Tirocinio in tribunale: va completato dove si viene ammessi
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27 Mag 2016
 
L'autore
Antonio Salerni
 


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Tirocinio in tribunale: va completato dove si viene ammessi

Il CSM esclude la possibilità di cumulare lo stage svolto in differenti uffici giudiziari.

 

Lo stage o tirocinio formativo presso gli uffici giudiziari consente ai laureati in giurisprudenza under 30 di affiancare per un periodo di 18 mesi un magistrato togato, allo scopo di svolgere un periodo teorico e pratico di apprendimento e supporto alle attività di quest’ultimo.

 

L’attestato di compiuto tirocinio con esito positivo, rilasciato dall’ufficio giudiziario al termine del periodo di 18 mesi, consente allo stagista una serie di vantaggi: costituisce titolo per accedere al concorso in magistratura; toglie un anno di pratica forense o notarile; toglie un anno di frequenza delle SSPL; costituisce titolo preferenziale per la nomina a giudice onorario o a vice procuratore onorario; costituisce titolo di preferenza, a parità di merito, nei concorsi indetti dall’amministrazione della giustizia (inclusa la giustizia amministrativa), dall’Avvocatura dello Stato e nei concorsi indetti da altre amministrazioni statali.

 

Uno degli aspetti poco chiari della normativa in vigore [1] riguarda la possibilità di ottenere il trasferimento ad altro ufficio, dopo aver già iniziato lo stage, senza perdere i mesi già svolti. La legge, infatti, non ha disciplinato direttamente tale circostanza. Nella prassi la maggioranza dei tribunali e delle corti si era già schierata verso il mancato riconoscimento del pregresso compiuto altrove, costringendo così il tirocinante che per svariati motivi avesse la necessità di cambiare sede a ripartire da zero. Ad onor del vero, si registrava anche una minoranza di uffici che, previa adeguata documentazione dell’attività già svolta, ammetteva lo stagista facendogli completare i 18 mesi di stage frequentando solo per il periodo mancante.

 

Il CSM, specificatamente interrogato sulla possibilità di cumulare periodi di tirocinio svolti presso diversi uffici, al fine del raggiungimento del limite temporale utile per l’accesso alle professioni legali ed ai concorsi pubblici, ha fornito una risposta [2].

 

Considerato che la legge consente al laureato di rivolgere la domanda al dirigente dell’ufficio giudiziario direttamente, senza che sia richiesta una previa convenzione con enti pubblici territoriali o enti di formazione, il CSM rimarca la natura negoziale del rapporto che si crea tra lo stagista e lo specifico ufficio dove è stata presentata la domanda. Tale natura escluderebbe la possibilità di ipotizzare trasferimenti o frazionamenti del periodo di 18 mesi del tirocinio presso differenti uffici giudiziari.

Pertanto il CSM afferma che il tirocinio formativo deve avere luogo per intero presso l’ufficio giudiziario per il quale è stata chiesta ed ottenuta l’ammissione. Il laureato che intenda cambiare la sede del proprio stage, non può far altro che estinguere il rapporto che lo legava al primo tribunale, instaurando un nuovo rapporto con l’altro ufficio.

 

Ciò comporta che anche laddove il proprio magistrato formatore fosse trasferito ad un differente ufficio giudiziario il tirocinante non possa seguirlo, salvo vedersi non riconosciuto il periodo di affiancamento già effettuato. Del resto la legge già prevede che in tutti i casi in cui il giudice designato non possa continuare a svolgere tale incarico, il tirocinante venga assegnato d’ufficio ad altro magistrato del medesimo tribunale.

 


In pratica

Chi inizia lo stage introdotto dal c.d. Decreto del Fare deve concluderlo presso l’ufficio dove la domanda è stata presentata ed accettata. Ciò per poter ottenere, al termine dei 18 mesi prescritti, titolo idoneo al conseguimento dei vantaggi che la legge attribuisce a tale periodo formativo. Secondo l’interpretazione del CSM, il tirocinante che decide di cambiare sede ricomincerà da capo, senza la possibilità di cumulare i diversi periodi svolti presso differenti uffici.

[1] Art. 73 D.L. 69/2013 (anche noto come Decreto del Fare).

[2] Risposta del 25 febbraio 2016 al quesito trasmesso con nota n. 336 del 22 gennaio 2016 dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Salerno.

 


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