La prova liberatoria
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28 Mag 2016
 
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La prova liberatoria

L’esclusione della prova liberatoria prevede che chi venga accusato di ingiuria e diffamazione non è ammesso a provare la verità o notorietà del fatto attribuito alla persona offesa.

 

A norma del comma primo dell’art. 596 c.p. nei delitti contro l’onore non è di regola ammissibile la prova della verità o della notorietà dell’addebito offensivo.

 

È stabilito, infatti, che l’autore della ingiuria o diffamazione non può invocare a sua discolpa la verità o notorietà del fatto attribuito alla persona offesa. L’art. 5 del D.Lgs. Lgt. 14 settembre 1944, n. 288 ha tuttavia reintrodotto nel sistema la cd. exceptio veritatis stabilendo che, nei casi tassativamente indicati è sempre possibile la prova della verità del fatto. L’istituto della prova liberatoria riguarda esclusivamente i reati di ingiuria e diffamazione che consistano nell’attribuzione di un fatto determinato al soggetto passivo. La prova della verità è circoscritta a tre ipotesi e non è suscettibile di applicazione analogica dato il carattere eccezionale della norma.

 

La prima ipotesi si ha quando il soggetto passivo è un pubblico ufficiale ed il fatto attribuitogli si riferisce all’esercizio delle sue funzioni; soggetto passivo è dunque solo il pubblico ufficiale e non anche l’incaricato di pubblico servizio o l’esercente servizio di pubblica necessità.

 

La seconda ipotesi riguarda il caso in cui l’offeso è imputato di un reato che si concreta nello stesso fatto attribuitogli dall’offensore. Se l’offeso è condannato in via definitiva l’offensore va esente da pena. La sentenza di proscioglimento invece è preclusiva di ogni altra prova della verità dei fatti attribuiti all’offeso.

 

La terza ipotesi si ha quando l’offeso concede all’offensore la cd. facoltà di prova cioè la possibilità di provare la verità dell’addebito e trova la sua giustificazione nell’esigenza di tutelare l’onore sostanziale della persona offesa. Titolare della facoltà di concedere la prova è il querelante.

 

Nell’ipotesi di più querelanti per la medesima ingiuria o diffamazione se la loro volontà è discorde prevale quella di coloro che sono contrari ad avvalersi della facoltà in esame essendo tale volontà conforme alla regola posta dalla norma che non ammette la ricerca della verità o falsità dell’addebito. Una volta concessa la facoltà di prova la stessa si ritiene irretrattabile (Antolisei). Se il fatto addebitato risulta vero l’offensore non è punibile a meno che i modi usati non costituiscano di per se stessi ingiuria o diffamazione. È compito del giudice valutare se l’offensore abbia usato espressioni lesive dell’onore non necessarie per l’esposizione del fatto. La natura giuridica della prova liberatoria è discussa in dottrina. Per alcuni autori le ipotesi di exceptio veritatis integrerebbero altrettante cause di giustificazione (Maggiore). Altri ritengono trattarsi di condizioni o circostanze di non punibilità (Manzini). Per altri ancora le prime due (addebito a pubblico ufficiale e pendenza di giudizio penale) sarebbero riconducibili a cause di giustificazione mentre la terza (facoltà di prova concessa dal querelante) configurerebbe una causa di non punibilità cioè una ipotesi di rimessione della querela condizionata alla prova della verità dell’addebito (Antolisei). Le conseguenze che derivano dall’una o dall’altra ricostruzione dottrinale si riflettono in tema di errore sulla verità dell’addebito e quindi sulla rilevanza della buona fede. In dottrina e giurisprudenza si è posto il problema dei rapporti tra exceptio veritatis e diritto di cronaca.

 

Infatti la prima presuppone l’illiceità penale dell’offesa mentre la seconda la elide in radice. Tuttavia l’operatività della scriminante dell’esercizio del diritto è subordinata alla verità del fatto affermato o quanto meno allo scrupoloso accertamento della stessa. In dottrina si è sostenuto che l’art. 21 Cost. ha abrogato la exceptio veritatis perché il giudice, sia in caso diffamazione generica che specifica, deve sempre accertare la verità del fatto per ritenere sussistente la causa di giustificazione ex artt. 51 c.p. e 21 Cost. La stessa Corte Costituzionale ha affermato che la prova liberatoria è sempre ammessa allorché la diffamazione sia stata compiuta nell’esercizio del diritto di cronaca essendo la prova diretta a dimostrare la scriminante ex art. 51 c.p. Di conseguenza tutte le volte in cui vi è un interesse sociale alla notizia la prova liberatoria va ammessa perché si è al di fuori del caso specifico dell’art. 596 c.p. L’exceptio veritatis rimarrebbe allora circoscritta alla attribuzione di fatti determinati non socialmente rilevanti e quindi non scriminati dall’esercizio del diritto di cronaca e quindi illeciti in quanto attinenti alla vita privata dell’offeso o comunque di mero interesse privato. In altri termini l’istituto conserverebbe un residuo ambito di applicazione ogniqualvolta non è configurabile l’esimente del diritto di cronaca per difetto di rilevanza sociale del fatto attribuito.

 

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