Avvocati poveri: le sanzioni disciplinari rimangono
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26 Mag 2016
 
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Avvocati poveri: le sanzioni disciplinari rimangono

Le condizioni di indigenza non giustificano la sospensione della sanzione disciplinare quale la censura, nonostante questa precluda la possibilità di svolgere l’attività di difensore d’ufficio.

 

Giro di vite della Cassazione contro gli avvocati che non rispettano le regole della professione e il codice deontologico: non si può sospendere la sanzione disciplinare solo perché il legale versa in condizioni di indigenza e l’applicazione della predetta sanzione gli precluderebbe lo svolgimento dell’attività di studio, unica sua fonte di reddito, necessaria quindi al proprio sostentamento. Insomma, lo stato di povertà non è una valida ragione per giustificare la sospensione delle pene inflitte dal Consiglio dell’Ordine. È quanto chiarito dalle Sezioni Unite della Cassazione poche ore fa [1].

 

Nel caso di specie la Corte ha rigettato il ricorso di un avvocato contro il quale il Consiglio dell’Ordine aveva inflitto la sanzione della censura per non aver adempiuto agli obblighi di formazione. Il professionista presentava ricorso in Cassazione sostenendo che la predetta censura gli avrebbe impedito di svolgere l’attività di difensore di ufficio, una sua fonte di reddito, in una situazione già economicamente precaria. I giudici supremi, tuttavia, hanno rigettato il ricorso dell’uomo. La motivazione da questi addotta – si legge nell’ordinanza – non giustifica l’esigenza di sospendere la sanzione irrogatagli.


[1] Cass. S.U. ord. n. 10926/2016.

 


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