Permesso di soggiorno: stop al contributo per rilasci e rinnovi
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26 Mag 2016
 
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Temistocle Marasco
 


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Permesso di soggiorno: stop al contributo per rilasci e rinnovi

Storica sentenza del TAR del Lazio: la norma che impone il pagamento di una somma da 80 a 200 euro per rinnovi e rilasci del permesso di soggiorno è illegittima e va disapplicata.

 

Il TAR del Lazio, con una importantissima sentenza [1] ha cancellato l’obbligo di versare da 80 a 200 euro per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno. La pronuncia, giunta in seguito al ricorso presentato dal patronato Inca e Cgil, segue le orme della Corte di Giustizia Europea [2] che già in passato aveva condannato l’Italia per i contributi troppo alti chiesti agli immigrati per le pratiche legate al permesso di soggiorno. Più nello specifico il nostro Paese ha richiesto il pagamento di:

 

– 80,00 euro per i permessi di soggiorno di durata superiore a tre mesi e inferiore o pari a un anno;

– 100,00 euro per i permessi di soggiorno di durata superiore a un anno e inferiore o pari a due anni;

– 200,00 euro per il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo e per i richiedenti che siano dirigenti o personale altamente specializzato di società aventi sede o filiali in Italia [3].

 

Gli Stati membri hanno un margine di discrezionalità nello stabilire il valore del contributo ma, nel caso dell’Italia, i parametri appaiono sproporzionati e, pertanto, rappresentano un ostacolo al diritto di soggiorno e all’integrazione. Ciascuno Stato membro ha il diritto di richiedere un contributo per le spese di procedura legate al rilascio del permesso di soggiorno, ma il relativo importo non deve elevare una barriera rispetto all’esercizio del diritto di soggiorno.

 

Secondo la Corte di Giustizia Europea, la normativa dello Stato membro rispetta i principi espressi dalle direttive comunitarie [4] solo se gli importi dei contributi richiesti, che pure possono variare all’interno di una forbice di valori, non si attestano, fin dal valore più basso, su cifre che siano macroscopicamente elevate e quindi sproporzionate rispetto all’importo dovuto per ottenere un titolo analogo, quale è una carta nazionale d’identità, da parte dei cittadini di quel medesimo Stato.

 

Stabilito che gli immigrati non devono più pagare, adesso comincia il difficile percorso necessario a far metabolizzare alle questure la novità. Ad ogni modo, è da escludere che lo Stato italiano rinunci completamente al contributo per le spese della procedura. Ciò significa che il contributo verrà riproposto, ma stavolta facendo in modo che rientri nei parametri dell’equità, e quindi che sia più basso. Al di là del contributo, le altre spese restano invariate: 16 euro per la marca da bollo, 30,46 euro per il documento elettronico e 30 euro a Poste Italiane.

 

Ma Inca e Cgil non si fermano qui: il prossimo obiettivo è ottenere i rimborsi per tutti quegli immigrati che, alla luce della sentenza del TAR Lazio e dei pronunciamenti della Corte di Giustizia Europea, hanno pagato prezzi troppo alti per ottenere i documenti di soggiorno.


[1] TAR del Lazio, sent. n. 06095/2016.

[2] Corte di Giustizia Europea, sent. del 2.09.2015, causa C-309/14.

[3] TU Immigrazione, art. 27, c. 1, lett. A.

[4] Direttiva 2003/109/CE.

 


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