Le teorie sulla colpevolezza
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3 Giu 2016
 
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Edizioni Simone
 


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Le teorie sulla colpevolezza

La teoria psicologia e la teoria normativa sulla colpevolezza; la colpevolezza nella Costituzione.

 

La colpevolezza è stata definita come l’insieme dei requisiti per l’imputazione soggettiva del fatto al suo autore. Si tratta di una definizione nata dalla esigenza di raccogliere in una nozione unitaria sia il dolo che la colpa. Ciò posto in materia si contendono il campo due teorie: la teoria psicologica e la teoria normativa.

 

 

La teoria psicologica

Secondo la concezione psicologica la colpevolezza consiste in un nesso psicologico tra il soggetto ed il fatto. Si tratta di una teoria di derivazione illuministica che ha una fondamentale valenza garantistica: ciò in quanto, da un lato richiede per la punibilità la partecipazione psicologica del soggetto al fatto, dall’altro esclude ogni valutazione di riprovazione morale sul comportamento del soggetto. In questa prospettiva la colpevolezza, intesa come un nesso psichico, è uguale per tutti i fatti, per cui non può valere ai fini della gradazione della pena che invece deve basarsi solo su elementi oggettivi; per la teoria in esame quindi la colpevolezza fonda ma non gradua la responsabilità, è necessaria per stabilire l’an ma è estranea alla valutazione del quantum di punibilità. La teoria così costruisce un concetto di genere idoneo a ricomprendere sia il dolo che la colpa. Tuttavia dolo e colpa sono fenomeni irriducibili ad unità essendo il dolo un elemento psicologico reale (coscienza e volontà) e la colpa invece solo potenziale (prevedibilità).

 

 

La teoria normativa

Per la teoria normativa, invece, la colpevolezza è il giudizio di rimproverabilità per l’atteggiamento antidoveroso della volontà che era possibile non assumere; anziché una realtà psicologica essa è un dato normativo che esprime il rapporto di contraddizione tra la volontà del soggetto e la norma (MANTOVANI). La teoria riesce a dare effettivamente un concetto unitario di dolo e colpa basato sul dato comune costituito appunto dal loro rapporto di contraddizione con l’ordinamento: il fatto doloso è il fatto volontario che non si doveva volere per cui si rimprovera al soggetto di averlo prodotto; il fatto colposo è il fatto volontario che non si doveva produrre per cui si rimprovera al soggetto di non averlo impedito. In entrambi i casi il soggetto ha agito in modo difforme da come l’ordinamento voleva che agisse. In tal modo la colpevolezza vale non solo a fondare ma anche a graduare la punibilità essendo la volontà diversamente rimproverabile in ragione della maggiore o minore antidoverosità. Corollario dell’accoglimento della teoria normativa è quello di considerare, come già detto, l’imputabilità come un presupposto della colpevolezza: un non imputabile (incapace di intendere e volere) non può essere capace di condotte dolose o colpose rimproverabili.

 

 

La colpevolezza nella Costituzione

Al fine di addivenire alla imputazione del fatto al soggetto occorre che questi sia rimproverabile per averlo voluto o per averlo prodotto pur potendo evitarlo. In tal modo al soggetto vengono attribuititi solo i fatti che rientrano nell’ambito della sua possibilità di controllo mentre non potrebbero essergli addebitati fatti che ad esso sfuggono. Questa esigenza è espressa dalla nostra Costituzione all’art. 27, comma primo che appunto si pone come punto di arrivo di quel processo evolutivo della civiltà giuridica di cui si è detto.

 

La norma stabilisce che «la responsabilità penale è personale». Vero è che tale principio è stato inteso in due accezioni differenti:

 

– Secondo un significato minimo esso starebbe ad indicare il divieto di responsabilità per fatto altrui. Così inteso esso consentirebbe la punizione del soggetto per il fatto da lui materialmente causato indipendentemente dalla partecipazione psicologica; le ipotesi di responsabilità oggettiva, in questa prospettiva, non sarebbero incostituzionali.

 

– Al principio va, invece, attribuito un significato consono all’attuale sensibilità giuridica per cui esso va inteso in una seconda accezione in base alla quale esso starebbe ad indicare il divieto della responsabilità oggettiva cioè senza la partecipazione psicologica del soggetto e basata sulla mera causazione materiale del fatto. In senso contrario altrimenti il soggetto potrebbe essere punito per fatti da lui materialmente causati ma senza né dolo né colpa, per fatti cioè che escono dai suoi poteri di controllo ed in ordine ai quali nessun rimprovero gli può essere rivolto. Si evita così che il soggetto possa essere punito o possa subire un aumento di pena per il mero versare in re illecita. Questa seconda interpretazione più ampia appare confermata dal 3° comma dell’art. 27 che, affermando il finalismo rieducativo della pena, richiede necessariamente che il soggetto sia da rieducare e che la pena che in concreto gli viene inflitta abbia appunto questo scopo; ebbene, non può dirsi bisognoso di rieducazione il soggetto che ha realizzato il fatto senza né dolo né colpa poiché non ha evidenziato né avversione né indifferenza o noncuranza per i beni protetti dall’ordinamento.

 

Sussiste quindi un evidente collegamento tra il primo ed il terzo comma dell’art. 27 Cost. (di questo collegamento si è resa conto la Corte Costituzionale nella già citata sentenza 364/1988 che ha dichiarato parzialmente illegittimo l’art. 5 c.p. nella parte in cui non riconosce efficacia scusante all’errore inevitabile sulla legge penale vedi Cap. 13 § 4).

 

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