Conviventi di fatto, i nuovi contratti: diritti e doveri
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29 Mag 2016
 
L'autore
Maria Elena Casarano
 


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Conviventi di fatto, i nuovi contratti: diritti e doveri

Legge su unioni civili e convivenze: tutele crescenti per le coppie (gay o eterosessuali) che abbiano un legame stabile di assistenza reciproca: la prova della convivenza stabile, la dichiarazione di residenza, i diritti e i doveri dei conviventi, i contratti di convivenza, la risoluzione del contratto e la cessazione della convivenza.

 

Il disegno di legge Cirinnà sulle unione civili tra persone dello stesso sesso e le coppie di conviventi è finalmente legge [1]. Una legge che con la sua imminente entrata in vigore attribuisce “ufficialmente” dignità giuridica alla famiglia anche al di là del vincolo del matrimonio.

 

Dopo esserci soffermati sulle tutele riservate alle coppie gay che decidano di unirsi civilmente (leggi: “Unioni civili: come si procede, coppie gay, diritti e doveri”), vogliamo, invece, approfondire in questo articolo quelle riservate dalla nuova legge alle coppie di conviventi.

 

Cosa si intende per conviventi di fatto? Come va formalizzata la convivenza? Quali sono i diritti e i doveri riservati ai conviventi? È sempre necessario stipulare un contratto di convivenza? Come si stipula e che valore ha un contratto di convivenza? I conviventi possono cambiare idea su quanto pattuito? Che succede se la convivenza si interrompe?

 

Procediamo, quindi, con ordine non senza aver prima precisato che la nuova legge non vuole e non deve costituire l’unico riferimento normativo per i conviventi, poiché essa, nell’ individuare precisi diritti e doveri per le famiglie di fatto, rappresenta solo un ampliamento della disciplina già esistente a riguardo (costituita dalla legge e dalla giurisprudenza).

 

 

Cosa si intende per conviventi di fatto?

Le nuove disposizioni trovano applicazione nei confronti di quelle persone che, avendo un progetto di vita insieme, decidano di convivere; non rileva, dunque che si tratti di persone dello stesso sesso o eterosessuali.

 

La nuova legge definisce, infatti, conviventi di fatto:

– due persone maggiorenni (e quindi anche dello stesso sesso),

– unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale,

non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

 

La convivenza di fatto, quando è caratterizzata da stabilità determina l’applicazione automatica delle disposizioni di cui alla nuova legge, senza che i conviventi debbano necessariamente registrare in qualche modo il loro rapporto.

 

 

A quali convivenze non si applica la nuova legge?

Per quanto appena detto, la nuova legge non può essere applicata alle coppie non conviventi, anche se abbiano:

 

– una relazione sentimentale stabile;

– rapporti sessuali non occasionali;

– dei figli insieme.

 

Al pari la disciplina non è applicabile alle coppie nelle quali anche uno solo dei due sia separato (e quindi ancora legato al coniuge col vincolo del matrimonio) dato che la legge prevede in modo espresso che essa è applicabile solo a coloro i quali non abbiano rapporti di parentela, affinità o adozione o derivanti da matrimonio o da un’unione civile.

 

 

Esiste un obbligo di formalizzare la convivenza?

No. Al contrario di quando previsto per il matrimonio e le unioni civili tra persone dello stesso sesso, i conviventi non hanno nessun obbligo di formalizzare la convivenza tramite una registrazione all’anagrafe.

 

 

A cosa serve l’iscrizione all’anagrafe?

L’iscrizione all’anagrafe, tuttavia, costituisce un utile elemento in grado di provare l’inizio convivenza e la sua durata. Prova che rappresenta il presupposto necessario per poter accedere ad una serie di diritti (che a breve illustreremo). E’ quindi quanto mai opportuno procedere a detta iscrizione.

Tuttavia, a prescindere dai dati risultanti all’anagrafe [2], agli interessati è comunque data la possibilità di provare che la convivenza è iniziata successivamente o è iniziata in data diversa rispetto alle dichiarazioni anagrafiche.

 

 

Come va fatta l’iscrizione all’anagrafe?

