Quando il giudice se ne frega di ciò che dice la Cassazione
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29 Mag 2016
 
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Redazione
 


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Quando il giudice se ne frega di ciò che dice la Cassazione

Può il giudice decidere in modo diverso da quello che dice la Cassazione e che succede se lo fa? Subisce una sanzione disciplinare o il cittadino può chiedergli il risarcimento del danno?

 

Secondo la nostra Costituzione [1], “il giudice è soggetto solo alla legge”: il che significa che non è obbligato a decidere per come, in passato, abbiano già fatto altri giudici in presenza di casi simili; ha inoltre il diritto di contraddire i suoi “vertici” (il giudice di appello e la Cassazione) e persino sé stesso, potendo cambiare idea rispetto ai propri precedenti. Questo, che la nostra Costituzione sancisce come principio a garanzia dell’autonomia e imparzialità della magistratura, tradotto invece nel linguaggio del cittadino – secondo la visione che questi ha ormai delle aule giudiziarie – si chiama “arbitrio e fortuna”: arbitrio nel senso che ciascun giudice “fa come gli pare”, e fortuna nel senso che, quando si fa una causa, “Dio te la deve mandare buona”, un po’ come con gli esami universitari o con la salute.

 

Rispondendo a una domanda che gli avvocati si sentono spesso rivolgere dal cliente è: “Se lo dice la Cassazione, il giudice è obbligato a seguire questo indirizzo?”. La risposta è no. Non in Italia. Anche un po’ perché è la stessa Cassazione a contraddirsi spesso: alcune sezioni dicono in un modo e altre in un altro. In buona sostanza, come è possibile trovare un precedente della Cassazione “a favore” della propria posizione, è anche possibile trovare un precedente “contrario”. Il giudice di primo grado, quindi, sceglie la tesi che più lo convince.

 

Ma anche quando l’orientamento della Cassazione è costante e univoco nell’affermare un principio, può il giudice dissentire e decidere diversamente? La risposta è ugualmente affermativa. E peraltro si tratta di un’ipotesi tutt’altro che rara. Gli avvocati riscontrano quotidianamente numerose sentenze che si discostano – un po’ per ignoranza, un po’ per espressione di una asserita autonomia intellettuale del magistrato – dai principi affermati dalla Suprema Corte. Certo, un buon giudice ha sempre cura di motivare la propria sentenza, giustificando le ragioni del proprio dissenso e spiegando perché preferisce aderire a una tesi piuttosto che a un’altra. Ma l’effetto finale, dalla parte del cittadino, è sempre lo stesso: non vi è certezza sulla sentenza definitiva.

 

È possibile, quindi, sapere in anticipo se un tribunale propende per un orientamento rispetto a un altro? In teoria, sì; basterebbe andare a leggere le raccolte ufficiali delle sentenze emesse da un determinato foro, conoscerne i relativi risultati e quindi tracciare una linea statistica. Ma nella pratica, perché ciò avvenga, è necessario essere particolarmente esperti e conoscitori del tribunale in questione perché non tutti i precedenti vengono pubblicati. Non solo: nulla toglie che se un tribunale sposa uno specifico indirizzo, il singolo giudice possa invece seguirne un altro. Quindi l’assegnazione della causa a un magistrato piuttosto che a un altro – il che avviene a sorte, con criteri rotatori – suona un po’ come il gioco del lotto.

 

«Avvocato, allora la causa la vinciamo?» e la risposta non può che essere questa: «Dipende dal giudice che ti capita: Tizio, ad esempio, è più favorevole alle tesi dei lavoratori, Caio invece a favore delle aziende». Una frase del genere è tutt’altro che improbabile da ascoltare all’interno di uno studio legale. E questo perché, non solo la legge è spesso criptica, generale e astratta, o perché i magistrati possono interpretare le dichiarazioni testimoniali con maggiore o minor rigore, valorizzando alcuni aspetti della deposizione piuttosto che altri, ma anche perché sono propri i principi giuridici ad essere, nel nostro ordinamento, variabili nel tempo e nello spazio (non poche volte, infatti, la stessa Cassazione, dopo aver sposato per anni un orientamento, cambia idea e ne sposa un altro, così disorientando chiunque credeva che una regola fosse divenuta ormai “legge”). A riguardo leggi anche “Come vincere una causa“.

 

Il giudice può addirittura – e questo risulterà ancor più incredibile – discostarsi dall’orientamento delle Sezioni Unite della Cassazione, che è quanto di più alto e importante possa esistere nel nostro sistema giudiziario. Anzi, la possibilità che una sentenza venga decisa dalle Sezioni Unite è proprio a dimostrazione che tutto ciò che abbiamo appena detto è vero. Tale composizione è infatti prevista ogni volta in cui si riscontra un contrasto in giurisprudenza che necessita di essere definito “una volta per tutte”.

 

Ma se il giudice di appello riforma la sentenza del giudice di primo grado, quest’ultimo ne risponde? Neanche a parlarne. Ne andrebbe della sua autonomia decisionale. A nulla, altrimenti, sarebbe servito scrivere nella costituzione il principio di indipendenza dei magistrati. Anzi, non gli arriva neanche un alert, un avviso che comunque ha sbagliato, che la sua decisione è stata cancellata o cassata perché errata, contraddittoria, scritta in modo incompleto o calpestando i più basilari principi del diritto. Insomma, lui potrà continuare a decidere per come ha sempre fatto.

 

«E a me chi mi risarcisce?» chiede il cliente all’avvocato. «Lo Stato?» No. Per l’errore del giudice c’è un altro soggetto che paga: colui che perde la causa. A prescindere dal fatto che questi abbia o meno confidato, a sua volta, in un altro orientamento a lui favorevole.

 

E qui interviene un altro principio “costituzionale” del nostro orientamento: per una persona che sbaglia c’è sempre un altro soggetto incolpevole a pagare.


[1] Art. 101 Cost.

 


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Commenti
30 Mag 2016 silvano di maula

salve, la questione sull’ autonomia decisionale dei giudici (nel mio caso un appello) mi preoccupa, nonostante non ci sia nulla da interpretare xchè trattasi di abusi edilizi in un condominio, confermati da ctu e giudice in primo grado. Come potrebbe accadere che l’appellante, appropriatosi arbitrariamente sia di una parte del terrazzo condomianiale che di una superficie sempre condominiale (19cm x 4 metri) rispetto a lavori concessi, che abbia inoltre aperto una finestra senza permessi e anche un accesso al terrazzino occupato, possa vincere l’appello? attendo in merito e porgo saluti cordiali.