La colpevolezza
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28 Mag 2016
 
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Edizioni Simone
 


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La colpevolezza

Caratteristiche della colpevolezza e funzione di garanzia del principio nulla poena sine culpa.

 

Nel moderno diritto penale non è sufficiente che il fatto sia materialmente imputabile al soggetto perché questi possa essere chiamato a risponderne. Oltre alla commissione o causazione materiale del fatto-reato occorre che lo stesso gli sia attribuibile anche da un punto di vista psicologico in modo che possa considerarsi, anche da questo punto di vista, opera sua. È necessario, cioè, un nesso psichico tra l’agente e il fatto: la colpevolezza intesa come l’insieme delle condizioni necessarie per l’attribuzione psicologica del fatto al soggetto. L’affermazione della necessità di questo ulteriore elemento per la punibilità del soggetto costituisce una fondamentale conquista di civiltà giuridica che impone che il reato sia riconducibile alla sfera soggettiva di signoria e controllo dell’agente sul proprio comportamento.

 

La colpevolezza riassume quindi l’insieme delle condizioni psicologiche per l’imputazione personale del fatto al suo autore. Tali condizioni possono così sintetizzarsi:

 

– in primo luogo occorre che l’azione possa considerarsi, da un punto di vista materiale, come azione o fatto proprio dell’agente e non il prodotto delle forze cieche della natura (caso fortuito e forza maggiore); occorre cioè che l’azione in quanto tale gli sia attribuibile e possa considerarsi azione propria di quel soggetto; viene qui in considerazione la cd. suitas della condotta, cioè la coscienza e volontà richiesta, come prerequisito, dall’art. 42 comma primo c.p. che recita: «nessuno può essere punito per una azione od omissione preveduta dalla legge come reato se non l’ha commessa con coscienza e volontà»; da questo punto di vista la teoria della colpevolezza interferisce con la teoria dell’azione perché è chiaro che, per la punibilità del soggetto occorre innanzitutto una azione che possa qualificarsi come azione umana propria del soggetto;

 

– in secondo luogo occorre che il soggetto si sia determinato coscientemente al compimento di quella determinata azione, in modo da potergli muovere un rimprovero per averla commessa. Tale condizione presuppone che il soggetto sia in grado di agire in base ad impulsi consapevoli e che quindi non sia affetto da malattie o deviazioni della personalità che alterino il processo motivazionale coartando la sua volontà; è chiaro infatti che per esempio all’infermo di mente o comunque a colui che non era capace di intendere e di volere al momento del fatto nessun rimprovero può muoversi per essersi comportato in quel determinato modo. In tali casi infatti il reato non può ricondursi alla sfera psicologica del soggetto e lo stesso non può essere punito per il fatto commesso. Questo secondo profilo introduce il complesso tema dei rapporti tra imputabilità e colpevolezza di cui si discorrerà oltre; qui appare opportuno anticipare che l’imputabilità costituisce un presupposto della colpevolezza, in quanto solo una persona capace di intendere e di volere può essere rimproverabile per i suoi comportamenti dolosi o colposi;

 

– una volta che possa parlarsi di azione umana commessa da un soggetto consapevole occorre che al soggetto possa muoversi un rimprovero per aver voluto quel determinato fatto costituente reato o per non averlo evitato pur essendo prevedibile che dalla sua condotta lo stesso sarebbe derivato e pur potendolo evitare; se il fatto non è stato voluto e né era prevedibile ed evitabile nessun rimprovero potrà muoversi al soggetto per averlo posto in essere; quindi a seconda dell’atteggiamento del soggetto rispetto al fatto (volizione o causazione per negligenza o leggerezza) ricorrerà il dolo o la colpa;

 

– infine non devono ricorrere cause di esclusione della colpevolezza che determinino una divergenza tra il voluto ed il realizzato; tale divergenza può dipendere da una errata rappresentazione della realtà, o da un errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato o da altra causa che, a certe condizioni escludono l’elemento soggettivo.

 

 

La funzione di garanzia del principio nulla poena sine culpa

La problematica della colpevolezza è strettamente legata alla concezione della pena. In base alla concezione retributiva, secondo la quale la pena è retribuzione del male commesso, la colpevolezza legittima la potestà punitiva dello Stato in quanto non ci può essere pena laddove manchi un male da retribuire. Nel nostro attuale ordinamento invece, caratterizzato dal predominio della funzione preventiva (nella duplice prospettiva della prevenzione generale e speciale) e rieducativa della pena, la colpevolezza oltreché fondamento della potestà punitiva svolge un fondamentale ruolo di garanzia della libertà individuale contemperando l’efficacia preventiva del sistema penale con le fondamentali libertà del singolo attraverso il rifiuto della responsabilità per la sola causazione materiale del fatto. Infatti assumere dolo e colpa come presupposto della responsabilità equivale a circoscrivere la punibilità solo nei limiti di ciò che è prevedibile ed evitabile da parte del soggetto.

 

In questa prospettiva garantistica si comprende quindi perché la storia del diritto penale sia caratterizzata dal progressivo passaggio dalla responsabilità per fatto altrui propria di ordinamenti giuridici primitivi nei quali per esempio si puniva il padre per il fatto del figlio, alla responsabilità oggettiva, fondata solo sulla causazione materiale del fatto, alla responsabilità colpevole in cui il soggetto è chiamato a rispondere solo per il fatto proprio che gli sia attribuibile psicologicamente in quanto commesso con dolo o, quantomeno, con colpa.

 

Inoltre il principio di colpevolezza garantisce il soggetto anche rispetto alle esasperazioni cui può condurre il finalismo preventivo della pena: le esigenze preventive infatti potrebbero portare a condannare il soggetto pur in assenza di coefficienti psicologici di partecipazione al fatto per indurre i consociati ad innalzare lo standard di diligenza e di attenzione nella osservanza delle leggi, aprendosi così la strada a condanne esemplari con le quali il soggetto viene strumentalizzato per ragioni di prevenzione generale (FIANDACA – MUSCO).

 

Il principio di colpevolezza è poi intimamente connesso alla finalità rieducativa della pena non essendo pensabile una attività di rieducazione nei confronti del soggetto che ha sì materialmente causato il fatto ma senza la volontà di cagionarlo e senza manifestare verso il bene tutelato indifferenza o non curanza.

 

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