I conviventi possono fare all’ufficio anagrafe una dichiarazione contestuale che attesti la comune residenza nello stesso Comune.

Qualora, tuttavia, ciò non avvenga e la dichiarazione sia effettuata da uno solo dei due, questi deve darne comunicazione all’altro mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento.

Se tale comunicazione non viene effettuata, ciò preclude la possibilità di utilizzare le risultanze anagrafiche per provare la convivenza ai fini dell’applicazione dei benefici di legge.

 

 

La convivenza deve avere una durata minima per considerarsi stabile?

Abbiamo visto che la legge definisce come conviventi di fatto coloro i quali abbiano stabili legami affettivi e di reciproca assistenza. Ciò detto, tuttavia, essa nulla specifica riguardo al periodo di durata necessario affinché la convivenza possa essere considerata stabile; il richiamo all’eventuale (e non necessaria) iscrizione anagrafica, infatti, ci da solo la certezza del suo inizio, ma nulla di più.

 

L’unico appiglio che la nuova legge fornisce a riguardo lo si può individuare in una norma che, con riferimento al diritto del convivente a continuare ad abitare nella casa familiare di proprietà del partner defunto, riconosce una sorta di riserva di abitazione per un periodo di due anni o di durata pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque di non oltre i cinque anni. Formula questa che lascia pensare che anche solo due anni di convivenza potrebbero essere ritenuti un periodo sufficiente per qualificare una convivenza come stabile.

 

Dovrà essere comunque il giudice a valutare questa circostanza nei singoli casi sottoposti al suo esame.

 

 

Quali sono i diritti e i doveri attribuiti ai conviventi?

Posto, dunque, che la legge presuppone che i conviventi di fatto siano uniti in modo stabile da legami affettivi e di assistenza morale e materiale reciproca, essa fa uno specifico elenco di diritti e doveri ad essi riconosciuti e, sino a questo momento riservati solo ai coniugi e ai parenti più stretti. Vediamoli nello specifico.

 

a) Diritti spettanti nel caso di detenzione in carcere

Si tratta, in particolare dei diritti riconosciuti dalla legge sull’Ordinamento Penitenziario [3] al mantenimento dei contatti diretti tra i detenuti ed i loro familiari attraverso:

 

– i colloqui che detenuti e internati possono avere con i congiunti e con altre persone,

 

– l’autorizzazione ad essere visitati dalle persone ammesse ai colloqui e il permesso di poter trascorrere con loro parte della giornata;

 

– il diritto ad una telefonata settimanale ai congiunti e conviventi, indipendentemente dalla avvenuta effettuazione dei colloqui visivi;

 

– il permesso di visita riservato ai familiari “nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente”;

 

– il diritto per i detenuti di poter informare immediatamente i familiari del loro ingresso in istituto o dell’avvenuto trasferimento;

 

– il diritto del detenuto e del congiunto di essere tempestivamente informati in caso di decesso o grave infermità dell’altro;

 

– il diritto del detenuto e dei suoi familiari di inviarsi denaro;

 

– il diritto alla scelta (ove praticabile) del luogo di esecuzione della pena (anche in caso di trasferimento) o della misura di sicurezza in una struttura non troppo distante dalla residenza, in modo da non rendere troppo difficoltosi i contatti con la famiglia e, in particolare le visite e i colloqui.

 

 

b) Diritti in caso di malattia e di ricovero

Si tratta in particolare del:

 

– diritto reciproco di visita,

 

– di assistenza,

 

– di accesso alle informazioni personali (chiarimenti su diagnosi, prognosi ed eventuale intervento medico) in base alle regole organizzative delle strutture sanitarie (pubbliche, private o convenzionate), specie nel caso in cui il malato si trovi in stato di incoscienza e non sia, quindi, in grado di esprimere la propria volontà;

 

– di richiedere (e ottenere) copia della cartella clinica;

 

– di essere designato quale rappresentante con poteri pieni o limitati riguardo alla manifestazione del consenso riguardo:

  • al trattamento medico chirurgico e comunque per le decisioni in materia di salute per il caso di incapacità di intendere e di volere legale (perché interdetto o inabilitato) o naturale (perché in stato di incoscienza);
  • alla donazione di organi, alle modalità di trattamento del corpo e alle celebrazioni funerarie.

