La violenza sportiva
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28 Mag 2016
 
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Edizioni Simone
 


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La violenza sportiva

Le attività sportive in cui è previsto il contatto fisico possono provocare lesioni nei partecipanti: punibilità della violenza sportiva.

 

Costituisce dato di comune esperienza che in molte attività sportive sia insito l’uso di una certa forza fisica che può cagionare lesioni personali agli altri competitori. Tale affermazione non vale solo per sport come il pugilato o il rugby, ove l’uso della violenza costituisce la caratteristica principale del gioco, ma anche per altri sport, come il calcio o la pallacanestro, caratterizzati da un elevato livello agonistico, per cui nel loro svolgimento può accadere che taluno dei partecipanti riporti lesioni al bene della integrità fisica.

 

Tuttavia è importante tenere distinti gli sport a violenza necessaria dagli sport a violenza eventuale: nei primi sussiste la possibilità di cagionare un danno all’avversario proprio rispettando le regole del gioco; nei secondi, invece, la stessa disciplina del gioco vieta il contatto fisico tra gli atleti o lo ammette in limiti assai ristretti per cui la osservanza delle suddette regole dovrebbe essere di per sé sufficiente a garantire l’incolumità dei competitori; ne deriva che, se ciononostante un evento lesivo si verifichi, questo non può considerarsi penalmente rilevante dovendosi considerare verificato per caso fortuito o, comunque, in assenza di colpa non essendo venuta meno la lealtà sportiva né essendo stato superato il rischio consentito.

 

Molto si è discusso in dottrina e giurisprudenza, in primo luogo, sul fondamento della non punibilità delle lesioni in tal modo verificatesi e, in secondo luogo, sull’ambito della non punibilità. Quanto al primo profilo, la giurisprudenza, sia di legittimità che di merito, si era orientata a giustificare i danni cagionati nel corso di competizioni sportive ricorrendo alla scriminante del consenso dell’avente diritto ex art. 50 c.p. recependo l’orientamento di parte della dottrina (Albeggiani). Tale teoria è stata tuttavia criticata in dottrina e, di recente, superata in giurisprudenza, in considerazione della indisponibilità dei beni relativi alla vita ed alla integrità fisica; tali beni non potrebbero costituire oggetto di un valido consenso da parte dello sportivo, né a superare l’obiezione è utile precisare che non si consente alla lesione ma ad una possibilità di lesione; l’efficacia scriminante del consenso va infatti valutata in relazione ad una lesione effettiva e non potenziale e, rispetto alla prima, essa incontra i limiti della indisponibilità del diritto.

 

Pertanto non può non considerarsi che riesce davvero difficile riportare la causa di non punibilità di un evento lesivo verificatosi nel corso di una manifestazione sportiva nell’ambito della causa di giustificazione tipica di cui all’art. 50 c.p. senza forzare il limite normativo della tutela di un bene per principio indisponibile quale è appunto quello della vita o dell’integrità fisica. Per questo dottrina e giurisprudenza recente hanno ravvisato il fondamento teorico della non punibilità della violenza sportiva in una scriminante non codificata, desunta per analogia dalle scriminanti previste dalla legge, che escluderebbe l’antigiuridicità del fatto tipico sulla base dell’interesse e della meritevolezza sociale che assumono le manifestazioni sportive nell’ordinamento giuridico e nella coscienza sociale. Tale causa di giustificazione atipica trova la sua ragion d’essere nel fatto che la competizione sportiva è non solo ammessa ma anche incoraggiata per gli effetti positivi che svolge sulle condizioni fisiche della popolazione.

 

Trattandosi di attività autorizzata dall’ordinamento, potrebbe soccorrere in proposito la scriminante codificata dell’esercizio del diritto ex art. 51 c.p.; tuttavia, sul piano pratico, l’esigenza di ricorrere ad una scriminante non codificata per l’attività sportiva viene invocata per giustificare le lesioni verificatesi durante manifestazioni sportive non organizzate ufficialmente e non riconducibili perciò all’area giuridicamente autorizzata.

 

La tesi fondata sulla sussistenza di una causa di giustificazione atipica presenta più restrittiva circa i limiti di liceità delle lesioni sportive. Secondo la stessa occorre distinguere a seconda che vi sia stata o meno violazione delle regole del gioco e in caso affermativo occorre verificare se tale violazione sia stata involontaria o volontaria; in quest’ultimo caso non vi è più spazio per la valutazione del rischio consentito e sussisterà senz’altro la responsabilità penale.

 

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