio studio legale associato utilizzando uno strumento informativo consentito ma con forma e modalità irrispettose della dignità e del decoro della professione.
La vicenda oggetto dell’odierno giudizio riguarda un inserto pubblicitario, pubblicato in data 23/05/2011 sulla rivista C. da alcuni professionisti, tra cui l’odierno ricorrente, che riprendeva nella sostanza i contenuti e la forma di un analogo annuncio già comparso sullo stesso quotidiano in data 16/02/2009. In relazione al precedente annuncio, il COA di Monza aveva proceduto disciplinarmente, comminando agli incolpati – e cioè a tutti gli aderenti allo studio associato – la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio della professione per due mesi; successivamente questo Consiglio Nazionale Forense, con decisione del 2 marzo 2012

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[1] CNF sent. n. 142/2015 del 21.05.2016.

 


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