La designazione è effettuata in forma scritta e autografa o, in caso di impossibilità di redigerla, alla presenza di un testimone.

 

c) Diritti in caso di interdizione e amministrazione di sostegno

La nuova normativa apporta anche una modifica al codice di procedura civile inserendo il convivente di fatto fra i soggetti che devono essere indicati nella domanda di interdizione o inabilitazione [4].

 

Inoltre, qualora uno dei conviventi sia dichiarato interdetto o inabilitato o beneficiario di amministrazione di sostegno, la legge prevede la possibilità che l’altro venga nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno.

 

 d) Diritto a partecipare agli utili dell’impresa familiare

Fino ad oggi, la nozione di impresa familiare [5] è stata individuata nella situazione di collaborazione continuativa all’attività di impresa da parte del coniuge, dei parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado dell’imprenditore, senza possibilità di estendere tale disciplina ai conviventi more uxorio. La nuova legge sulle convivenze di fatto pone rimedio a questa interpretazione in quanto, aggiungendo un ulteriore articolo al codice civile [6], prevede che “al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato”.

 

 e) Il diritto al risarcimento per morte derivante da fatto illecito

Nel caso di morte del convivente di fatto per causa derivante da fatto illecito di un terzo, la nuova legge precisa che nell’individuazione del danno risarcibile al superstite vanno applicati gli stessi criteri individuati per il risarcimento del danno al coniuge superstite.

 

In tal modo la legge non fa che recepire un orientamento giurisprudenziale piuttosto consolidato che aveva già ammesso il diritto al risarcimento da fatto illecito, sia relativo al danno morale che a quello patrimoniale, al convivente “more uxorio “ della vittima, quando risulti concretamente dimostrata la relazione di convivenza [7].

 

c) Diritti del superstite sulla casa di comune abitazione

Per l’ipotesi di decesso di uno dei conviventi, la legge fa una distinzione tra le specifiche ipotesi in cui l’immobile abitato dalla coppia sia di proprietà di uno dei conviventi, sia stato concesso in locazione ovvero sia un alloggio di edilizia popolare.

  1. Se l’immobile è di proprietà di uno dei conviventi

In caso di morte del proprietario della “casa adibita a residenza comune dei conviventi”, la nuova legge prevede una riserva di abitazione del convivente superstite, stabilendo il diritto di quest’ultimo di continuare ad abitare nella casa di comune abitazione:

  • per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni;
  • per non meno di tre anni, se nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente.

Il diritto in questione viene meno nel caso in cui il convivente superstite:

– cessi di abitare stabilmente nella casa di comune residenza;

– o contragga matrimonio, un’unione civile o una nuova convivenza di fatto.

Le scadenze indicate sono automatiche e pertanto non è necessario il ricorso da alcun procedimento da parte degli eredi per tornare nella disponibilità del bene.

  • La legge fa salvo il caso in cui il giudice, in presenza di figli comuni, abbia disposto l’assegnazione della casa familiare [8] al convivente superstite a seguito della separazione dei genitori; in tale ipotesi, il diritto di godimento sull’immobile cesserà solo una volta che la prole, ancorché maggiorenne, abbia raggiunto lautosufficienza economica.

 

  1. Se l’immobile è condotto in locazione 

Se la casa di abitazione è stato data in affitto, in caso di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione, il convivente ha diritto a succedergli nel contratto [9]. Questa disciplina è ritenuta pacificamente applicabile anche nel caso in cui l’immobile sia stato dato in comodato.

 

 

  1. Assegnazione di casa popolare

La nuova legge estende al convivente di fatto i diritti che la disciplina in materia di assegnazione di alloggi di edilizia popolare [10] prevede in favore del coniuge. Quando, infatti, la circostanza di appartenere ad un nucleo familiare costituisce titolo o causa di preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi popolari, ai conviventi viene riconosciuto il diritto di godere, a parità di condizioni, di tale titolo o causa di preferenza. Si pensi ai casi in cui la legge garantisce il subentro nel contratto per i familiari a carico in caso di morte dell’assegnatario (di solito la legge prevede il subentro del coniuge, dei figli, dei parenti e dei conviventi dell’assegnatario, che facciano parte del nucleo familiare originario fin dalla data di assegnazione, con diritto dell’assegnatario di ottenere, con una specifica procedura, l’autorizzazione all’ampliamento del proprio nucleo familiare in alcuni casi specifici).

