Antonio Ciotola
Antonio Ciotola
27 Mag 2016
 
Le Rubriche di LLpT


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Omicidio Yara: la procura chiede ergastolo con isolamento diurno per Bossetti

Nel nostro ordinamento l’ergastolo corrisponde davvero al carcere a vita per il condannato? Uno sguardo alla disciplina dell’ergastolo ostativo da sempre oggetto di pubblica discussione.

 

Alcuni giorni fa, il pubblico ministero del processo a carico di Massimo Bossetti, unico imputato per l’omicidio della giovanissima Yara Gambirasio, dopo una requisitoria di 8 ore, ha chiesto per il muratore di Mapello la pena massima stabilita dalla legge: ergastolo.  Carcere a vita per l’imputato ritenuto responsabile dell’ omicidio con le aggravanti dell’aver agito con crudeltà e di aver operato sevizie.

 

A breve, dopo le arringhe difensive, la Corte di Assise, emetterà la sentenza.  Cercare di prevedere l’esito del processo (di questo come di ogni altro)  è attività che costituisce solo sterile esercizio giuridico e che presta il fianco, sempre, a pericoli: si rischia sempre di sbagliare.

 

Per questo motivo e tralasciando, secondo lo spirito di questa rubrica, i dettagli della vicenda di cronaca giudiziaria di cui ampiamente riportano le cronache di stampa, cerchiamo di rispondere alle domande: esiste ancora l’ergastolo in Italia? O meglio: l’ergastolo corrisponde davvero al carcere a vita per il condannato?. Cos’è l’ergastolo ostativo?

 

Su questo tema si fa spesso confusione: molte persone sono convinte (ed in un certo senso e nei limiti che si daranno, a ragione) che la condanna perpetua (ergastolo) finisca poi, nei fatti, per trasformarsi in una condanna temporanea, lunga ma non certamente fino alla morte del condannato.

 

Dobbiamo chiarire un concetto preliminare: esistono, nel nostro ordinamento, 2 tipi di ergastolo. Il primo che potremmo definire, l’ergastolo ordinario consente al condannato, trascorso un certo periodo di detenzione, di riacquistare la libertà (v. sul punto articolo “Infermiera killer, ergastolo per Daniela Poggiali: uccise anziana con potassio. La condanna perpetua nel nostro ordinamento è davvero carcere a vita?).

 

Il secondo tipo di ergastolo, definibile ergastolo cd. ostativo, è corrispondente, anche nei fatti, al carcere a vita per il condannato. Il condannato all’ergastolo per reato cd. ostativo non riacquisterà mai la libertà, se non collaborando con la giustizia.

 

La classificazione della condanna come ostativa o meno dipende dalle circostanze e modalità nelle quali è maturato ed è stato commesso il delitto.

 

In via generale, e con una certa approssimazione, possiamo dire che i condannati a qualsiasi pena (temporanea o perpetua) per reati di mafia (dovendosi intendere con il termine mafia anche tutte le altre e diverse organizzazioni criminali, comunque denominate, come ad esempio, la camorra, la ndrangheta, la sacra corona unita o anche, altre bande se operano secondo il paradigma dell’associazione mafiosa) non possono beneficiare di misure alternative alla detenzione [1] salvo il caso in cui scelgano di collaborare con l’autorità giudiziaria (i cd. pentiti).

 

Per  i condannati, anche all’ergastolo, per reati non ostativi alla concessione dei benefici penitenziari, la legge consente, a determinate condizioni, un ritorno in libertà del condannato.

 

L’esistenza, nel nostro ordinamento dell’ergastolo ostativo e quindi di una condanna a vita, senza possibilità per il condannato di riacquistare la libertà (il cd. fine pena mai) è stata spesso oggetto di critiche per la sua dubbia compatibilità costituzionale. In particolare, da questo punto di vista, si è osservato (e si continua ad osservare) che l’impossibilità per il condannato di essere rimesso in libertà non sarebbe compatibile con il principio costituzionale della finalità rieducativa della pena [2].

 

La funzione principiale che, secondo la nostra costituzione, la pena dovrebbe avere è (o dovrebbe essere), infatti,  quella di consentire il reinserimento sociale del condannato. Il nostro ordinamento si propone, in altre parole, di mettere in atto strumenti che possano aiutare il condannato, anche all’ergastolo,  a reinserirsi in un contesto sociale non delinquenziale. Il fine di questa disposizione è, evidentemente, quello di evitare il pericolo di recidiva del condannato di evitare, cioè, che lo stesso possa in futuro commettere altri reati offrendogli gli strumenti per una revisione critica delle sue condotte di vita.

 

I detrattori dell’ergastolo ostativo osservano (non senza qualche ragione) che venuta meno per il condannato all’ergastolo per reato ostativo, la possibilità di essere scarcerato viene, di fatto, meno la funzione rieducativa della pena. Che bisogno c’è di rieducare una persona che non sarà mai nuovamente libera?

 

Sulla questione della compatibilità dell’ergastolo ostativo al principio costituzionale della finalità rieducativa della pena, è più volte intervenuta la Corte Costituzionale cui spetta proprio, tra gli altri, il compito di valutare la conformità costituzionale delle leggi dello Stato.

 

Senza addentrarci in tecnicismi particolari, è sufficiente rimarcare il fatto che, il giudice delle leggi (così viene anche chiamata la Corte Costituzionale) ha sempre ritenuto che, in buona sostanza, sussistendo (teoricamente sempre) la possibilità della collaborazione con la giustizia e quindi, di fatto, la possibilità che così facendo il condannato possa beneficiare del regime ordinario (perciò delle misure alternative alla detenzione con un regime di favore) non ci sarebbe violazione ai principi costituzionali poiché, in una certa misura, l’impossibilità di ottenere i benefici penitenziari dipenderebbe dalla scelta dello stesso condannato di non “pentirsi” e di non collaborare con la giustizia.

 


[1] Art.4-bis ord.pen..

[2] Art. 27 Cost. co 3 “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

 


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