Se la madre sostiene che il figlio è mio come fa a dimostrarlo?
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29 Mag 2016
 
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Se la madre sostiene che il figlio è mio come fa a dimostrarlo?

La paternità può essere accertata già solo con la richiesta, fatta dalla madre davanti al giudice, di procedere all’analisi del sangue e del dna del padre: il rifiuto ingiustificato di quest’ultimo è un elemento che può far da solo arrivare alla sentenza.

 

Come stabilire se, in caso di gravidanza indesiderata, il figlio è di un uomo piuttosto che di un altro? Ossia, come si accerta la paternità in modo sicuro e senza alcun margine di dubbio? Inoltre, può inoltre il padre rifiutarsi di riconoscere il figlio nato da un’unione occasionale, anche se c’è il consenso della compagna? La giurisprudenza, in tema, è molto chiara e ha elaborato una serie di principi guida sulla materia.

 

 

Accertamento della paternità e rifiuto delle analisi del DNA

La prima questione attiene all’accertamento della paternità. La madre può chiedere al giudice che, a seguito di un ordinario giudizio – nel quale viene citato il presunto padre – sia verificata (ed, in caso di riscontro positivo, dichiarata) la paternità di quest’ultimo. La prova cardine di tale procedimento è l’esame del sangue e del dna. Si tratta di una tecnica che riesce a definire, con estrema precisione, se un uomo sia o meno il padre di un bambino.

 

Certo, nessuno può obbligare un soggetto a sottoporsi alle analisi del sangue, neanche un giudice in caso di necessità. Tuttavia – così argomenta una sentenza della Cassazione pubblicata qualche giorno fa [1] che, invero, non fa che ribadire principi ormai consolidati – il rifiuto ingiustificato alle indagini ematologiche costituisce un elemento sufficiente perché il giudice dichiari accertata la paternità.

 

La sentenza chiarisce infatti che il rifiuto di sottoporsi ad indagini ematologiche costituisce un comportamento valutabile da parte del giudice, di così elevato valore indiziario da poter, da solo, far ritenere ormai dimostrata la fondatezza della domanda di accertamento della paternità proposta dalla madre. Insomma, basta il “no” del presunto padre al test del Dna impostogli dal giudice per arrivare alla sentenza di accertamento della paternità senza bisogno di altre prove.

 

Può il padre rifiutarsi di riconoscere il figlio?

Il padre naturale di un bambino non può sottrarsi agli obblighi che la legge gli impone proprio in quanto padre: non solo quello di riconoscere il proprio figlio, ma anche di mantenerlo fino a quando non sia in grado di mantenersi da solo.

 

Tali doveri scattano già con la nascita del figlio, a prescindere dal suo riconoscimento o meno. Pertanto, se anche il padre non riconosce il proprio bambino o ha il consenso della compagna a non riconoscerlo e a “defilarsi”, egli potrà, in futuro, essere comunque citato dal figlio per i danni da lui subiti: danni affettivi (per via della perdita del diritto ad avere entrambi i genitori) e materiali (il mancato sostentamento economico). E, dopo molti anni, il conto potrebbe risultare assai salato.

 

Se, invece, il riconoscimento avviene senza la tacita tolleranza della madre, quest’ultima, come detto, potrà citare il compagno per ottenere la dichiarazione di paternità e, soprattutto, la condanna di quest’ultimo al pagamento degli assegni di mantenimento per il bimbo, condanna che si estende anche agli arretrati non versati dalla nascita.

 

La madre, insomma, vanta quello che, in gergo tecnico, viene definito diritto di regresso: dopo aver disposto l’accertamento della paternità tramite le analisi del Dna ed accertata che sia la paternità, il giudice determinerà in via forfettaria il rimborso spettante alla madre per le spese sostenute ai fini del mantenimento della prole dalla nascita sino alla proposizione della domanda.

 

Per quanto riguarda poi la liquidazione di detto credito, il suo ammontare deve essere determinato tenendo in considerazione gli esborsi presumibilmente sostenuti in concreto dal genitore che ha per intero sostenuto la spesa, senza però prescindere nè dalla considerazione del complesso delle specifiche e molteplici esigenze effettivamente soddisfatte o notoriamente da soddisfare nel periodo da prendere in considerazione, nè dalla valorizzazione delle sostanze e dei redditi di ciascun genitore quali all’epoca goduti, nè infine dalla correlazione con il tenore di vita di cui il figlio ha diritto di fruire, da rapportare a quello dei suoi genitori.


In pratica

L’accertamento di paternità fa scattare l’obbligo per il padre di pagare il mantenimento del figlio dal giorno della sua nascita.

Il diritto della donna ad agire in regresso nei confronti del padre derivava dal riconoscimento di paternità avvenuto, come in molti casi, solo sulla base del rifiuto opposto dall’uomo a sottoporsi agli esami ematologici. Il no al Dna costituisce, infatti, un comportamento, valutabile dal giudice, di così elevato valore indiziario da poter da solo consentire la dimostrazione della fondatezza della domanda.

La sentenza

Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 16 febbraio – 26 maggio 2016, n. 10933

Presidente Di Palma – Relatore Bisogni

Rilevato che:

L.M. con ricorso, depositato l’11 marzo 2010, ha chiesto al Tribunale per i minorenni di Catania che fosse accertata la paternità di A.A. nei confronti della figlia L.A. , nata ad (omissis) dalla relazione fra l’A. e la L. . Ha chiesto la condanna di A.A. al pagamento, in favore della figlia, di un contributo mensile di 500 Euro, oltre al rimborso del 50% delle spese mediche, nonché la condanna al risarcimento del danno non patrimoniale subito dalla figlia per il mancato riconoscimento, danno liquidabile indicativamente in 80.000 Euro. Ha chiesto infine la condanna dell’A. al rimborso della metà delle somme destinate dalla ricorrente al mantenimento della figlia, dalla nascita alla domanda di accertamento della paternità, quota che ha quantificato in 100.000 Euro.

Si è costituito in giudizio A.A. che ha contestato la domanda e ne ha chiesto il rigetto.

Il Tribunale per i minorenni di Catania con sentenza n. 35/2012 ha accolto parzialmente le domande della L. e accertata la paternità della figlia L.A. da parte di A.A. lo ha condannato al pagamento di un contributo mensile di 350 Euro con decorrenza dalla domanda e

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[1] Cass. sent. n. 10933/16 del 26.05.2016.

 


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