 

Le ulteriori tutele per chi stipula un contratto di convivenza

Quanto detto sino ad ora vale per tutte le coppie eterosessuali o omosessuali che abbiano instaurato una convivenza stabile.

 

Tuttavia, la sola risultanza anagrafica della convivenza non produce effetti di alcun tipo sul patrimonio (a differenza di quanto avviene nelle unioni civili); la convivenza, infatti, non riconosce al convivente, solo per fare alcuni esempi, la qualità di erede legittimo, né il diritto al mantenimento.

 

La nuova legge, allora, introduce la possibilità per i conviventi di ampliare le tutele previste dalla legge, attraverso la stipulazione dei contratti di convivenza, attraverso i quali la coppia può regolare alcuni rapporti economici.

 

 

Che cos’è un contratto di convivenza?

Il contratto di convivenza è il contratto con il quale i conviventi decidono di regolare gli aspetti patrimoniali della loro vita in comune.

 

La legge prevede che esso possa avere un contenuto limitato ad alcuni specifici aspetti quali:

 

– la residenza in cui la coppia decida di convivere,

 

– le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune

 

– e il regime di comunione dei beni.

 

Nessun riconoscimento, dunque, per i conviventi ad un assegno di mantenimento, al tfr o alla reversibilità come, invece, previsto nelle unioni civili; come pure nessuna qualificazione del convivente quale erede legittimo alla morte del partner.

 

Per tali motivi, il contratto di convivenza non va confuso col diverso accordo tra conviventi in vista di una eventuale cessazione della convivenza (come invece previsto nella versione del primo testo unificato della legge [11]). Contratto quest’ultimo che i conviventi potrebbero senz’altro stipulare mediante eventuali accordi integrativi (ma che avrebbe validità obbligatoria solo tra di loro), come pure potrebbero prevedere ulteriori reciproche attribuzioni patrimoniali nell’ambito di un testamento.

 

 

Chi può stipulare un contratto di convivenza?

Tutte le persone maggiorenni (eterosessuali o omosessuali) unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale possono stipulare un contratto di convivenza.

 

Tale contratto, tuttavia, è nullo (con nullità insanabile che può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse) se viene concluso da:

 

– un minorenne;

 

– persona legata da un vincolo matrimoniale, di un’unione civile o di un altro contratto di convivenza;

 

– persona interdetta giudizialmente: se il procedimento di interdizione è ancora pendente, gli effetti del contratto di convivenza restano sospesi in pendenza del procedimento di interdizione giudiziale;

 

– chi abbia subito la condanna per il delitto di omicidio consumato o tentato sul coniuge del convivente [12]: nel caso di rinvio a giudizio o di misura cautelare disposti per tale delitto, gli effetti del contratto restano sospesi fino alla pronuncia della sentenza di proscioglimento.

 

 

Come deve essere redatto un contratto di convivenza?

Il contratto, le sue modifiche e la sua risoluzione, devono essere redatti in forma scritta, a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato che ne attestino la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico” [13].

 

Nello specifico, il professionista individuato dai conviventi dovrà:

 

– verificare la sottoscrizione dell’accordo e autenticare la firma dei conviventi, così attribuendo il valore di atto pubblico al contratto stipulato;

 

– accertarsi che i conviventi non abbiano sottoposto l’accordo a termini o a condizioni;

 

– attestare la conformità dell’accordo alle norme imperative e all’ordine pubblico.

 

 

Che valore ha un contratto di convivenza?

Il contratto di convivenza non ha solo valore tra i conviventi ma anche nei confronti dei terzi. Perché ciò sia possibile, (e quindi possa essere opposto ai terzi), esso è soggetto ad una sorta di pubblicità.

 

Nello specifico, la nuova legge stabilisce che il professionista che ha ricevuto l’atto in forma pubblica o che ne ha autenticato la sottoscrizione debba provvedere entro i successivi dieci giorni a trasmetterne copia al Comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione all’anagrafe [14].

 

Va registrato, tuttavia, sul punto quello che sembra essere, almeno per il momento, un vuoto normativo: se da un lato, infatti, la legge impone la registrazione all’anagrafe di questo contratto, dall’altro mancano norme di collegamento che prevedano l’iscrizione nei registri anagrafici del contratto stesso.

 

L’inosservanza dell’onere di pubblicità comporta l’impossibilità di opporre a terzi accordi non registrati, salvo che si riesca a dar prova che i terzi ne erano comunque a conoscenza. Si tratta, quindi, di un adempimento importante che è bene sia compito con scrupolo nonostante che la legge non preveda sanzioni a carico del professionista in caso di mancata trasmissione (come, al contrario, è previsto nei casi di separazione e divorzio tramite negoziazione assistita).

 

 

Quale può essere il contenuto di un contratto di convivenza?

Mediante il contratto di convivenza, come già accennato, i conviventi possono:

 

– fissare la residenza comune: ciò allo scopo di evitare che possano nascere in seguito problemi relativi alla identificazione del luogo di residenza della coppia;

 

– nonché disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune, stabilendo:

 

1. le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo; si pensi, ad esempio al caso in cui la coppia preveda come e in che proporzione debbano essere ripartite le spese e la gestione della casa oppure destini parte delle rispettive entrate a una cassa comune;

 

2. il regime patrimoniale della comunione dei beni [14]: ciò comporta che i conviventi possono scegliere espressamente questo regime patrimoniale (se, invece, non lo fanno restano in una situazione di autonomia patrimoniale). I conviventi, invece, non possono scegliere che gli acquisti da loro effettuati rientrino nel diverso regime della separazione dei beni [15] mancando una espressa previsione in tal senso. Nel caso in cui venga scelto il regime patrimoniale della comunione dei beni, in caso di risoluzione del contratto, la comunione si scioglie e le parti dovranno procedere alla divisione dei beni comuni.

 

 

I conviventi possono cambiare idea su quanto previsto nel contratto di convivenza?

Si. La nuova legge attribuisce espressamente ai conviventi la possibilità di modificare il regime patrimoniale scelto nel contratto di convivenza. Tuttavia, tale espressione non può essere intesa nel senso che le parti potranno scegliere un diverso regime patrimoniale come la separazione dei beni o una convenzione patrimoniale (opzioni chiaramente non menzionate nella legge) ma solo nel senso di far cessare il regime della comunione originariamente prescelto.

 

Sarà invece sicuramente possibile modificare le modalità di contribuzione alle necessità di vita in comune, scelte in un primo momento, anche se ad esse la legge non fa un esplicito riferimento.

Le modifiche andranno apportate con le stesse forme previste per la stipulazione del contratto.

 

 

Il contratto di convivenza può stabilire condizioni o scadenze?

No. La nuova legge vieta espressamente ai conviventi la possibilità di apporre termini o condizioni al contratto di convivenza (ad esempio prevedere che uno dei due provveda al mantenimento dell’altro solo per un determinato periodo di tempo o a condizione che abbiano un figlio).

 

Qualora le parti li prevedano nel contratto, questi andranno considerati nulli, cioè come non apposti. Ciò vuol dire, in parole semplici, che la nullità andrà a colpire solo i termini e le condizioni aggiunte agli accordi e non l’intero contratto.

 

 

Quanto dura il contratto di convivenza?

Non potendo essere sottoposti a termini o condizioni, gli accordi contenuti in un contratto di convivenza sono, quindi, destinati a durare fintanto che:

 

– le parti non decidano di modificarli

 

– o, in mancanza, per tutta la durata della convivenza.

 

Ciò non preclude a ciascuno o ad entrami i conviventi di poter comunque sempre recedere dal contratto; in tal caso tale decisione non potrà avere ripercussioni sulle eventuali prestazioni patrimoniali già eseguite con la conseguenza che la parte che le abbia effettuate non potrà pretenderne il rimborso. Regola questa che è comunque valevole anche laddove i conviventi non abbiano sottoscritto alcun contratto, perché in tal caso le eventuali spese o esborsi saranno qualificabili come obbligazioni naturali di solidarietà reciproca tra conviventi liberamente eseguite per far fronte alle esigenze della vita familiare [16].

 

 

Il contratto di convivenza si può sciogliere?

La legge indica espressamente quattro cause di risoluzione del contratto, tutte legate alla “cessazione” della convivenza per ragioni dipendenti o indipendenti dalla volontà (comune o individuale) dei conviventi.

 

Esaminiamole nello specifico:

 

accordo delle parti: in tal caso, se i conviventi avevano scelto il regime patrimoniale della comunione dei beni, il recesso comporta (come abbiamo visto) il suo scioglimento;

 

recesso unilaterale: se il recesso è effettuato solo da uno dei conviventi, il professionista che riceve o che autentica l’atto è tenuto a notificare copia all’altro contraente all’indirizzo risultante dal contratto. Nel caso in cui la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del soggetto che recede, la dichiarazione di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione (in caso di recesso non vi è nessuna riserva di abitazione a favore del convivente superstite, a differenza però di quanto avviene in caso di morte del convivente proprietario). Rimangono comunque salvi i diritti del convivente a rimanere nell’immobile qualora, ove vi siano figli comuni minori o maggiorenni non autosufficienti, il giudice lo abbia assegnato a quest’ultimo.

 

Entrambe le suddette forme di risoluzione devono essere redatte con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato che dovrà trasmettere entro i successivi dieci giorni al Comune di residenza dei conviventi per l’annotazione all’anagrafe.

Rimane, comunque, ferma la competenza del notaio per gli atti di trasferimento di diritti reali immobiliari comunque derivanti dal contratto di convivenza;

 

matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed altra persona: in tal caso il convivente che con tale atto determina la risoluzione del contratto deve notificare all’altro contraente, nonché al notaio che ha ricevuto il contratto di convivenza, l’estratto di matrimonio o di unione civile. Questo è l’unico atto formale che la legge prevede e il notaio avrà l’obbligo di conservare l’atto in questione inviatogli. Non è previsto alcun ulteriore obbligo e quindi il notaio, in questo caso, non dovrà trasmettere nulla all’anagrafe del Comune di residenza;

 

morte di uno dei conviventi: nel caso di decesso di uno dei conviventi, il contraente superstite (o gli eredi del defunto) devono notificare l’estratto dell’atto di morte al notaio o all’avvocato che ha redatto il contratto, affinché provveda ad annotare l’avvenuta risoluzione del contratto a margine del contratto di convivenza e a notificarlo all’anagrafe del Comune di residenza.

 

 

Se cessa la convivenza si ha diritto ad un assegno di mantenimento?

La nuova legge prevede che in caso di cessazione della convivenza, quello che tra i conviventi si trovi in condizione di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento possa fare al giudice richiesta per ottenere gli alimenti.

Tale prestazione alimentare potrà essere concessa:

 

– per un periodo proporzionale alla durata della convivenza (quindi limitato nel tempo)

 

– e nella misura determinata dal codice civile [18].

 

A tal fine la legge, nel determinare l’ordine degli obbligati [19] stabilisce che l’obbligo di versare gli alimenti vada adempiuto dal convivente con precedenza sui fratelli e sorelle. Dopo i genitori e i figli, quindi, l’obbligo grava sul convivente.

 

 

Cosa bisogna fare se cessa la convivenza senza che sia stato stipulato un contratto?

Per questa situazione la legge non richiede alcuna formalizzazione della cessazione del rapporto.

 

Si tratta infatti di un aspetto (quello della cessazione in sé della convivenza) di cui, in generale, la legge non si occupa.

 

Fa eccezione il caso in cui la coppia abbia dei figli minori o comunque non autosufficienti, perché in tale ipotesi andranno applicate tutte le norme dettate dal codice civile in materia di responsabilità genitoriale, affidamento e mantenimento nel caso in cui i genitori (o anche uno solo di essi) decidano di chiederne la regolamentazione al tribunale [20].


[1] La L. n. 76/2016 , pubblicata il 21 maggio 2016 in Gazzetta Ufficiale, entrerà in vigore il prossimo 5 giugno.

[2] Ai sensi degli artt. 4, 13, comma 1, lettera b), 21 e 33 del regolamento di cui al D.P.R 30 maggio 1989, n. 223, secondo le modalità stabilite nel medesimo regolamento per l’iscrizione, il mutamento o la cancellazione.

[3] Legge 26 aprile 1975 n. 354 e succ. mod.

[4] All’art.712, co. 2 cod. proc. civ. dopo le parole: «del coniuge» sono inserite le seguenti: «o del convivente di fatto».

[5] Di cui all’art 230 bis cod. civ.

[6] Art. 230-ter cod. civ. aggiunto dopo l’art. 230-bis nella sezione VI del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile.

[7] Cfr. Cass. sent. n. 13654/2014; Cass. sent. n.12278/2011; Cass. civ. n. 8976/2005.

[8] Ex art 337 sexies cod. civ.

[9] La norma estende al convivente, anche in assenza di figli, il diritto di succedere nel contratto di locazione previsto per i conviventi con figli nell’art. 6 L. 27 luglio 1978, n. 392 sull’equo canone.

[10] L’assegnazione delle case popolari avviene, in conformità alle diverse leggi regionali, attraverso l’emanazione di bandi pubblici con cadenza semestrale o annuale che vengono pubblicati all’albo pretorio dei Comuni e presso la sede dell’Azienda per l’Edilizia Residenziale. I competenti uffici formano e pubblicano la graduatoria per l’assegnazione degli alloggi.

[11] Nel primo testo unificato proposto il 24 giugno 2014 in Commissione giustizia del Senato si prevedeva che il “contratto di convivenza” è il contratto con il quale “i conviventi possono disciplinare i reciproci rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune e alla sua cessazione” e si stabiliva con esso anche la possibilità di prevedere “diritti e obbligazioni di natura patrimoniale derivanti per ciascuno dei contraenti dalla cessazione del rapporto di convivenza per cause diverse dalla morte”; nonché, in caso di morte di uno dei contraenti dopo oltre sei anni dalla stipula del contratto, che “spetti al superstite una quota di eredità non superiore alla quota disponibile. In assenza di legittimari, la quota attribuibile parzialmente può arrivare fino a un terzo dell’eredità”; infine, nei casi di risoluzione del contratto, l’obbligo di corrispondere al convivente con minori capacità economiche un assegno di mantenimento determinato in base alle capacità economiche dell’obbligato, al numero di anni del contratto di convivenza e alle capacità lavorative di entrambe le parti”.

[12] Art. 88 cod. civ.

[13] Nella prima versione il testo faceva riferimento al solo “atto pubblico”, così individuando nella sola persona del notaio il professionista abilitato a ricevere e curare la redazione del contratto. L’avvocatura si è fermamente opposta a tale scelta, ottenendo in Senato la presentazione di un emendamento che ha poi portato al testo attuale. E d’altronde, se già gli avvocati hanno il potere di certificare, autenticare e trasmettere all’ufficio di stato civile accordi in materia di separazione e divorzio (a seguito di negoziazione assistita) è irragionevole che tale potere sia poi escluso in merito all’assistenza di due conviventi che intendano concludere un contratto di convivenza.

[14] Ai sensi degli artt.i 5 e 7 del regolamento di cui al D.P.R 30 maggio 1989, n. 223.

[15] Come disciplinato dagli artt. 177 – 197 cod. civ.

[16] In quasi tutti i precedenti disegni di legge si prevedeva, invece, la possibilità per i conviventi di scegliere tra i diversi regimi patrimoniali della famiglia previsti dalla legge.

[17] Ex art. 2034 cod. civ.

[18] Ex. Art. 438 co. 2 cod. civ.

[19] Ex art. 433 cod. civ.

[20] Ex art. 337 bis e ss. cod. civ.

 


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